audio 29 agosto 2021

La pagina di vangelo tratta dal cap. 10 di Matteo è un concentrato di parole di Gesù, un insieme intenso e impegnativo di espressioni che potremmo dividere in due parti: nella prima si capisce che c’è un sottofondo di tensioni, di persecuzioni, di violenze che è uno spaccato della situazione della comunità di Matteo che ha a che fare con dissidi forti e tensioni tali che porteranno poi all’espulsione dei cristiani dalla sinagoga.

Nella seconda parte, Gesù offre indicazioni più propositive di gesti e di comportamenti da tenere proprio in quei frangenti. L’accoglienza del profeta, del giusto, il donare anche solo un bicchiere d’acqua… piccole cose di fronte al montare dell’odio e della violenza.

Mi sembra uno spaccato della nostra realtà di oggi: veniamo sì da un periodo di vacanze e di riposo, spero per tutti, ma è anche vero che nel mondo la realtà è ben diversa. Quanto sta accadendo in Afghanistan, le migliaia di profughi che scappano da guerre e da violenze… Quello che percepiamo della realtà che va accadendo nel mondo ci spaventa, ci preoccupa, destabilizza. Aumenta la paura.

Tuttavia abbiamo anche registrato gesti di amore, abbiamo visto anche chi nel bel mezzo di tutta quella tensione, ha saputo salvare bambini, strappare dalla violenza piccole vite.

La parola di Gesù risuona anche per noi, come per la comunità di Matteo, che è tentata di chiudersi, di ripiegarsi su sé stessa, e alla quale l’apostolo ricorda l’invito di Cristo: Non abbiate paura… (ripetuto due volte). In questa tempesta che fa intravedere persino il rischio della stessa eliminazione fisica, è importante ascoltare la sua parola: Non abbiate paura, non temeteli.

Anche noi che rischiamo di essere travolti dalla paura, vogliamo fidarci di Gesù, anzi dovremmo essere noi come l’apostolo in grado di tenere alto l’invito del Cristo: Non abbiate paura. Voi siete cari al cuore di Dio e se questo è il momento in cui la spada divide, perché l’espressione non dice di Gesù diventato improvvisamente un violento, ma descrive la condizione che impone di scegliere da che parte stare. Proprio come succede a un tessuto lacerato dal taglio della spada: un pezzo di qua e un pezzo di là. Noi da che parte ci troveremo?

Noi abbiamo paura della violenza, dell’odio, di chi uccide… ma se scegliamo di stare dalla parte di Gesù, impariamo quei gesti che hanno segnato la sua stessa vita, come ci dice la seconda parte del Vangelo di Matteo, dal v.37, quando per cinque volte Gesù insiste sul verbo «accogliere».

Un verbo importante quanto fuori moda. C’è chi storce il naso quando sente parlare di accoglienza, il Signore vi ricorre però non per far leva sul nostro buon cuore, per nobilitare i nostri sentimenti, per piuttosto per mostrarci cosa perdiamo quando non siamo accoglienti.

Accogliere l’altro prima ancora che un impegno, è un dono. Sono un dono il profeta, il giusto e il piccolo. Tre categorie inclusive, Gesù non pone dei criteri di religione o di cittadinanza per accogliere, non definisce dei confini o delle regole… anzi, afferma che quando tu accogli l’altro, l’altro diventa per te un triplice dono: un profeta, un giusto, un piccolo.

Anzitutto, colui che accogli è un profeta per te. Perché l’irruzione dell’altro che scompiglia i tuoi programmi, la routine, il calendario rivela a noi stessi, alla nostra coscienza spesso distratta e superficiale, cosa conta davvero nella vita. E per quanto l’Europa presuntuosamente cristiana continui a costruire muri, barriere e filo spinato per difendersi e per avere voti… l’altro, il povero, il profugo, il migrante è sempre lì a denunciare con la crudezza della sua condizione che per noi le cose contano più degli esseri umani. Rivela la nostra meschinità e, in definitiva, rivela le nostre paure.

