//Come una «jônâ»

Come una «jônâ»

Dobbiamo abbandonare lo schema mentale che ci viene dalla tradizione per la quale dopo la nascita di un nostro figlio procediamo al suo battesimo: celebrare oggi il battesimo del Signore non è in questa linea di pensiero, piuttosto vogliamo accogliere questa ulteriore epifania di Gesù, questa sua manifestazione al Giordano.

Perché questa pagina di vangelo diventi per noi una parola di fede abbiamo bisogno dunque di superare il rischio di una certa cristallizzazione delle immagini evangeliche che le riduce a un quadretto lontano, relegate al culto; la cristallizzazione appunto di un’idea che non palpita e non vive più sulle coordinate dei nostri tempi e delle nostre vicende.

Che nel vangelo si dica che il cielo si apre, lo Spirito scende come colomba e la voce di Dio si rivolge a Gesù per dirgli: tu sei il figlio mio l’amato, in te ho posto il mio compiacimento, in te ho compiuto il mio progetto … tutto questo ci dice che succede qualcosa di particolare, che c’è un cambiamento. E il fatto che siamo non in un luogo qualsiasi, in un fiume qualsiasi, ma sul Giordano questo ci ricorda un altro passaggio, quello del popolo che veniva dalla schiavitù d’Egitto e che una volta attraversato il Giordano si sentì finalmente a casa, nella terra della libertà.

Ma in che cosa il battesimo è per Gesù un passaggio? Se per noi può essere il passaggio dal peccato al perdono, perché veniamo lavati dalle nostre colpe, Gesù però non aveva peccati di sorta da lavare, dunque che cosa si manifesta al Giordano, di che cos’è epifania il suo battesimo?

Al Giordano dopo che Gesù si è immerso nelle acque insieme a tutta quella gente, c’è una parola che segna il passaggio, non più solo di un fiume, ma un passaggio della coscienza.

Semplificando potremmo dire che nella religione umana Dio è considerato l’onnipotente: se non obbedisci ti punisce, ti castiga … e come ultima destinazione ti manda all’inferno.

Se invece Dio ti dice: tu sei mio figlio e ti voglio bene al punto che non ti cambierei con nessun altro, allora registriamo un passaggio profondo di coscienza da uno stato di schiavitù a uno stato di figliolanza; è il passaggio fondamentale dalla paura di Dio, all’essere figlio di Dio.

Ed è per questo passaggio che non abbiamo bisogno di andare al Giordano a farci battezzare, come già diceva Tertulliano:  «Non sussiste alcuna differenza fra chi viene battezzato in mare o in uno stagno, in un fiume o in una fonte, in un lago o in una vasca, né c’è alcuna differenza fra coloro che Giovanni battezzò nel Giordano e Pietro nel Tevere!» (De baptismo).

Perché chi viene battezzato in Cristo, partecipa al suo battesimo e diventa figlio, come lui, dell’Eterno, secondo quanto scrive Paolo nella seconda lettura: Per mezzo di lui (Gesù) possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito. Così voi non siete più stranieri … ma familiari di Dio.

Allora non possiamo più avere paura di Dio, perché in Gesù anche noi siamo restituiti alla coscienza di figli. Cristo ci dà una grossa responsabilità, non un potere. Se Gesù cercava il potere per sé e per noi doveva andare in un altro posto, non sulle rive del Giordano. Immergendosi nel fiume ha rinunciato a tutti i poteri per darci questa coscienza di figli di Dio. Essere cristiani significa portare ovunque questa nuova coscienza.

Nel senso che se il Cristo è una qualità che deve scendere nella nostra coscienza, ogni giorno saremo impegnati a trasfigurare il nostro egoismo, le nostre paure, le nostre idee limitate e meschine, sarà un continuo immergerci nel modo di pensare di Cristo, di amare di Cristo.

Questo è difficile. Preferiamo avere di Cristo un’immagine cristallizzata e talvolta come quella di un fossile: bella da guardare … ma Cristo vuole altro: chiede che le nostre vite si dilatino alla misura del suo amore, del suo modo di stare al mondo.

