//Della fede cieca bisogna avere paura

Della fede cieca bisogna avere paura

(Gv 9, 1-38b)

Noi diciamo sempre che la fede è cieca, intendendo così affermare che o uno crede in tutto e per tutto, oppure non ha fede! Ma in realtà nei Vangeli la fede non è mai cieca, anzi la fede è illuminazione, è vedere, è luce. Come dice Gesù: «Io sono la luce del mondo». Il cammino di fede è passare dalla cecità alla luce, che è come una rinascita, un venire alla luce.

E fin qui potremmo dire che non c’è nulla di nuovo, il Vangelo non propone cose strane, ci propone l’illuminazione come tante altre religioni. Anche se per il cristiano l’illuminazione è una cosa molto più semplice: non è frutto di tecniche, di esercizi particolari, di chissà quali trucchi. La fede è riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e in questa luce abbiamo una coscienza nuova di noi stessi e degli altri.

Gesù con la sua parola e i suoi gesti illumina la realtà così com’è: ci aiuta a guardare la realtà per la quale siamo figli di Dio e fratelli tra di noi.

Il segno raccontato da Giovanni nel vangelo di oggi ne è un caso emblematico. Per comprendere bene non dobbiamo dimenticare il contesto. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa delle Capanne: una festa di luci e di danze per ricordare, come ci ha narrato l’esodo, il cammino di Israele nel deserto per quarant’anni. E la festa era chiamata delle Capanne proprio perché era (e lo è ancora) la memoria viva di quell’esodo in cui la gente viveva sotto le tende/capanne.

Inoltre al tempo di Gesù, nel pomeriggio i sacerdoti scendevano in processione una larga scala dal tempio alla piscina di Siloe, dove ancora oggi arriva l’acqua della sorgente Ghihon (attraverso il canale che Ezechia costruì già 700 anni prima di Cristo, cfr. 2Re 20,20), lì uno dei sacerdoti riempiva d’acqua un’anfora d’oro e in processione risaliva al Tempio dove tra canti e il suono dello Shofar si cospargeva l’altare del sacrificio.

Il nome Siloe, come specifica Giovanni per i suoi lettori che parlano greco, significa inviato, perché come l’acqua è inviata lì dalla sorgente, così si sperava che Dio non avrebbe mancato di inviare il suo Messia e dal Messia sarebbe scaturita l’acqua della salvezza, ovvero lo Spirito di Dio. Ebbene, in questo clima solenne, alla sera della festa era tutto un’esplosione di luce: torce, bracieri, candelabri posti sulle mura del tempio illuminavano fantasticamente la città santa…

Sullo sfondo di questa festa e con evidente allusione alle grandi luminarie accese nella prima notte, Gesù appena uscito dal tempio «Vide un uomo cieco dalla nascita»: chi, in questo clima di festa, si cura di un povero cieco? Chi lo vede? E poi che importanza ha? Non è uno che possa contare qualcosa. Infatti secondo i rabbini era uno dei quattro tipi di persone considerate alla stregua dei morti: il povero, il cieco, il lebbroso, lo sterile (Nedarim 64 A).

Come dire: l’uomo non vede Dio e non vede nemmeno l’altro uomo, suo fratello.

È Dio che vede l’uomo.

Il racconto è costruito su questa dinamica per cui l’uomo nato cieco trova la luce nel suo incontro con Cristo. Mentre coloro che pensano di vedere bene, piombano in una progressiva oscurità. Proprio coloro che credono di vedere tante cose che poi non sono neanche cose, sono solo immagini, non vedono la realtà.

Eppure, e tra questi ci sono anche i discepoli, sono certi di vedere bene, di capire come funziona il mondo, e infatti pongono la domanda di sempre: Ma se lui è cieco, di chi è la colpa? Potrebbe avere commesso chissà che peccati, ma siccome è nato cieco vuol dire allora che è così per colpa dei peccati dei suoi genitori!

 

Ma se fosse vero che la povertà, la malattia, la sofferenza sono il prodotto di una colpa, allora chi sta bene, il ricco sarebbe di per sé buono e benedetto da Dio.

