V DOPO L’EPIFANIA - Mt 8, 5-13


audio 6 feb 2022

A quanti vanno dicendo che non c’è più fede, che la gente non va più in chiesa, non si prega più come prima… e altre amenità di questo genere, il vangelo di oggi rimbalza due o tre riflessioni che magari ci aiutano ad aprire qualche prospettiva altra, piena di speranza.

A chi dice: non c’è più fede, Gesù risponde che non sappiamo vedere al di là della punta del nostro naso. Perfino in Israele, in un paese allora molto religioso, Gesù sa vedere la fede di un uomo che la gente riconosceva solo come straniero, e pazienza che fosse uno straniero, si trattava oltretutto di un militare, uno della potenza occupante, un centurione romano. Eppure Gesù sa vedere oltre le etichette, oltre le appartenenze, riconosce cosa davvero abita il cuore di quell’uomo: un cuore che si fida di lui, si affida a lui. Per bisogno certamente, ma d’altronde a chi ci affidiamo quando abbiamo bisogno?

Il bello è che pure Gesù si meravigliò. È tale la sorpresa anche per Cristo da fargli pronunciare una frase che gli causerà molti nemici: In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Neanche in Israele!

Come dire: nessuno ha il monopolio della fede. Commentava così p. Turoldo di cui ricordiamo oggi i 30 anni della morte, Nessuno è proprietario di Dio, nessuno può avere l’esclusiva dello Spirito.

E allora chiediamoci chissà dov’è oggi la fede. Chissà chi è che crede. Perché se Gesù riconosce come credente – e che credente – uno che appartiene a un’altra religione… allora dobbiamo davvero aprire gli occhi e cambiare il modo di cercare la fede.

Anzitutto abbandoniamo lo sguardo volto all’indietro, tanto nostalgico quanto sterile, proprio di chi è rimasto schiavo di un’età dell’oro che non è mai esistita, neanche per la fede, di un tempo idealizzato, affatto reale.

La cosa necessaria per noi, che facciamo diagnosi affrettate e stabiliamo indagini sociologiche a buon prezzo, è sapere vedere la sottile domanda, l’inquietudine nascosta nelle vite delle persone, nelle vicende della vita. Quegli appelli espressi magari grossolanamente, oppure indecifrabili a prima vista che affiorano nelle coscienze delle persone.

La tentazione di contarci, di misurarci, di cercare il peso specifico della massa cattolica è diabolica: mentre assecondiamo il nostro orgoglio – perché anche se religioso è pur sempre orgoglio – non siamo attenti e tantomeno siamo disposti a riconoscere quei semi dello Spirito di cui ci parlava il Concilio[1], ovvero di quelle strade e di quei percorsi che nelle varie vicende umane e nelle altre religioni diventano modi in cui il Signore conduce a sé generazioni e generazioni.

Sapessimo riconoscere i germogli dello Spirito di Dio nell’arte, nella musica, nella poesia… molte volte ci imbattiamo in un linguaggio spirituale capace di dare forma a ciò che forma non ha perché abita dentro le emozioni, i sentimenti, i pensieri che non seguono i canoni religiosi in senso stretto, non parlano il linguaggio degli addetti ai lavori.

Un cristianesimo d’avanguardia capace di stupirsi, di meravigliarsi. Un cristianesimo d’avanguardia in grado di lasciarsi sorprendere, certo con il necessario discernimento per riconoscere l’amore di Dio che non smette mai di essere generativo, nuovo.

La pagina di Vangelo ha qualcosa da dire anche a coloro che si trovano a constatare con grande amarezza: Non si prega più come prima!

Osserviamo il centurione, un militare che aveva un servo malato e paralizzato che soffriva terribilmente. Il suo servo, capite. Aveva un rapporto con le persone di servizio, col suo attendente di cura, di premura. E siccome è malato chiede a Cristo di fare qualcosa. Notate che la gente che va da Cristo è ebrea, eppure la preghiera più bella la fa lui, un pagano: Signore io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.

La preghiera nasce dal bisogno, anche se per il centurione un servo valeva l’altro, invece si prende cura di quella persona e nella sua preghiera a Cristo dice la fede nella potenza della Parola di Gesù. Basta, non occorre che tu venga, basta che tu dica la Parola.

Ed è interessante cogliere come il centurione sia arrivato a riconoscere la potenza della parola, a partire dalla sua esperienza, perché anch’io, dice, sono un uomo sottoposto a un’autorità (devo obbedire alla parola del mio superiore) e anche altri sono soggetti a me e devono obbedire alla mia parola.

Se io ho una potenza simile, dice lui rivolto a Gesù, immaginarsi la tua Parola che comanda la vita.

Una preghiera semplice, ma intensa: Signore non sono degno, non merito proprio nulla, non dovrei neanche permettermi di domandarti qualcosa, tantomeno di sedermi alla tua tavola. Basta una tua parola. La tua parola basta.

Una preghiera che non è la stanca ripetizione di formule, ma che attinge alla sua esperienza di vita. Una preghiera che, anche se noi non ci pensiamo nemmeno più, la chiesa ha fatto sua e l’ha messa sulla bocca di ciascuno di noi ogni volta che ci accostiamo alla comunione: Signore non sono degno.

Nel momento culminante e intenso della celebrazione, pensate un po’, facciamo nostre le parole di un pagano. E noi le diciamo e non ci pensiamo neanche, ricadiamo sempre nell’abitudine.

Eppure non dovremmo dimenticare che la nostra preghiera è la preghiera di un pagano, di uno straniero, di un militare.

Allora, proprio come suggeriva p. Turoldo, l’esame di coscienza nella celebrazione andrebbe fatto a questo punto, dopo aver ascoltato la Parola, perché l’esame di coscienza lo facciamo sulla Parola e non sui nostri sensi di colpa.

Così oggi possiamo chiedere al Signore di perdonarci se non abbiamo rispettato lo straniero, uomo e donna di altra cultura, di altra fede, di altra religione: se non l’abbiamo pensato come sorella e fratello che cerca anche lui il Signore, ma lo abbiamo guardato con presunzione. E così facendo abbiamo manipolato la sua Parola, l’abbiamo travisata con i nostri comportamenti e atteggiamenti.

Possiamo inoltre chiedere perdono perché non abbiamo saputo meravigliarci dei semi di Dio sparsi nelle storie, nelle vite, nei cuori delle persone che incontriamo, come anche nella poesia, nella musica, nell’arte.

Abbiamo invece preferito indugiare al lamento, allo scoraggiamento… e così facendo abbiamo dimostrato di avere poca, pochissima fede. Il vangelo di Gesù non esclude, non umilia, non opprime, non scarta proprio nessuno.

Per questo forse Cristo si meraviglierà ancora oggi di trovare qualcuno che crede. Lo diceva p. Turoldo – oggi perdonerete la ridondante citazione ma ho un debito di profezia con lui –: Nel mentre si cerca Dio… si viene a scoprire l’uomo, come immagine di questo Dio invisibile che non si raggiunge mai, perché sta nella profondità della nostra coscienza.

Quello è il cielo dove si nasconde Dio. E non è tanto la religione che ci salva, quanto la fede.

La religione rischia di fare Dio su propria misura, mentre la fede fa me stesso su misura di Dio[2].

Preghiamo allora insieme perché anche noi possiamo un giorno essere talmente capaci di fede da far meravigliare Cristo stesso.

(Mt 8, 5-13)

 

[1] Ad gentes 11; Lumen gentium 16; Nostra aetate 2)

[2] Turoldo, Cammino verso la fede, p.139.