audio 13 giugno 2021

Come può un dono di Dio guastarsi, corrompersi e rovinarsi? Come può l’esperienza d’amore che ora magari riempie la vita, diventare a un certo punto un inferno insopportabile?

La bellezza del dono di Dio si può guastare per tanti motivi. Se escludiamo i motivi più strettamente personali, mi sembra di poter dire che la dominante è data anzitutto da motivi culturali, il dono di Dio si corrompe a causa di una cultura, vale a dire di un atteggiamento maschilista che diventa sistemico nel presupporre la superiorità dell’uno sull’altra; a causa di una cultura fondata sul dominio del modello patriarcale che tradisce la vocazione originaria del camminare fianco a fianco, come racconta la Genesi.

Anche la Scrittura è stata per secoli strumentalizzata e non compresa come rivelazione originaria dell’amore di Dio quale sorgente unica del maschile e del femminile, ma come adattamento di modelli culturali e sociali. Cos’è il sonno, il torpore in cui Adamo è immerso? è un’immagine che vuole rendere ragione di un fatto innegabile: maschio o femmina, io scopro e sento in me un dinamismo di attrazione, quella che noi chiamiamo sessualità, che mi orienta verso l’altro da me, verso un essere umano di sesso diverso.

Questo è un dinamismo che ci trascende, è un mistero di attrazione e di slancio, di curiosità e di interesse, di incanto e di paura che possiamo spiegare scientificamente, biologicamente, ma fino ad un certo punto: il desiderio di amare e di essere amati ci precede, viene prima della nostra volontà e della nostra decisione di amare.

Così pure il gesto curioso da parte dell’Eterno di formare la donna dalla costola dell’uomo. È un gesto bizzarro perché verrebbe da domandarci se Dio così come aveva plasmato Adamo dalla polvere del suolo, non avrebbe potuto creare anche Eva. Se questo non accade, vuol dire che il significato non è così evidente.

Secondo il Midrash (Rabbah Bereshit 18,2) Dio si domandò da dove potesse trarre la donna: non dalla testa, si rispose, perché non abbia ad essere arrogante e superba; non dall’occhio così che non faccia la civetta; non dall’orecchio affinché non sia indiscreta; non dalla bocca perché non sia pettegola; non dal cuore perché non sia troppo gelosa; non dalla mano perché non sia troppo avida; non dal piede perché non sia vagabonda… Insomma, secondo il midrash, Dio ha voluto creare la donna da una parte nascosta del corpo perché deve imparare ad essere modesta.

Si tratta di una lettura maschilista deviata come ne incontriamo in alcune pagine della Scrittura e dalla quale nemmeno Paolo riuscirà a liberarsi del tutto e che ha condizionato assai la storia del mondo.

Il linguaggio sapienziale della Genesi non vuole affermare la superiorità dell’uno sull’altra, piuttosto narra di qualcosa che viene tolto a uno per creare l’altro. Al punto che la vita che ne consegue non è che il desiderio che sospinge l’uomo e la donna a cercarsi, quasi presi dall’ansia di ritrovarsi, di ricomporre l’insieme, di cercare e di accogliere l’altro come dono.

La donna non è per l’uomo, né l’uomo è per la donna, un oggetto da manipolare o un bene da conquistare e da possedere, e ancor meno è un animale da domare o sottomettere, o addirittura una divinità da adorare e da servire.

Ecco, la costola sta a dire che i due, sono uno dono per l’altra, e sono chiamati a camminare fianco a fianco con lo sguardo rivolto verso il futuro, per diventare una sola carne, riflesso dell’amore di Dio. È un ritornello che viene ripetuto nelle tre letture: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola!». Devono lasciare il modello, per quanto possa essere perfetto delle proprie famiglie, per essere riflesso di quell’amore unico da cui provengono, che è Dio.

Quando Gesù viene coinvolto sul modo di far fronte alle difficoltà e agli ostacoli che insorgono per realizzare questa unità, rimanda semplicemente al disegno del Creatore che ha pensato il maschile e il femminile, ovvero la differenza sessuale come una grande opportunità per uscire dall’egocentrismo e dal narcisismo, dalla insufficienza e dalla povertà di ciascuno e scoprire l’essere dono l’uno per l’altra. Anche se questo comporta la necessità di superare la durezza del nostro cuore, quella che Marco chiama la sclerocardia.

