//Di che cosa la Chiesa non può fare a meno?

Di che cosa la Chiesa non può fare a meno?

((At 4, 42-47; Gv 20, 19-31)

In queste domeniche di pasqua ascoltando i racconti degli incontri con il Risorto, veniamo anche conoscendo sempre più la fisionomia che va assumendo, dopo il travaglio della passione, morte e risurrezione di Gesù, il gruppo dei discepoli.

Avrete notato che anche la prima lettura non viene tratta dal Primo testamento, ma dagli Atti degli Apostoli che ci offrono appunto la testimonianza della fede della primitiva comunità cristiana. Cosa succede a questa comunità che di fronte al Crocifisso ha dovuto misurarsi con il drammatico tradimento di Giuda e con il rinnegamento di Pietro? Le letture di oggi ci offrono due prospettive.

La prima la cogliamo nel vangelo di Giovanni. Mentre l’evangelista ci racconta degli incontri di Gesù vivente, registra anche gli atteggiamenti della comunità, una comunità ferita appunto e che ancora deve fare i conti con l’incredulità che la abita, come nel caso di Tommaso, non a caso soprannominato Toma’ in aramaico, Didimo in greco, che significa il “gemello”, il doppio, e che sta a ricordarci che ognuno di noi è un po’ doppio, nel senso che siamo tutti abitati da una parte credente e una parte incredula.

La seconda prospettiva ci viene dal libro degli Atti dove Luca ci descrive una comunità quasi ideale: erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione e nella preghiera, vendono proprietà e beni e mettono tutto in comune, fanno segni e prodigi… tutti atteggiamenti e scelte che non derivano da un ordine di Pietro o di qualche altro apostolo e nemmeno ci sembra che queste cose fossero state comandate da Gesù.

Inutilmente cercheremmo nei vangeli un qualche invito da parte del Signore in tal senso. Anzi, i quattro elementi portanti la primitiva comunità cristiana, descritti da Luca in maniera precisa, ovvero: didachè, koinonia, fractio panis e preghiere al tempio, sembrano sgorgare spontaneamente dalla comunità come per dono dello Spirito che suscita tali atteggiamenti tra i fratelli nella fede. Ed è questa una prospettiva che sembra privilegiare una modalità di vivere la fede meno attivista, quasi Luca privilegiasse una via per così dire più simile all’effetto contagioso del modo di essere della comunità che attrae e affascina coloro che guardano dall’esterno i discepoli del Cristo: il Signore, dice l’ultimo versetto, ogni giorno aggiungeva [alla comunità] quelli che erano salvati! Come a dire che non è esibendo i muscoli di Dio che annunciamo il vangelo, così come non è mettendo in mostra le nostre individualità che testimoniamo il risorto.

C’è un protagonismo da circo, assoggettato alle logiche dominanti dello spettacolo che attraversa il cristianesimo di questo inizio millennio e che non fa molto bene al Vangelo. In una chiesa il cui disorientamento è al cuore del disorientamento del mondo, sono tenuti in gran conto l’essere temuti, le esibizioni d’identità, l’arroganza, la visibilità…

Eppure tutti, cristiani o no, sanno che di queste cose la Chiesa può fare a meno, ha fatto e farà a meno ogni volta che il vento della storia (o dello Spirito?) la farà tornare all’essenziale. Di che cosa la Chiesa non può fare a meno? Sicuramente non può fare a meno della parola di Dio, della preghiera, dell’eucaristia, ma c’è una cosa di cui oggi, in questo conformismo prosciugato di ogni slancio profetico, abbiamo tanto bisogno, ed è la condivisione: quale comunione vedono quelli che osservano una comunità cristiana, un gruppo ecclesiale, una parrocchia? Invidia, divisioni, pettegolezzi, gelosie…

Ebbene avremmo di che scoraggiarci e tornare a casa rassegnati a questo andamento delle cose, ma non dobbiamo abbatterci, perché anche per Tommaso, figura del discepolo che vive con tutta la sua fatica il credere nel risorto, la cosa più difficile è fidarsi della parola dei suoi amici, prestare fede alla comunità che gli dice: «Abbiamo visto il Signore». La sfida più grande per lui è dare credito a Pietro che aveva rinnegato, a una comunità che aveva accolto Giuda senza accorgersi delle sue trame oscure… a una comunità dalla quale, forse deluso e amareggiato o semplicemente opportunista, egli stesso aveva deciso di tenersi a debita distanza, infatti la sera di pasqua era assente.

Qual è il dono del Risorto a questa comunità di Giovanni che è ferita dalle sue mancanze? Qual è il dono del Risorto alla comunità idealizzata di Luca? Qual è il dono alla nostra comunità incapace di comunione fraterna? Lo shalom, la pace e il perdono. Ma se davvero era una comunità così perfetta, come diceva Luca, allora probabilmente non era il perdono la cosa più importante di cui aveva bisogno! Gesù poteva portare l’obbedienza, l’ortodossia, l’impegno sociale… no, il Risorto come dono dello Spirito comunica il perdono, la «remissione dei peccati» che è anche un articolo del Credo, perché dice la partecipazione alla stessa missione di Gesù.

Nel rendere partecipi i discepoli della sua stessa missione, il Cristo, dice loro: per il fatto che il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi. C’è un’intrinseca continuità di missione tra Gesù e la sua comunità. E guardate che questa non è l’ordinazione degli apostoli così che i credenti possano andare da loro a confessarsi, oserei dire che c’è molto di più: qui il Signore affida alla sua comunità la sua stessa missione di donare il perdono dei peccati, altra questione è il modo in cui questo poi nella storia viene esercitato e celebrato.

Il dono della pace e del perdono, costituisce una sorta di nuova creazione: Gesù soffia su questa comunità, su questa e non su quella ideale, su questa comunità di gente spaventata, così come il Padre aveva soffiato sulla polvere, sull’Adam. Se l’Eterno soffiando l’anemos, il vento vitale, l’anima aveva comunicato la sua immagine divina, Gesù soffiando sulla comunità comunica la sua vita divina di Risorto, ovvero lo shalom e il perdono dei peccati.

Tommaso non ha allora bisogno di mettere il dito nelle ferite del Risorto, ha già accolto il perdono di Cristo per la sua incredulità, è nel perdono che proferisce la sua bella professione di fede: Mio Signore e mio Dio, uno dei vertici cristologici del vangelo. Giovanni quasi chiude così il suo vangelo, come richiamo di quanto aveva proclamato nel prologo: In principio il Verbo era Dio. Gesù è il Signore, il mio Dio!

Eppure, per quanto possa essere bella, intensa e luminosa, questa professione di fede dice Gesù, può essere ampiamente superata dalla professione di fede di chi, come noi, crede pur senza aver visto: Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! In che senso possono essere felici coloro che pur senza aver visto giungono alla fede? Forse perché avranno una fede cieca, assoluta, che non ha bisogno di visioni? Sarebbe davvero più autentica la fede cieca di chi non si pone dubbi?

O non è forse beatitudine anche per noi accettare l’annuncio di una comunità che con tutte le sue imperfezioni e limiti, continua a volgere il suo sguardo al Cristo e chiede di crescere nella condivisione? Non è già forse beatitudine gustare il perdono e accogliere la pace?

2018-11-13T16:24:35+00:00maggio 1st, 2011|Omelie (vedi tutte) >|