PASQUA - nel giorno - Gv 20, 11-18


31-mar-2024

Non è facile celebrare la risurrezione, non è così ovvio neanche per me che oggi sono nel ruolo di chi ‘deve’ annunciare Gesù risorto. Lo devo fare, lo devo dire, ma mi rendo conto che non è facile, anzi mi interroga, mi provoca perché non vorrei farlo d’ufficio, perché così è scritto, spero mi comprendiate.

Non è facile anche per tutta una serie di altri motivi: chi di noi quest’anno non ha incontrato la morte di una persona cara, un amico, un affetto, un parente… chi non si è misurato con il dolore?

Non solo, anche di fronte a come va il mondo: non vi sembra sia simile a una bocca insaziabile di vite umane divorate dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie, dalla fame e dall’indifferenza?

Qualche giorno fa ho letto le parole di Ilaria Salis scritte dal carcere di Budapest: «Sono caduta in un pozzo profondissimo. Le pareti sono scivolose ed ogni volta che faticosamente cerco di compiere un breve passo per risalire appena un pochino, finisco sempre col precipitare più in profondità. A volte mi chiedo se questo pozzo abbia un fondo e se da qualche parte ci sia davvero un’uscita. Immagino di essere un piccolo geco, che nell’oscurità silente riesce a scalare le pareti. Già, devo scalare le pareti, ma qui purtroppo non ci sono i miei compagni di arrampicata e i legami di fiducia ben stretti sulla corda della sicura.

Chiudo gli occhi e lancio lo sguardo oltre le mura di questo cieco carcere: scorgo le vicende di uomini e donne come ricambi in tessuti su arazzi che raffigurano storie più ampie. Storie di popoli, di culture, di lingue e di religioni. Storia di sistemi economici, politici e giuridici. Storie di ricchezza e di miseria, di potere, di sopraffazione e di sfruttamento. Storie di guerre e di eserciti. Storie di un mondo in cui ancora si uccidono bambini, in cui alle porte d’Europa risuonano mitraglie che riecheggiano gli scempi del secolo scorso. Apro gli occhi e mi scorgono rannicchiata sulla grigia coperta, con lo sguardo fisso sulla porta di ferro della cella.

Tutto mi appare semplice e lineare in queste vicende, come in molte altre, non può esserci alcun dubbio su quale sia la parte giusta della storia» (25 marzo 2024).

Oggi in questo pozzo profondo della nostra storia cosa vuol dire annunciare che Gesù è Risorto? È possibile uscire dal buco nero in cui le vicende sociali e politiche sembrano ricacciarci, è davvero possibile risalire le pareti scivolose di questo pozzo?

Non sono i discepoli né gli apostoli di Gesù ad aiutarci. Sono alcune donne che erano sotto la croce venerdì e che hanno atteso di vedere dove venisse sepolto Gesù, ma non è stato facile nemmeno per loro. Il mattino di pasqua le troviamo al sepolcro piene di spavento e di stupore… impaurite (Mc 16,8).

Mai più si aspettavano di rincontrarlo: tant’è che non lo riconoscono. È esperienza comune quella per cui può essere difficile riconoscere una persona che non ci si aspetta di vedere.

Non è stato facile per loro incontrare il Risorto, niente di scontato e di banale come spesso pare a noi. Maria di Magdala e le altre donne erano mosse solo dall’amore, non avevano altro interesse nel seguire il Maestro. Si erano messe al servizio di Gesù e non avevano in mente di ottenere posti di privilegio, non avevano progetti da realizzare, non lo avevano abbandonato, né tradito, né venduto, come invece avevano fatto i discepoli.

È questo amore che le rende capaci di essere le prime ad incontrare l’amore di Gesù. Quello di Gesù è un amore che fa fiorire la vita proprio nell’abisso della morte, proprio quando arriva in fondo al pozzo, in una fedeltà vissuta nell’agonia e sulla croce. L’amore fino alla morte è il criterio fondamentale di vita che Gesù ci ha offerto sulla croce e che ci ha mostrato risorgendo. Se Gesù non fosse risorto, come avremmo potuto comprendere che l’amore fino alla morte è un criterio di vita, è una legge fondamentale di liberazione e di salvezza?

I discepoli non lo avevano capito quando Gesù aveva chiesto di amare i nemici, di pregare per chi ci fa del male, quando aveva chiesto di perdonare settanta volte sette. Non l’avevano creduto. Maria di Magdala e le altre, loro sì.

Ricordiamo di quanto amore fu capace Maria di Betania che ottenne il rimprovero di Giuda perché sprecò 300 denari per Gesù? Lui per 30 denari, lo ha venduto per molto meno.

Ora ditemi voi chi sta dalla parte giusta della storia? Giuda o Maria di Magdala? Non sarà un miracolo a tirarci fuori dal pozzo profondo le cui pareti ci paiono sempre più impossibili, e riconosciamolo: come discepoli ci siamo conformati e adattati, se non rassegnati, al fatto che il mondo da sempre va così.

Non solo perché siamo deboli e peccatori, bensì proprio perché non crediamo fino in fondo al vangelo, lo consideriamo un’utopia, un traguardo finale che può valere solo per certe situazioni, per certe persone, ma non come una legge universale di vita che deve tradursi in decisioni sociali, in rapporti tra i popoli, in scelte di giustizia.

È questo il cammino che ci sta davanti: più la storia sembra sprofondare nel buco nero, più cresce la nostra responsabilità di discepoli, fratelli e sorelle del Risorto capaci di dire con la vita che la Pasqua di Gesù è veramente l’unica forza eversiva della storia.

(Gv 20,11-18)