Non ci deve sembrare troppo facile rispondere alla domanda di Gesù: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Perché allora significa non aver capito proprio nulla della parabola dei due figli.

Ora, ammesso che grazie a una certa frequentazione del Vangelo sappiamo cosa sia la volontà del Padre, ma l’insistenza di Gesù sul fare in qualche modo mette in evidenza il rischio e il pericolo di vivere la fede astrattamente, a parole, in teoria. Questo non vuol dire allora che conta solo il fare e di conseguenza disprezzare il pensiero e la riflessione, tutt’altro. Non solo la storia del pensiero cristiano ha un passato di cui dobbiamo essere consapevoli, anzi dobbiamo ancora continuare a riflettere e a pensare per tenere insieme la vita e la fede, le sfide di oggi e il credo di sempre.

Altra cosa è l’astrazione, la concettualizzazione. Credo che possa essere sufficiente citare un esempio tra i tanti, il catechismo dei bambini è diventato una specie di scuolina, un trasferimento di nozioni con schede, gomma e matita. Già la scuola ha i suoi problemi e non da oggi. Basti pensare all’idea di McLuhan della classe come “prigione senza sbarre”, cui lo studioso canadese contrapponeva l’idea della “città come aula”, vale a dire imparare per uscita e immersione nella concretezza, appunto.

Essere concreti non è fare qualcosa di pratico a tutti i costi. La radice etimologica dal latino cum – crescere è piuttosto lo sforzo, opposto all’astrazione, di tenere insieme una vita frammentata, una vita tirata di qua e di là per cui la risposta ad esempio non potrà essere quella della forma appunto astratta del catechismo, ma quella di creare occasioni, esperienze, testimonianze di aver imparato ad abitare la tensione tra lo spirituale e il corporale, tra il mondano e il divino, tra il personale e il comunitario, la preghiera e l’azione, la riflessione e la prassi, l’io e il noi…[1]

Concretezza quindi come unità della persona nelle sue aspirazioni, nei suoi desideri, nei suoi valori… Gesù conosce bene come siamo fatti: ora siamo il primo figlio, vivo, reattivo, impulsivo che prima di aderire a suo padre prova il bisogno imperioso, vitale, di fronteggiarlo, di misurarsi con lui, di contraddirlo perché non vuol far nulla di servile.

Ma siamo anche l’altro figlio che dice “Sì, signore” e però non fa niente, come un adolescente immaturo che obbedisce formalmente ma nel suo cuore vuol fare la sua propria volontà, non quella del Padre. Ricordate la parabola della casa costruita sulla roccia e quella costruita sulla sabbia? Ebbene dov’è la stabilità? Non chi dice: Signore, Signore… ma chi fa la volontà del Padre. Ecco ritorna il l’invito alla concretezza.

Allora per noi emerge un primo grande interrogativo: sto lavorando nella vigna? Sto lavorando per il bene comune, per la comunità, per l’umanità? Perché la vigna non è solo la chiesa, la vigna è la storia umana dove troviamo tanti filari di vite, diversi e originali, ma tutti dono di Dio.

Isaia ha cantato il cantico della vigna, che è l’inno d’amore di Dio per il suo popolo, ma che è anche un attestato di delusione!

Infatti si aspettava frutti di giustizia, di amore e di pace da quella vigna che lui ha tanto curato ed ecco invece violenza, odio, oppressione. Il Signore aspettava rettitudine e rispetto, invece ecco oppressione e disprezzo dei poveri.

Come vedete i problemi ritornano e questa parola ci mette davanti alle nostre responsabilità per chiederci non soltanto quali frutti porto io, ma per chiederci anche quali sono i frutti della vigna che è la Chiesa in America, in Europa… frutti di giustizia, di rispetto, di amore?

Non ci deve scandalizzare che ci sia tutta una fronda anche tra i cristiani all’interno della Chiesa refrattaria all’imperativo di Gesù di fare la volontà del Padre, così come papa Francesco infaticabilmente continua a chiedere, e che rimane incistata sull’astrazione.

I cardinali Brandmüller e Burke pochi giorni fa hanno scritto una lettera a tutti i cardinali, esprimendo la loro profonda preoccupazione per la minaccia che rappresenta per l’intera Chiesa il Sinodo sull’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel prossimo mese di ottobre[2]. La preoccupazione più grande di questi eminenti porporati è che, a fronte della crescente penuria di preti di cui soffre la Chiesa, il Sinodo possa permettere l’ordinazione presbiterale delle donne o in alcuni casi possa abolire la legge del celibato.

