Nel Vangelo Gesù non prende mai l’iniziativa a partire da un’idea, da una dottrina, da un principio astratto. L’atteggiamento di Gesù è quello di ascoltare e accogliere il grido delle persone che gli vengono incontro. Oggi abbiamo ascoltato un passo di Matteo tratto dal cap.8: in quel capitolo Gesù, sceso dal monte delle Beatitudini, ascolta il grido di un lebbroso, del servo del centurione pagano e quello della suocera di Pietro. Tre situazioni del tutto marginali per quei tempi: un lebbroso, un pagano, una donna!

L’invocazione del Centurione che si rivolge a Gesù scongiurandolo: Signore il mio servo è in casa a letto paralizzato e soffre terribilmente, è la nostra preghiera oggi che intercede presso Gesù per la società malata, per il mondo paralizzato, per la sofferenza di tanti uomini, donne e bambini.

Signore guarda in che stato siamo: siamo malati, la nostra umanità è febbricitante, non si rispettano i diritti delle persone, non c’è attenzione al povero… siamo pieni di arroganti e di prepotenti. Abbiamo la febbre del denaro, del guadagno, del gioco, dell’azzardo…

La nostra umanità è paralizzata dalla paura e la paura ci comanda e ci fa fare cose assurde, “assurde” in senso letterale, vale a dire cose “sorde” al grido dell’altro, del diverso. Ci rinchiudiamo in noi stessi e siamo senza prospettive.

E poi la nostra umanità soffre terribilmente. C’è tanta sofferenza in giro, pensiamo alla sofferenza degli anziani, dei malati… ma c’è anche tanto disagio dell’anima che è una sofferenza intima e profonda di chi non sta al passo, di chi non è performante e viene lasciato indietro o in disparte. La sofferenza dell’anima di chi non si sente adatto a questo tempo e a questa società, di chi soffre del male oscuro…

Non c’è come l’esperienza del limite che diventa appello, grido, invocazione.

Questo è il primo livello della fede: la coscienza del nostro limite, la consapevolezza della condizione della nostra umanità che fa cessare il delirio di onnipotenza e fa svanire ogni illusione. Invece di abbattersi il Centurione si rivolge al Signore.

E così scopriamo che la fede è nel nostro limite: invece di far finta che non ci sia limite, riconosciamo che il limite è il luogo di incontro, di contatto. Questo è vero con le persone: siamo più vicini quando spogliamo le maschere della prepotenza e dell’arroganza. Siamo più empatici quando sentiamo nostra la sofferenza e il limite dell’altro.

Invece facciamo a gara ed entriamo in competizione quando puntiamo sulle nostre capacità. Così è anche nella fede. Non ci dobbiamo scandalizzare: la fede nasce sempre sul limite, sul confine.

Ma al tempo stesso la fede non si rassegna al limite: il centurione poteva rimanere chiuso nel suo dolore, restarsene in casa e accampare un sacco di pretesti. “Gesù è ebreo e io sono pagano, non mi ascolterà mai. Gesù è di un popolo che io occupo con la forza militare e non mi darà mai retta”.

È sempre facile abbandonarci al lamento, né mancano i motivi: la società è scristianizzata, l’ingiustizia sociale è crescente, la corruzione e le mafie comandano, i poveri diventano sempre più poveri… le chiese si svuotano. E dopo che ci siamo lasciati andare allo sfogo? Trasformiamo piuttosto questo dolore in preghiera, infatti il centurione va oltre l’amara costatazione della situazione.

La fede è consapevolezza del limite, ma al tempo stesso lo contesta e lo fa attraverso il grido e la preghiera rivolti all’Eterno perché noi non siamo fatti per il limite, avvertiamo una sete che il salmo paragona all’istinto della cerva che nel deserto cerca l’acqua per vivere.

Ebbene, cosa risponde Gesù? anzi potremmo chiederci “come” risponde, perché in alcuni codici antichi, ripresi anche dalla traduzione ecumenica della Bibbia (TOB), la risposta di Gesù è posta in forma interrogativa: Io verrò e lo guarirò?

Come se Gesù ponesse una distanza non tanto per il fatto che lui è ebreo e l’altro è pagano, ma per rimbalzare la questione alla fede del centurione. È come se dicesse: guarda che io non sono un tappabuchi! Non è che quando non ce la fai più vieni da me, accendi una candelina, dai l’8permille, fai un pellegrinaggio e chiedi il miracolo! Non è che funziona così, per fare questo non c’era bisogno che venisse sulla terra il Figlio di Dio.

Il centurione è intelligente e coglie al volo la provocazione della domanda, tant’è che le sue parole le facciamo nostre prima di accostarci all’Eucaristia: Signore, non sono degno che tu entri in casa mia, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito!