Siamo discepoli non perché recitiamo il Credo o perché aderiamo a tutti i dogmi della nostra santa madre Chiesa, ma perché trasformiamo la nostra coscienza nella coscienza di Cristo.

Essere cristiani significa essere di Cristo nelle cose ordinarie, essere veri uomini, donne, padri, madri, figli …

Quando qualcuno di voi che è insegnante lunedì torna a scuola, dica a se stesso che ogni alunno che ha lì davanti è un figlio di Dio, che è un germe di vita eterna che non può essere profanato da pregiudizi, da superficialità, o addirittura da ignoranza e prepotenza.

Quando, dopo la celebrazione, tornate a casa in famiglia e ritrovate il figlio che vi ha fatto arrabbiare, perché è un periodo che è ribelle e non vi ascolta … guardatelo come figlio di Dio anzitutto: cosa il Signore sta facendo con lui e per lui. Forse la sua ribellione nasce dal fatto che sta cercando la strada della sua libertà, del suo crescere e non ce l’ha con voi …

Così, se di tuo marito o di tua moglie non sopporti più un certo modo di fare … guardala, guardalo come la guarderebbe Cristo. Avviciniamoci a tutti coloro che incontriamo con la consapevolezza che dentro a ognuno c’è una luce divina che deve crescere e che cresce soltanto quando viene circondata dalla cura dell’amore e del rispetto e che se invece è circondata dal pregiudizio, dalla superficialità, dalla fretta (per non dire dal razzismo o dalla discriminazione) allora non meravigliamoci se nascono e fioriscono tristezza, sconforto, amarezza e addirittura ingiustizie e violenze.

La coscienza di Cristo diventa la nostra coscienza quando portiamo l’amore, ed è l’amore che cancella i peccati, riconcilia le cose divise, fonde i cuori induriti. Se non portiamo questa coscienza, l’uomo rimane nella sua durezza e aridità, non c’è né speranza né futuro per il nostro mondo.

Abbiamo bisogno che lo Spirito continui a scendere sulla nostra umanità come una colomba. Perché come una colomba?  S. Ambrogio risponde: «Perché la grazia del battesimo richiede la semplicità, affinché siamo semplici come colombe. La grazia del battesimo richiede la pace, quella pace che, nell’antico simbolo, la colomba portò un giorno a quell’arca che sola non fu travolta dal diluvio» (Dall’ Esposizione del vangelo secondo Luca).

 Colomba in ebraico si dice jônâ, che è anche il nome di quel profeta che non voleva saperne della misericordia di Dio per Ninive. Giona infatti fece di tutto per evitare la città pagana, la grande capitale dell’Assiria.

La colomba dice che lo Spirito di Dio è semplicità, è pace, ma dice anche il desiderio di Dio di arrivare a tutti, anche ai più lontani da lui. La colomba dice la misericordia dell’Eterno che vuole giungere anche nelle periferie di coloro che sono più distanti dai templi, dalle chiese, dalle religioni perché tutti gli uomini sono figli amati da lui. Lui ama anche quelli che noi non amiamo e che non riusciamo ad amare.

Questa è la grazia del battesimo: se io sono figlio di Dio in Gesù, se tu sei figlio, se lui, se lei è figlia di Dio … allora il battesimo «non è il segno di nuove caste o di spirituali razzismi, è l’abbattimento del muro di ogni separazione, perché si faccia di tutta l’umanità una sola ecumene» (Turoldo).

Il battesimo è dunque una grazia, ma è anche una responsabilità, perché se siamo figli di Dio per grazia dell’Eterno, allora siamo anche fratelli fra di noi e di fronte anche a  quanto accade in Calabria, in questa pagina triste della storia del nostro paese, non possiamo eludere la domanda antica che suscita la nostra responsabilità: «Dov’è  tuo fratello?» (Gen 4,9).

 (Is 55, 4-7; Ef 2, 13-22; Lc 3, 15-16.21-22)

2018-11-13T16:21:13+00:00gennaio 10th, 2010|Omelie (vedi tutte) >|