A loro dire queste questioni sono di una gravità equiparabile niente meno che ai dogmi fondamentali della cristologia, che la Chiesa ha dovuto risolvere nei concili ecumenici dei secoli IV e V.

Ma davvero i due problemi più preoccupanti, che in questo momento ha la Chiesa, sono la possibile ordinazione presbiterale delle donne o l’ipotetica abolizione del celibato dei preti? E non è più preoccupante il fatto che migliaia di cristiani non possano fare la comunione per la semplice ragione che non hanno preti che possano celebrare l’Eucaristia?

Cos’è fare la volontà del Padre oggi? Cosa significa portare frutti per la vigna del Signore? Rimanere astrattamente legati a modelli del passato o interrogarsi profondamente come essere testimoni del Vangelo qui e ora?

E per dire che non è cosa di poco conto, Gesù fa un’affermazione scandalosa: continuate a vivere così la vostra fede in astratto e parallela ai problemi del mondo e succederà che i pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti nel regno di Dio! E non credo l’abbia detto per dire un paradosso, l’ha detto perché è vero.

Non perché i pubblicani e le prostitute facciano la volontà di Dio… sono peccatori, è chiaro, non è bene fare il pubblicano, non è bello imbrogliare il prossimo e tantomeno fare la prostituta: è chiaro che è sbagliato!

Mi è stata fatta una domanda curiosa l’altro giorno. La questione postami era questa: Ma non è che certi preti e vescovi predicano scendendo a compromesso con le verità della morale cristiana perché così hanno più seguito, stante il fatto che le chiese sono sempre più vuote? Non è che oggi non ci si scaglia più contro il peccato, non si predica più con la veemenza d’un tempo contro certi comportamenti immorali… pur di avere un po’ di seguito e così ci si è fatti più accondiscendenti e molli?

Ovviamente possono essere tante le risposte alla questione, ma guardiamola dalla prospettiva della parabola. La differenza tra i due figli è evidente per il loro agito, tuttavia c’è qualcosa di più profondo che li distingue.

La simmetria narrativa dei due figli, dei due fratelli, viene interrotta da un verbo che viene riferito solo al primo dei due, del quale si dice che dopo aver detto non ne ho voglia, si pentì. Si ravvide, rientrò in sé stesso, così come fecero i pubblicani e le prostitute alla predicazione del Battista, dice Gesù.

Questo è anche il verbo che Matteo riserva a Giuda il quale, dopo aver venduto Gesù, si pentì (27,3) e andò a riportare le trenta monete che i Sacerdoti gli avevano dato come ricompensa per averlo tradito.

Pentirsi significa cambiare modo di vedere il padre e la vigna: la vigna è molto più che obbedienza sterile e subita, è molto più che fatica e sudore, è il luogo dove è racchiusa una profezia di gioia, perché il frutto della vite è il vino, capace di riempire di gioia tutta la casa.

In un cristianesimo dell’astrazione è chiaro che dominano i principi, le leggi e le norme. Sono queste che fanno il primato dell’ortodossia, ma l’ortoprassi? Il fare la volontà del Padre qui e oggi è molto più sfidante e ‘pericoloso’!

Se ciò che conta davvero è la volontà del Padre, sappiamo da Gesù e dalla sua vita, dalle sue parole e dai suoi gesti che il Padre vuole la vita, la sua volontà è la fioritura piena della vigna che è la vita nel mondo. La sua volontà è una casa abitata da figli liberi e non da servi sottomessi.

Ecco il vangelo che ancora fa scandalo per chi vorrebbe un Dio astratto e leguleio, ma il Padre non rinchiude nessuno nei suoi ergastoli passati, nessuno. Ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia anche in me, in tutti noi, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi.

In una vigna così il testimone non è l’uomo perfetto che non sbaglia mai. Piuttosto chi sa trasmettere ciò che ha scaldato il proprio cuore, ciò che ha visto con i propri occhi. Ciò che ha attraversato la sua carne e ha cambiato la sua vita. E allora a quel punto non può più non parlarne, anche senza parole. E non per dettare regole, ma per trasmettere vita.

Come scriveva M. de Certeau: “Forse è questo il destino dei testimoni: non comportare alcun imperativo particolare, solamente aprire delle possibilità, renderle necessarie senza definirle, e operare attraverso ricadute ancora imprevedibili”.

 

(Is 5, 1-7; Mt 21, 28-32)

[1][1] Cf Mauro Magatti, La scommessa cattolica, 2019

[2] www.religiondigital.com