//«Come uno parla con il proprio amico»

«Come uno parla con il proprio amico»

(Es 33,7-11; Gv 9, 1-38b)

Dopo aver ascoltato il racconto della guarigione del cieco nato e di Gesù che nel vangelo di oggi dice di sé: Io sono la luce del mondo, vorrei invitarvi a ripensare a un segno molto discreto che compiamo nel rito del battesimo dei nostri piccoli, ed è quello di una candela che, accesa al cero pasquale, viene affidata alla famiglia.

Indubbiamente l’esile candela appare come un segno assolutamente insufficiente se ripensiamo alle parole del Cristo. In che senso una candela, ma anche un cero pasquale – come quello che accenderemo nella veglia pasquale – possono essere segno della luce del mondo?

Il mistero è dentro il segno stesso per dire l’anima del mondo, della storia, della vita, ed è che la candela quella vera – e non quelle di plastica diventate ormai solo ornamento – fa luce nel mentre si consuma. Se non si consumasse su se stessa non darebbe luce.

Quando Gesù afferma di essere la luce del mondo, probabilmente aveva ancora negli occhi il riverbero potente delle luci che in quelle sere abbellivano Gerusalemme. Torce, bracieri, candelabri posti sulle mura del tempio illuminavano fantasticamente la città santa…. Gerusalemme era in grande festa. Era la festa delle Capanne (Sukkot) nella quale ancora oggi il popolo ebraico ricorda il cammino di Israele nel deserto.

La prima lettura ci ha riproposto il momento in cui Mosè e la sua gente si fermavano e innalzavano le tende/capanne per riposare e per ripararsi… Tra queste tende ce n’era una speciale, chiamata la tenda del convegno, dove Mosè si intratteneva con Dio e dialogava con lui come uno parla con il proprio amico.

Ora che Gesù si intrattenga a parlare con un cieco, che lui il Figlio di Dio, come dice nella conclusione, sia colui che parla con te, è davvero inaudito. No, non è possibile: Dio non farebbe così! E no, dicono coloro che ci vedono bene. Dio castiga i malvagi e premia i buoni, se a uno succede qualcosa di male nella vita, in fondo se lo merita, è la punizione di Dio.

Non ci sembri troppo lontana questa considerazione dal nostro modo di ragionare. Certo forse non siamo a livello di quei rabbini che distinguevano quattro tipi di persone da considerarsi alla stregua dei morti viventi: il povero, il cieco, il lebbroso, lo sterile (Nedarim 64 A). Per persone così non c’è futuro: sono castigati da Dio.

Magari non siamo così categorici, ma in fondo anche noi ci troviamo a credere che non sia possibile che crolli un punto fermo della storia del mondo: ovvero che Dio è giusto! E la sua giustizia si traduce nell’assicurare ad ogni giusto della terra che le sue fatiche non resteranno senza una giusta ricompensa… come è altrettanto evidente che le disinvolture dei peccatori ricevano la giusta punizione. Cioè, occorre che un cieco resti cieco, perché Dio resti Dio. Perché se un cieco che era sempre stato cieco torna a vedere, che ne è di Dio e di tutti i giusti che proprio in quella giustizia confidano?

Gesù sorprende tutti squarciando queste tenebre terribili.

Giovanni lo racconta con profonda ironia: e se non fosse proprio così, sembra dire Giovanni, e se non fosse così chiaro? Anzi, se dovesse accadere al cieco, considerato peccatore per il fatto stesso di essere cieco, quello che accadde a Mosé nella tenda del convegno, ovvero di trovarsi a parlare faccia a faccia con il Figlio di Dio proprio come uno parla con il proprio amico?

Gesù è luce del mondo nel momento in cui mostra il volto luminoso di un Dio amico dell’uomo. Gesù che si dona e rende accessibile il volto dell’Eterno, è come quella candela che consumandosi su sé stessa illumina. Dio che cerca l’uomo appassionatamente, l’Eterno che attende con pazienza che torniamo dai nostri stolti viaggi e che impariamo ad abbandonarci fiduciosi in lui… ecco la luce che brilla dal di dentro, che brilla nella nostra povertà e nella nostra fragilità.

Ogni giorno siamo nella condizione di misurarci con le nostre cecità, con i nostri occhi che non riescono a vedere un futuro, a vedere il bene, a vedere l’amore. Forse perché facciamo fatica a riconoscere che il proprio dell’occhio dell’uomo è il velarsi, perché solo il velo può custodire ciò che totalmente «s-velato» renderebbe ciechi anche per smania di potere.

Quante volte in seguito a una delusione, a un’incomprensione, a un dolore le lacrime sono venute agli occhi come a velare il senso di quello che facciamo e di quello che siamo. Non voglio fare del dolorismo, né indulgere alla depressione, perché anche un eccesso di gioia, un’emozione intensa rendono opaco lo sguardo sulle persone e sulle cose.

Ma proprio per questo sarebbe da comprendere se davvero le lacrime impediscono di comprendere o se invece nel loro velare svelano, come scrive Derrida che ha delle pagine stupende in proposito.

Il velarsi della vista è un’esperienza di depotenziamento, di fragilità, di impotenza. Eppure solo in questo spossessamento di sé, in questo distacco da ogni forma di potere – come può essere lo stesso sguardo – l’umano può giungere alla comprensione di un’essenza più intima di ogni potere e di ogni dolore.

Lo sguardo velato di lacrime ci fa andare al di là del vedere e del sapere, avvicinandoci alla essenza delle cose.

Solo gli occhi umani possono piangere … questi occhi che piangono, queste lacrime che vedono (Andrew Marvell).

Arrivati lì, allora forse ci sarà dato di parlare con Dio come uno parla con il proprio amico. Ed è un dono di luce.

 

2018-11-13T16:25:03+00:00marzo 18th, 2012|Omelie (vedi tutte) >|