Il cuore indurito è il cuore ripiegato su sé stesso, è il cuore che prende l’altro non come dono, ma come oggetto per sé. Il cuore indurito è metafora di quegli atteggiamenti appunto culturali e sociali come quello che abbiamo purtroppo registrato anche in questi giorni con la triste vicenda di Saman, una ragazza pakistana quasi certamente uccisa dalla sua famiglia, perché non voleva sottomettersi a un matrimonio da lei non voluto.

La religione non c’entra nulla. C’entra un insano diritto di proprietà che si pensa di acquisire alla nascita sui figli, soprattutto sulle figlie, come al momento del contratto matrimoniale, sulla propria moglie.

Questo riguarda anche noi, anche la nostra cultura maschilista, altrimenti non ci spiegheremmo la piaga terribile del femminicidio. Certamente abbiamo fatto dei passi avanti e va crescendo la sensibilità e la consapevolezza delle donne per il riconoscimento della loro dignità, per ottenere il rispetto e la parità dei diritti.

Tuttavia un aspetto rimane da troppo tempo però fuori o ai margini del dibattito pubblico ed è quello che ha a che vedere con la presa di coscienza, da parte degli uomini, di un fenomeno che li riguarda: il ruolo maschile nella società e nelle relazioni con le donne, la visione dell’autonomia e della libertà femminile, la crisi del sistema patriarcale.

Accanto ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza per le donne in quanto vittime, si impone oggi un discorso agli e con gli uomini, quelli che la violenza la compiono, ma anche a partire dai ragazzi e dai giovani, da coloro che potrebbero compierla in futuro.

Noi pensiamo troppo facilmente che gli uomini che si accaniscono contro i corpi delle donne siano in preda a raptus o siano da considerarsi “malati”. Non si tratta di “mostri”, sono uomini frutto della loro cultura e ciascuno ha la sua storia.

Ci si deve porre una serie di questioni e di domande per considerare cosa porti questi uomini a fare del male a quella che considerano la donna della loro vita, quando e come è nato quel comportamento violento.

Se vogliamo che la violenza cessi dobbiamo aprire spazi di parola rivolti a loro. Questi uomini sono spesso padri dal cuore indurito, per dirla con le parole di Gesù, e che hanno bisogno di rielaborare il concetto di uomo e di donna che propongono ai loro figli e alle loro figlie.

Fare in modo che il dono di Dio non si corrompa è anche una nostra precisa responsabilità educativa: raccogliamo l’invito di Gesù. Educhiamo i cuori dei nostri figli.

Amare è un’arte, diceva un famoso testo di Fromm e non semplicemente un gioco di performance, di prede e di predatori. Educhiamo ad amare, e per fare questo dobbiamo avere anzitutto il coraggio di guardare il nostro modo di amare come adulti, come genitori. Vincendo quella ritrosia e quel falso pudore che relegano questi temi ad una questione individuale. Certamente è una questione molto personale, ma stiamo attenti a non renderla un alibi per coprire le nostre debolezze, le nostre paure, le nostre magagne.

Cominciamo a riconoscere l’amore come dono di Dio. L’amore ci precede, l’amore prima ancora che noi possiamo decidere, ci avvolge, ci invade: è dono di Dio. Non lasciamo che questo dono si corrompa e impariamo a prendercene cura perché amare è davvero un’arte.

Ringraziamo il Signore per le testimonianze d’amore che incontriamo ogni giorno, per le coppie che nonostante le fatiche costruiscono nella quotidianità una grammatica di fedeltà.

Preghiamo e per tutti coloro che, con grande sofferenza, sono rimasti delusi nel loro sogno d’amore, per tutti coloro che possono aver sbagliato e che confidano nella misericordia di Dio, che ben comprende la povertà dell’uomo e della donna.

Soprattutto preghiamo per i ragazzi e i giovani che si affacciano sul grande mistero dell’amore, perché quando aprono gli occhi, come Adamo, su una persona che avvertono di amare, la riconoscano come dono di Dio, e per questo imparino il rispetto e a donarsi.

(Gn 2, 28-25; Ef 5, 21-33; Mc 10, 1-12)