Terza dopo Pentecoste B - Mc 10,1-12


audio 9 giu 2024

Domenica scorsa siamo stati illuminati dalla parola di Dio che ci ha immersi nella nostra relazione col creato, con l’acqua, la terra, la vita vegetale… con i doni di Dio. Doni che sono affidati alla nostra cura e che spesso, se la cura non diventa responsabilità, vengono guastati dalla bramosia, dall’avidità, dallo sfruttamento…

Oggi la parola di Dio ci fa riconoscere un altro dono di Dio, il dono del maschile e del femminile, il dono dell’amore, un dono che ci precede perché l’amore viene prima che noi lo scegliamo e ce ne accorgiamo quando prende la vita, assorbe le energie e i pensieri. Ha ispirato e ispira canzoni, musica, poesia, letteratura… anch’esso è un dono da sempre complesso e affidato alla nostra cura, alla nostra responsabilità.

Altrimenti succede che l’amore, che normalmente riempie di gioia la vita di una coppia e di una famiglia diventa un inferno, un luogo di sofferenza, di lacrime, di strappi che feriscono profondamente.

È una questione antica come il mondo e anche al tempo di Gesù c’era chi voleva, di fronte alla complessità, una risposta dura e rigida, senza cedimenti e chi voleva invece una risposta più morbida e magari un po’ accondiscendente soprattutto a vantaggio dell’uomo.

Interessante la risposta che dà Gesù: “Per la durezza del vostro cuore” (v.5), letteralmente per la vostra sclerocardia. La durezza del cuore accade quando il sentimento ferito, per difendersi si arrocca, si indurisce per respingere ogni altra possibile occasione di ricevere ferite.

C’è anche la durezza del cuore di chi rimane impermeabile al dolore dell’altro, quando non si pensa più in due, ma ognuno pensa per sé. Si costruiscono muri di incomunicabilità e di scuse per chiudere ogni possibile confronto, atteggiamento proprio di chi crede di avere sempre le ragioni per tutto e ci si trincera dietro alla legge e alle norme come per appagare le paure e fragilità represse.

La condizione però che non darei per scontata è che l’amore sia amore. Succede che chiamiamo amore qualcosa che amore non è: così quando si sta insieme per paura della solitudine, oppure perché non si ha il coraggio di interrompere una relazione tossica… Come se ne esce da cristiani?

È interessante a questo punto ascoltare l’indicazione di Paolo, anche se alcune sue parole sono distanti da noi quanto dista la luna, tuttavia se cogliamo il nucleo centrale del suo messaggio, Paolo non fa altro che rimandarci continuamente a Cristo. Nel senso che per un discepolo di Gesù l’esperienza dell’amore umano tra uomo e donna, non rimane indifferente al modo con cui Gesù ha amato e ancora ci ama: un amore che accetta anche di andare fino a dare la vita, ed è un amore che non si lascia condizionare dalla nostra risposta, è fedele a costo di amare da solo sulla croce.

Forse avete già sentito parlare di una tecnica di restauro chiamata ‘kintsugi’, ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze in ceramica per la cerimonia del tè. Da parte nostra se dobbiamo riparare un vaso usiamo facilmente l’attack… con un risultato a dir poco scadente. Il kintsugi invece lega insieme i cocci del vaso rotto con l’oro fuso: il risultato è non solo il riutilizzo del vaso, ma l’averlo reso ancora più di valore, impreziosendolo con l’oro.

Ecco rimettere insieme i cocci di una storia d’amore facendo tesoro delle ferite trasformandole con la grazia del Vangelo di Gesù, ovvero guardando l’altra e l’altro come li vede lui, con il suo sguardo d’amore, non solo permette di ritrovare una relazione sana, ma anche di arricchirla con il dolore che l’ha segnata e di non vivere quella sofferenza come una sconfitta o un fallimento.

Ma cosa succede se ad amarsi non sono un maschio e una femmina, ma persone dello stesso sesso? Cosa succede se non tutti si riconoscono in un sistema binario maschile e femminile, ma in una molteplicità di orientamenti e di identità sessuali che si possono raccogliere intorno al termine queer[1].

Si tratta di un errore della creazione? Queste persone non rientrano nei canoni tradizionali e dunque non sono persone che amano come le altre? Da alcuni sono considerate persone affette da patologie, bisognose di cure e di terapie mediche…

Entro in punta di piedi in un tema così delicato, ma ho davanti a me il volto delle persone che sto accompagnando nel loro percorso di transizione. Persone che hanno un corpo femminile, ma che si sentono maschi o viceversa… la gente le considera viziose, capricciose, malate o cose di questo genere.

Ascoltandole e accompagnandole perché si sentano amate da Dio, vengo interpellato dalla loro sofferenza, dal loro dolore, dalle loro paure e dalle loro angosce, dall’essere rifiutati dalla società e dal non essere riconosciuti…. Cosa ci insegna il Vangelo?

Siamo come i contemporanei che si rivolgono a Gesù per avere un suo parere… cosa direbbe loro Gesù? Lo scrive papa Francesco in Amoris laetitia al n.308: Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità …. I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cfr Mt 7,1; Lc 6,37).

Non è che le nostre paure e incapacità ad accogliere le diversità rendano induriti anche i nostri cuori? Credo che non sono queste persone a dover essere cambiate, piuttosto siamo noi a dover cambiare la mentalità e la società in modo da permettere loro di non sentirsi escluse, neanche dalla chiesa.

[1] Deriva dalla lingua inglese che tradizionalmente significa ‘eccentrico’, ‘insolito’.