Ecco la profezia che ci interroga, che ci scuote e che tanti vorrebbero allontanare per non farsi mettere in discussione. Una donna di Lampedusa ha detto a una intervistatrice: «Noi tutti qui abbiamo un maglione a testa, non di più. Gli altri li abbiamo dati a quei poveri ragazzi, perché dall’altra parte del mare le loro madri avrebbero fatto lo stesso con i nostri figli».

Il migrante è un profeta per noi perché chi viaggia in mare sa che non ci sono linee nell’acqua, che ogni onda porta con sé un confine da dissolvere, che nessun confine merita più rispetto di una vita umana.

Non solo, quando accogli l’altro, questi si rivela come un giusto per te, dice Gesù. Nel senso che la sua sola presenza, la sua stessa condizione di itinerante, senza casa, senza terra, senza garanzie rivela l’ingiustizia che governa il mondo.

Il sistema d’inequità, come dice papa Francesco, ci fa sentire proprietari del mondo, possessori dei beni, così che ci sentiamo autorizzati a sfruttare la terra e le sue risorse non per condividere, ma per arricchirci. E quando avvertiamo di poter perdere qualcosa della nostra ricchezza e delle nostre sicurezze economiche, siamo disposti a tutto, perfino a combattere… questa è la radicale ingiustizia che l’altro, il povero denuncia con la sua stessa presenza.

La terra è di Dio, ed è affidata agli uomini perché la custodiscano e ne condividano i frutti, non perché ne diventiamo i padroni.

Infine, accogliere l’altro, dice Gesù, non significa fare grandi cose, l’altro che ci viene incontro si rivela a noi come un piccolo nel senso letterale di un micro, un’unità di misura minima di fronte ai grandi fenomeni, ai grandi imperi, alle grandi imprese… Che cos’è un essere umano dinnanzi ai grandi capitali della finanza e dell’economia, agli interessi delle grandi imprese?

Il Vangelo in un contesto di globalizzazione, in un momento in cui contano i grandi movimenti e fenomeni globali, ci ricorda che un gesto di accoglienza, un atto di ospitalità amorosa basta per avviare un corso diverso delle cose. Anche se dobbiamo riconoscerlo, sono sempre più gli uomini pronti a erigere muri che non a collegare le due sponde.

Tuttavia se vogliamo immaginare un futuro, non sarà la paura a farcelo sognare. Ogni piccolo gesto d’amore ormai è un atto di coraggio, come un ponte sospeso sull’indifferenza e l’esclusione. Piuttosto che alimentare una cultura della paura e della discriminazione, più che di respingimenti seminiamo le nostre giornate di piccoli ponti, di piccoli gesti d’amore… perché, dice Gesù, anche un bicchiere d’acqua dato con amore serve alla costruzione di un’umanità unita (che è poi il senso ultimo della missione di Gesù e del cristiano).

Il cardinale C.M.Martini, di cui ricorderemo tra pochi giorni il nono anniversario della morte (31.8.2012), già quando cominciava a registrarsi la crescente presenza straniera e conseguentemente le diverse reazioni, ci chiedeva di tenere bene a mente due cose: «Come cittadini, noi abbiamo l’obbligo di prendere posizione davanti a episodi che, nella loro intolleranza, rappresentano una violazione dello spirito e del tessuto democratico. I valori di solidarietà, di rispetto presenti nella nostra Costituzione e nella nostra legislazione, non possono essere disattesi e contradetti nella sostanza.

Inoltre, il risorgente fenomeno di reazione di fronte a chi è di altra razza o colore non ci interpella solo come cittadini, bensì anzitutto come cristiani. Siamo sollecitati dalla forza del Vangelo ad annunziare e a praticare l’accoglienza, la riconciliazione, la solidarietà verso tutti; siamo sollecitati a proclamare la nostra vocazione a saper essere un unico popolo» (giovedì santo, 23.3.1989).

(2Mc 7,20-41; Mt 10, 28-42)