Quinta dopo Pentecoste - Gv 12,35-50


audio 23 giu 2024

C’è una certa insistenza nella pericope della Genesi che abbiamo ascoltato sul termine alleanza, che ricorre infatti almeno dieci volte, per dire del rapporto tra Dio e Abramo.

In queste domeniche abbiamo incontrato una serie di relazioni che fanno e intessono la nostra vita: la prima relazione con il creato, poi quella tra uomo e donna, domenica scorsa la relazione con gli altri, infine oggi la relazione con Dio, la relazione tra Dio e l’uomo.

Una relazione a senso unico nel senso che è Dio che promette ad Abramo e a Sara una discendenza numerosa, è Dio che promette una terra… per dirla con la parola biblica è un’alleanza asimmetrica perché il più grande e potente definisce i contenuti del patto e detta le condizioni, che in questo caso appaiono molto semplici. Alla promessa della terra e di una discendenza numerosa, l’Eterno chiede come risposta semplicemente di circoncidere i maschi del popolo, in segno di appartenenza.

Il termine ebraico tradotto con alleanza è berit, che ha una certa rosa di significati che dipendono dal contesto, in questo caso sta ad indicare un patto, un impegno anzitutto di Dio con Abramo e con Sara. Patto, impegno, ma anche promessa di cose molto concrete e precise: ti darò una terra e ti darò una discendenza.

Da questo significato di alleanza, di patto, di impegno come siamo potuti arrivare alla traduzione di berit con il latino testamentum, è una storia lunga. Certamente è interessante renderci conto di come dall’ebraico berit siamo arrivati al latino testamentum, passando per il greco diatheke (che significa disposizione) e comprendere come i termini spirituali e teologici cambiano lungo i secoli e come si articolano quando incontrano altre culture e devono esprimersi in altre lingue.

Seguire il percorso storico di una parola, di un termine come questo è affascinante, anche perché si tratta di affacciarci su un processo lungo e complesso che le comunità ebraiche della diaspora vissero nel momento in cui si trovarono immerse nella cultura ellenista, parlavano il greco koiné, e vollero tradurre per le nuove generazioni il patrimonio della loro tradizione in un’altra cultura, in un’altra lingua che è anche una diversa visione del mondo e della vita.

Fu un complesso itinerario intellettuale messo in atto dalla corrente filotraduzionista[1] che, ad Alessandria, dal III secolo a.C. al I secolo d.C., secondo la leggenda dei LXX[2], tradusse il Pentateuco in lingua greca, ed è allora che il “patto” tra Dio e Abramo, espresso dalla parola berit, divenne disposizione testamentaria (in greco diatheke).

Termine che viene poi tradotto in latino con testamentum, dal I secolo per opera di papa Clemente Romano, per dire che il cristianesimo ha “ereditato” l’antico patto tra Dio e Abramo trasformandolo nella nuova ed eterna alleanza in Cristo, e anche la Bibbia venne ricompresa come ‘Antico e Nuovo Testamento’.

Gesù traccia una strada che non rinnega la ‘prima alleanza’, come ci ha insegnato a chiamarla il cardinale Martini.  La ‘prima’ non è antica o ‘vecchia’ che per noi sta a significare superata, ma è la prima e mai revocata che sfocia nella pienezza portata da Gesù.

Il nostro rapporto con Dio, così come lo traccia Gesù, non si fonda più su un’alleanza che promette la terra, sappiamo quanto questa promessa abbia significato e continui a comportare nella storia il proliferare di violenze e di guerre, fatte anche in nome di Dio. Gesù allo scriba che cerca in lui un punto fermo, risponde: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Mt 8,19). Siamo dei ‘senza terra’.

Si tratta ancora di un’alleanza senza la promessa di una discendenza di sangue, di una moltitudine di famigliari. Gesù porta a compimento la promessa di Dio svincolandola dai legami di sangue perché, come quando dice a chi gli dice che c’è sua madre e i suoi fratelli che lo stanno cercando per riportarlo a casa: Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre (Mt 12, 49-50). Anzi, chi lo segue deve essere disposto a ricevere incomprensione e persecuzione all’interno della cerchia famigliare: Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e condanneranno a morte alcuni di voi (Lc 21,16).

Infine nella relazione nuova con Dio non c’è più bisogno di circoncisione: vale a dire è superato il ruolo preminente riservato al maschio. Ancora oggi molte religioni riservano alle donne un ruolo marginale e secondario, così come nella chiesa abbiamo tanto ancora da riconoscere secondo l’alleanza di Gesù. Paradossalmente è proprio Paolo, forse tra i più maschilisti della prima ora a ricordarci che Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3,28-29).

La nostra relazione con Dio, ci dice Gesù non passa più dalla terra, dal legame di sangue e non accetta discriminazioni di genere. Gesù accende una luce nuova sulla nostra relazione con Dio, fonda un patto che è essenzialmente di amore, come dirà offrendo il calice nell’ultima cena: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi (Lc 22,20). Un nuovo patto d’amore in cui Dio si dona senza promettere terra o discendenze, senza differenza di genere, ma donando se stesso.

(Gen 17,1-16; Gv 12,35-50)

[1] Esisteva contestualmente una corrente antitraduzionista che non ammetteva la traduzione in greco della Scrittura ebraica.

[2] Il nome sarebbe derivato dal numero (propr. 72) dei traduttori che, secondo la più antica tradizione, il re Tolomeo Filadelfo avrebbe chiamato in Egitto (sei per ognuna delle dodici tribù d’Israele), dove nell’isola di Faro avrebbero tradotto, in 72 giorni, il Pentateuco.