//Come un tarassaco

Come un tarassaco

Non è per anticonformismo, ma proprio non vorrei più usare questo titolo per Gesù: Re dell’universo. Non solo perché suona odioso, arcaico, fuori luogo soprattutto stando sotto la croce, sulla quale avevano appeso quel titolo come parodia, come presa in giro. Ma anche perché, se ripercorriamo la vita di Gesù, non è che lui sia andato a cercarsi un titolo del genere, né ha fatto qualcosa per diventarlo. Anzi.

A Pilato che gli chiedeva se fosse lui il re, Gesù rispose: Tu lo dici! (Lc 23,3), come a prendere le distanze da un titolo che proprio non c’entra nulla con la vita che fatta finora! Da quando un re si interessa dei poveri, dei malati, dei lebbrosi, delle prostitute, degli sfigati?

Come se non bastasse, durante l’ultima cena ai discepoli che discutevano tra loro chi fosse il più grande, per tutta risposta Gesù rispose: I re delle nazioni le governano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori… Voi però non fate così! (Lc 22,24-25).

Voi però non fate così. Perché invece non solo facciamo così, che vogliamo fare i grandi, ma arriviamo a usare la croce come strumento contro qualcuno, operando uno svuotamento di significato? Perché Gesù sulla croce è stato inchiodato e non l’ha brandita nemmeno da risorto come strumento per fare giustizia.

Perché arriviamo al punto di usare la croce contro qualcuno, come se la nostra identità di discepoli e di cristiani avesse bisogno di una bandiera e non di una vita come quella di Cristo capace di amore?

In realtà, dobbiamo riconoscerlo, è una storia vecchia. C’è una manciata di secoli che turba ancora il sonno degli storici: è il periodo che va dalla cosiddetta conversione di Costantino, passa per la dissoluzione dell’Impero romano d’Occidente e arriva alle soglie dell’età feudale. Si tratta di un’epoca cruciale, perché nell’arco di quei pochi secoli la civiltà greco-romana passa dai sacrifici a Giove e Giunone al culto di Cristo.

E il passaggio non è stato indolore. Tra il IV e V secolo molti templi pagani furono rasi al suolo, opere d’arte distrutte, comprese diverse sculture del Partenone e i resti della più grande biblioteca del mondo, quella di Alessandria. Un numero incalcolabile di rotoli e libri di filosofi e di matematici venne bruciato; ad esempio i lavori di Democrito, il padre della teoria dell’atomo, andarono totalmente perduti. Se nel III secolo a Roma c’erano ventotto biblioteche pubbliche e altrettante private, alla fine del IV secolo, come osserva uno storico del tempo, erano diventate come tombe, perennemente chiuse. Tutto in nome della croce!

Costantino che aveva ucciso la moglie (pare l’abbia fatta bollire in una vasca da bagno a causa di una tresca con il suo figliastro), in un improbabile sogno nell’ottobre del 312 vide riflessa in cielo una croce destinata – secondo le parole della visione – a garantirgli la vittoria e così decise di disegnarla sugli scudi.

La croce da simbolo del giusto ingiustamente crocifisso, segno dell’amore crocifisso diventa simbolo di potere, di coercizione, di violenza. Quando invece la croce di Gesù segna il fallimento della violenza, la croce non è il fallimento di Dio, ma il fallimento del potere della violenza.

Gesù scelse di morire piuttosto che scendere a patti con la violenza per dischiuderci un’enorme possibilità, per dirci che non siamo né buoni né cattivi per natura, tra queste possibilità contraddittorie a noi è data la responsabilità di scegliere la via della convivenza e della pace.

I soldati sono lì sotto la croce a testimoniare quello che pensiamo tutti: l’uomo è per natura violento, è un animale, così che il più forte vince sul più debole. Parrebbe essere la legge dell’evoluzione della specie. Ma gli animali non fanno la guerra e poi non siamo soltanto animali. A differenza loro abbiamo una cultura umana che ha la capacità di plasmare e di trasformare l’aggressività che ci abita.

L’uomo non ha la violenza cablata nel cervello! Ma la testa, come le mani e i piedi possiamo decidere noi se devono essere usati per crocifiggere o per abbracciare… Essendo il cervello la base fisica della nostra intelligenza ci mette nelle condizioni di pensare a ciò che vogliamo fare e a come lo vogliamo fare.

Sul frontespizio del foglietto trovate un’opera di Marc Chagall dal titolo «Crocifissione bianca» (1938). C’è un fascio di luce che avvolge il giusto crocifisso intorno al quale la storia sembra scorrere come ieri, come oggi e come potrebbe essere domani. Un villaggio che va a fuoco, un battello di profughi, altre figure, in primo piano, che cercano di salvarsi quasi come per uscire dal quadro. Personaggi in divisa militare, rabbini piangenti e una donna che fluttuano nella fredda oscurità dello sfondo in alto a sinistra… Una storia che drammaticamente si ripete.