Invece chi sta male, il povero, sarebbe maledetto perché appunto peccatore!

Noi pensiamo che il male sia essere affamati, sia soffrire, sia essere poveri… No, il male è rubare, il male è uccidere, il male è far soffrire.

 

Che è esattamente l’atteggiamento di molti di coloro che stanno intorno al cieco guarito. Infatti cosa fanno? Lo umiliano, lo scomunicano, lo cacciano fuori dalla comunità. Questo è male: far soffrire. Male non è il fatto che quell’uomo fosse cieco, anzi, Gesù dice che in lui si manifesta l’opera di Dio.

 

E il Signore manifesta l’opera di Dio con un gesto che è a dir poco curioso: sputa a terra, e terra si dice adamah, da cui Adamo, il terreno (in lat. humus), la terra con cui Dio plasmò l’uomo. E poi fa del fango con lo sputo e lo spalma sugli occhi del cieco. E se non fosse Gesù a fare questa cosa, diremmo «che schifo»!

Il fango è segno dell’umanità, l’impasto di umanità che anche Gesù ha fatto propria e che con questo gesto mette davanti agli occhi del cieco.

Il suo essere uomo ci rivela la nostra verità di uomini e guardate un po’ la «unge» sugli occhi, qui c’è il verbo dell’unzione.

Un’unzione con il fango e questo fango è l’umanità di Gesù che cura, che guarisce.

 

Noi cerchiamo una salvezza che ci tiri fuori dalla nostra condizione umana di limite, di terra, di fango. Addirittura il fango è simbolo della perdizione, affondare nel fango è una cosa tremenda, è finire nella melma.

Gesù ci salva proprio con la sua umanità, con la sua condivisione della nostra fragilità, assumendo la sua realtà e i suoi limiti come luogo di comunione invece che come luogo di rivalità. Dio ci salva così.

Questa è la luce di Gesù che illumina la nostra realtà: la nostra è una realtà di figli amati per cui Dio è Padre e gli altri sono nostri fratelli.

 

Ogni giorno molte persone sempre più accecate dall’orgoglio, dalla superbia, dalla presunzione perdono di vista la realtà.

A volte una delusione, un’incomprensione, un dolore e i nostri occhi gonfi di lacrime non distinguono più i contorni delle cose.

Addirittura lo vediamo in maniera drammatica in questi tempi difficili in coloro che perdono il lavoro o che non riescono più a mandare avanti la loro impresa, arrivano al punto di non vedere un futuro innanzi a sé e nella disperazione si tolgono la vita.

 

Allora noi da questa prospettiva luminosa, da questa luce che Gesù ci dà sulla vita, sui rapporti con Dio e con gli altri proviamo a domandarci come possiamo trovare luce nella situazione che stiamo attraversando.

Se ognuno di noi assumesse i propri limiti come luogo di comunione con l’altro invece di rivalità, allora daremmo spazio al regno di Dio, perché Dio fa così.

Non costruiamo il regno di Dio perché siamo ricchi, belli, intelligenti, potenti e bravi.

Ma perché ci riconosciamo umani, terreni e figli del Padre.

 

In un tempo di incertezza, di insicurezza economica e non solo, questa è la luce che come Chiesa dobbiamo dare al mondo, perché tale è la consegna di Gesù: Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 14).

Ma della luce di Gesù, perché come dicevano i Padri, la Chiesa è come la luna che riceve la luce dal suo sole che è Cristo e deve riflettere quella luce, quando invece pretendiamo di fare luce esibendo orpelli e paludamenti, o addirittura con le nostre opere o le nostre banche, allora siamo ciechi anche noi, ciechi e guide di altri ciechi.

 

Della fede cieca bisogna avere paura. La fede è essere illuminati, è capire il senso della vita. Preghiamo e chiediamo al Signore di avere il coraggio di quell’uomo che ancora cieco deve scendere l’imponente gradinata che dal tempio lo conduce a Siloe, e andare ad immergerci nella piscina dell’Inviato che è la sua Parola.

 

2018-11-13T16:25:27+00:00marzo 10th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|