audio 25 luglio 2021

Chi di noi ascoltando le parole di Gesù con tutta onestà, non ha pensato: ma Signore, stai sereno, di sicuro io non mi vergogno del Vangelo! Non mi vergogno di te!

Dovremmo essere più prudenti però e meno sicuri di noi stessi. Ce lo insegna Pietro, il quale una situazione analoga, rispondendo a Gesù che ha appena parlato della sua croce, con tutto lo slancio e l’amicizia di cui era capace, dice: No, Gesù, questo non ti succederà mai! Siamo qui noi a difenderti! (Mt 16,22).

Non solo, ma anche quando ormai erano nel giardino degli ulivi e Gesù sta preparando i suoi all’imminenza della croce, Pietro di slancio: Anche se tutti si scandalizzeranno, io no! E poi dice ancora, con grande insistenza: Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò (14, 28-31)

Sappiamo tutti come sono andate le cose. E appunto questo dovrebbe farci riflettere molto, perché è del tutto ovvio che nessuno di noi, come Pietro, si sogna di vergognarsi di Gesù e del suo Vangelo. Ma quando lo slancio emotivo si esaurisce, quando finisce l’entusiasmo e facciamo i conti con la dura realtà, quando le nostre aspettative saltano e ci misuriamo con la croce, sfido chiunque a non vergognarsi di Gesù.

Forse non si tratta di quella vergogna che tutti abbiamo sperimentato e vissuto su di noi, o che abbiamo anche riconosciuto in chi vicino a noi è diventato rosso in viso e si è come bloccato senza riuscire a proferire una parola, mentre balbettava qualche scusa.

La vergogna è un sentimento complesso, è una di quelle emozioni che non solo viviamo nell’intimo della nostra coscienza, ma si manifesta sempre nel contesto delle nostre relazioni.

Un conto è la vergogna di Mical causata dal comportamento del re Davide, suo marito che balla in mutande davanti a tutta la città, un conto è la vergogna che i discepoli di Corinto provano per la stoltezza del vangelo dinnanzi alla sapienza della filosofia greca, vergogna che è simile a quella che i discepoli avvertono nei confronti di Gesù che annuncia non il successo e il trionfo, ma la croce.

Non so se siano arrossiti in viso, ma qualche ripensamento l’avranno pur avuto: cos’è questa logica della croce, del morire, del perdersi, del rinnegamento di sé?

Ciò che possiamo dire è che le parole del Vangelo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua, oggi non hanno grande seguito, anzi c’è una sorta di rimozione di questo aspetto della nostra sequela di Cristo.

Non so dire se sia vergogna intesa come la classica emozione ferita, ma è certo che davanti a Gesù che ci chiede di rinnegare noi stessi, non solo perché culturalmente siamo più sensibili ai diritti dell’individuo, alla sua riuscita e realizzazione, ma anche perché il bene più prezioso che abbiamo è appunto la vita, noi ci domandiamo: come è possibile rinnegare la vita? Perché Gesù ci chiede una cosa simile?

Anzitutto dobbiamo fare i conti con secoli di strumentalizzazione delle parole di Gesù. Riconosciamo i condizionamenti di tutte quelle scuole spirituali e correnti di pensiero che hanno distorto le parole di Gesù servendosene non tanto per permettere alle persone di camminare dietro a Gesù, perché questo è il senso profondo, ma per renderle obbedienti per altri scopi e interessi, per renderle suddite al fine di assecondare obiettivi molto meno nobili, foss’anche dell’istituto, del tale o tal altro carisma, o addirittura a tutela di presunti interessi della chiesa stessa.

Trovandosi così in maniera del tutto paradossale a contraddire il Vangelo. Accade quella che tecnicamente si chiama “eterogenesi dei fini”: se non cammini dietro a Gesù e usi le sue parole per difendere interessi altri e per sostenere ideologie di parte, finisci per essere contro il Vangelo, tradisci vergognosamente il Cristo.

È evidente negli scandali sulla gestione del denaro in Vaticano, se in nome della difesa degli interessi della chiesa (o di alcuni funzionari di essa) si è disposti ad accumulare e a fare investimenti immorali, alla fine ci si trova servi di Mammona e non più del vangelo!