Come sapete, l’autore di quest’opera è ebreo e Chagall vede nel crocifisso la passione del profeta degli ebrei e del Dio della cristianità morto come uomo, vede un’icona universale piantata nel cuore delle violenze e delle crudeltà della storia umana, che è nella storia umana un punto di non ritorno.

Se ogni gesto di violenza sortisce l’effetto valanga, così che da una violenza si genera altra violenza e altro odio… In Gesù, l’odio non produce altro odio, la violenza non produce altra violenza, il tradimento non produce altro tradimento. Gesù non ha altre armi se non l’amore per cui rispondere al male con il bene.

Agli occhi dei più appare un discorso debole, eppure uccidere Gesù è stato come cercare di distruggere un tarassaco soffiandoci sopra, è come spaccare un sole in milioni di frammenti di luce.

Anche ai nostri giorni alcuni usano la croce contro gli altri, contro gli infedeli, contro altre civiltà. Vigiliamo e siamo attenti perché sulla croce Gesù ci è salito per unire e non per dividere. Quando la croce viene ridotta a oggetto, allora operiamo un tradimento peggiore di quello di Giuda, perché usata come strumento genera violenza, odio, cattiveria.

Ci si sorprende nel vedere intorno a noi crescere odio e violenza… Talvolta sembra che tutti siano nemici di tutti e l’odio va montando nelle nostre case, nelle scuole, nei luoghi pubblici… sembra che siamo impegnati a dare il peggio di noi stessi, come civiltà. Eppure come diceva un grande non violento “La nonviolenza è il punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata” (Aldo Capitini).

Sovvertire una società inadeguata è possibile se scegliamo la via percorsa da Gesù, quella della non violenza. Solo così si rinnova il mondo, se qualcuno comincia, se qualcuno si mette in gioco. Non è che chi è innamorato per vivere l’amore, aspetta che gli altri si innamorino. Chi si guarda sempre dietro prima di muoversi, si muoverà sospinto dagli altri e senza sapere dove va a sbattere.

Teniamo in noi, come scrive Paolo ai cristiani di Filippi, gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (2,5). Al dilagare dell’odio, della discriminazione e della violenza… Opponiamo una resistenza intelligente: abbiate tra di voi gli stessi sentimenti di Cristo! Fermiamo la valanga del male, della violenza e dell’odio… fermiamola come ha fatto lui.

Chagall alla croce appoggia delicatamente una scala, una scala che piantata a terra si appoggia alla la luce del crocifisso: è come se dal Cristo scendesse sulla terra un poco di quella luce, quasi un monito per noi a non pensare che un bel giorno ci sveglieremo e troveremo che il mondo è cambiato senza di noi, mentre dormivamo! Gesù che ha aperto la via ci dice: Se vieni dietro a me si può passare soltanto da qui.

A Gesù fanno del male, lo fanno soffrire e lo fanno morire, ma non riescono a farlo diventare malvagio come loro!

Ecco è questa grazia che domandiamo oggi: non accettare che la violenza, l’arroganza e la prepotenza siano leggi ineluttabili. Come diceva il malfattore che prega: Gesù, ricordati di me. Di fronte al male, di fronte all’odio, al razzismo, all’indifferenza… Gesù ricordati perché è difficile, è dura fare come fai tu.

Questa è la strada per non ridurre la terra a un campo di battaglia, ma perché rimanga ancora un poco come un giardino. Cosa risponde il Signore alla preghiera del malfattore? Oggi sarai con me nel paradiso. Il paradiso è letteralmente il “giardino” e possiamo intenderlo come appunto la responsabilità che abbiamo di non ridurre la terra a un campo di concentramento, perché Dio non l’ha pensata così, ma fin dall’inizio l’ha pensata come un’oasi di pace e di giustizia. E quindi c’è una dimensione che ci riguarda oggi e riguarda il nostro impegno sociale, culturale, politico e pedagogico. Cosa insegniamo ai nostri figli, ai nostri nipoti? È possibile un mondo diverso? Oppure ci rassegniamo a un futuro pieno di armi, di prepotenti e di arroganti?

E poi c’è il giardino che è l’amicizia con Gesù che attraversa anche la morte: Oggi con me sarai nel paradiso. Con me, perché stare con Gesù è entrare in una vita che non muore mai. A me sembra che la bellezza dell’amicizia di Gesù valga anche solo per questo: non entri da solo nella comunione con Dio, ma entri «con me». La morte è soglia: fa passare nella vita divina, nell’intimità di colui che è vita, in Dio.

Sostiamo qualche minuto in silenzio contemplando la croce che è sospesa sopra di noi: preghiamo perché non abbiamo mai ad usarla contro gli altri, preghiamo perché abbiamo a non rassegnarci alla violenza, preghiamo perché il Signore ci aiuti a essere cittadini responsabili del giardino dell’umanità, con la non violenza, la mitezza e l’amore.

(Is 49, 1-7; Fil 2, 5-11; Lc 23, 36-43)

2018-11-12T09:58:49+00:00novembre 11th, 2018|Omelie (vedi tutte) >|