Certo che non sei un tappabuchi e io non sono degno di te, però ho fiducia in te e nella tua parola. Il centurione ha una fede umile e consapevole e la sua esperienza di militare glielo insegna che in quanto soldato esegue la parola dei suoi generali, così come i suoi sottoposti ascoltano ed eseguono ciò che lui dice.

Umiltà è capire che io non posso, ma che l’Altro può.

Sembra semplice ma non lo è affatto: in fondo l’orgoglio ci fa fare solo le cose che ci riescono, le altre non ci pensiamo nemmeno, le evitiamo perché non sappiamo farle. L’umile invece fa anche l’impossibile, perché crede, perché ha fiducia in Dio.

Quindi se il primo aspetto della fede è riconoscere il bisogno, la consapevolezza del nostro limite, il secondo è l’umiltà che diventa fiducia, altro che disperazione. Di fatti la disperazione è sempre accompagnata dall’orgoglio, mai dall’umiltà.

Ricordate l’umiltà del pubblicano che va al tempio a pregare, l’umiltà della donna che bacia i piedi di Gesù?

Umiltà, oggi è un termine quanto mai desueto nella cultura dell’apparire, dell’effimero e dell’immagine, ma forse proprio per questo siamo rassegnati e non siamo capaci dell’impossibile, siamo appiattiti sull’organizzazione, sullo scontato, sul “si è sempre fatto così”.

Ed è a questa umiltà che veniamo rimandati ogni volta che ci disponiamo ad accostarci all’Eucaristia, quando facciamo nostre le parole del Centurione: Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato.

Anzitutto davanti all’amore di Gesù nell’Eucaristia facciamo una dichiarazione di umiltà: nessuno di noi può ritenersi degno di essere ammesso alla cena del Signore, proprio perché siamo consapevoli del nostro limite. Andiamo all’Eucaristia non come a un premio, ma come a un dono immeritato.

E poi con le parole del centurione facciamo anche una professione di fede nel Signore: crediamo che con la sua Parola ci salva. Davanti all’Eucaristia che il prete ci presenta diciamo la nostra fede nell’efficacia della sua parola, non della nostra. Forse per questo che il Vangelo fa’ dell’ironia e ci propone come modello di fede un pagano e non un credente, si sa, i credenti hanno sempre delle pretese, perché credono di più in quello che fanno loro che non in quello che può fare Dio!

Abbiamo vicino a noi un esempio di umiltà? A chi pensiamo parlando di persona umile?

Ho pensato subito all’incontro avvenuto lunedì scorso 4 febbraio a Abu Dabhi, negli Emirati Arabi Uniti, tra papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

Un incontro che fa pensare ad un evento analogo verificatosi nel 1219, otto secoli fa, tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malil al-Kamil a Damietta all’inizio dell’estate. Si era durante la quinta crociata e i cavalieri dopo aver cercato inutilmente di conquistare Gerusalemme (perduta nel 1187), avevano in mente di porre il blocco navale al delta del Nilo, che era il principale polmone economico di tutto il mondo islamico di quell’area, per poi poterlo scambiare con la restituzione ai cristiani latini della Città Santa.

Francesco vestito di un povero saio di lana non tinta, pieno di toppe e di rammendi, provvisto di un cappuccio, indumento che in arabo si chiama suf: si presenta al sultano come un uomo di Dio, appunto un sufi, uomo umile e pieno di fede. Che cosa si siano detti Francesco d’Assisi e il sultano al-Kamil non ci è dato di sapere, invece conosciamo bene cosa hanno insieme sottoscritto papa Francesco e il Grande Imam Al-Tayyeb: un Documento sulla fratellanza umana, una dichiarazione di portata storica che solo uomini pieni di umiltà e di fede hanno potuto insieme sottoscrivere e indicare all’umanità come cammino da percorrere.

In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani…

In nome dell’innocente anima umana..

In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi…

In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati…

In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza e la pace…

Dichiariamo di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio.

L’invito che vi rivolgo è di dedicare qualche minuto del vostro tempo per studiare questo testo che si presenta come un abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra noi e per vivere come fratelli e sorelle che si vogliono bene.

È il frutto dell’umiltà e della fede di uomini di Dio che vogliamo fare nostro, perché come l’umiltà e la fede del Centurione hanno guarito un servo, vogliamo credere che anche oggi solo l’umiltà e la fede di uomini e donne di Dio possono guarire l’umanità malata d’individualismo, paralizzata dalla paura e sofferente di tristezza.

Impariamo da Gesù: non partiamo dall’idea o dalla dottrina perché questo ci rende arroganti, presuntuosi di possedere la verità e ci conduce inesorabilmente all’intolleranza e alla violenza. Chiediamo l’umiltà e la fede.

(Mt 8, 5-13)