Così è evidente nel modo con cui per lungo tempo è stata gestita la piaga della pedofilia: in nome di un’obbedienza e di una dedizione del buon nome dell’istituzione, abbiamo tradito il Vangelo, ci siamo vergognati di Gesù per mantenere alto il nostro prestigio, finendo per violare, umiliare, ferire quei piccoli nei quali Gesù stesso si identifica: Qualsiasi cosa avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatta a me (Mt 25,40)

Ora la vergogna potrebbe apparirci in tutta la sua tristezza e sterilità. Ma se continuiamo a guardare l’esempio di Pietro, il fatto che lui abbia provato vergogna e abbia pianto profondamente, proprio per il fatto di non averla nascosta, ma di essersi confrontato con gli altri, l’ha resa occasione e opportunità per cambiare. Questo ci fa dire allora che della vergogna si può fare buon uso. Un’emozione dolorosa può aiutarci a reagire, a riscattarci dalla nostra mediocrità.

La vergogna ha una fenomenologia doppia: la persona colpevole prova in genere il desiderio di nascondersi e di scomparire (ecco il senso di umiliazione), mentre chi vi assiste può reagire con sdegno. È per questa doppia valenza che poeti e filosofi hanno attribuito alla vergogna un ruolo liberatorio, non solo per l’individuo ma anche per la collettività (Vico, Marx, Leopardi, Nietzsche, Sartre…).

La vergogna può diventare motore di cambiamento, può segnare un momento di svolta, di mutamento di sé e del mondo circostante. Addirittura può diventare rivoluzionaria.

Dall’altra parte, una persona che non si vergogna non sente di dover reagire o cambiare comportamento dimostra di essere impermeabile all’ethos, alla moralità comune. Nella Genesi come nel Pentateuco, la vergogna e la colpa figurano alle origini della responsabilità morale. Per questo scrittori e filosofi si sono spesi per svegliare le coscienze dormienti, educare il senso di indignazione, smuovere l’emozione della vergogna.

Quante volte abbiamo sentito ripetere (e si dice) “Mi vergogno di essere italiano/a”? Innumerevoli volte, soprattutto negli ultimi anni. Dirlo, ripeterlo instancabilmente segnala la speranza che dalla capacità di sentire vergogna possa nascere l’indignazione e la decisione di reagire, di cambiare.

Forse abbiamo appoggiato la nostra croce in qualche angolo di casa nostra: è ora di riprenderla. Non pensiamo però che la croce sia tutto quello che di faticoso, di difficile e anche di doloroso la vita ci fa incontrare. La croce di Gesù non è quelle cose lì che sono di tutti, ma è il prezzo che lui ha pagato per dire che un altro mondo è possibile.

A uccidere Gesù non sono stati i miscredenti, gli atei, i mangiapreti, ma gli uomini di religione. Non è stata la mancanza di leggi, ma precisamente la legge. Non è stata l’anarchia, ma i difensori dell’ordine. Non è quanto si ripete nella storia ancora oggi? La logica evangelica del perdersi, del donarsi, ancora confonde il mondo, come dice Paolo. È stoltezza per chi fa della vita una continua competizione, un guadagno senza fine, una prepotenza che schiaccia i piccoli.

La croce segna il fallimento, non di Dio, ma di tutta questa logica che la fa da padrone: la logica della violenza, del dominio, dell’umiliazione. Anche se il giorno dopo la crocifissione il mondo è andato avanti esattamente come il giorno prima. Nulla cambiò visibilmente. Eppure tutto cambiò. La croce è qui appesa a dirci che i poteri forti non sono riusciti a plasmare Gesù secondo le loro logiche, non sono riusciti a fargli rinunciare a essere chi invece era.

Forse è proprio questa la nostra profonda vergogna di fronte a Gesù: lui non ha fatto un passo indietro, non si è lasciato sedurre dai richiami del dominio, del denaro, mentre noi abbiamo addomesticato il Vangelo, abbiamo preso le distanze dalle sue parole scomode.

In questi giorni il nostro Paese ha ricordato la memoria dolorosa e ancora aperta della violenza che numerosi giovani che sognavano un mondo diverso hanno subito a Genova in occasione del G8 di vent’anni fa, proprio da chi li doveva proteggere dai violenti. Il problema per il nostro Paese è che, come in questa occasione, ancora una volta i responsabili non si sono mai vergognati, così come non si vergogna chi gira con la pistola in una tasca e il rosario nell’altra… Sembra che tutto rimanga come prima. Non ci vergogniamo abbastanza per poter cambiare. Il pensiero che un giorno Gesù potrebbe vergognarsi di noi, ci scuota e ci salvi dall’essere impavidi.

(2Sam 6,12-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38)