//Che cosa dobbiamo fare?

Che cosa dobbiamo fare?

(Lc 3, 1-18)

Domenica scorsa introducendoci al tempo di avvento, abbiamo ricordato un dato importante della nostra fede: il Signore verrà, il Cristo tornerà alla fine del tempo e della storia. La liturgia di oggi ci fa domandare come vivere quest’attesa.

In particolare il Vangelo ci ricorda il momento storico di quando il Cristo si è affacciato sulla scena della Palestina negli anni 30 e abbiamo ascoltato un elenco di sette personaggi, dove s’intrecciano nomi di pagani e di ebrei, nomi di religiosi e sacerdoti. Sono i grandi nomi che fanno la storia, cominciando da Tiberio Cesare a Ponzio Pilato procuratore mandato in Palestina, poi ci sono i nomi dei re come Erode Antipa e altri re fantocci locali e poi i nomi dei capi religiosi come Anna e Caifa per dire che anche loro appartengono all’élite di quelli che contano, di coloro che hanno il potere.

Infatti, poi questi stessi personaggi, almeno i principali, li ritroviamo nella passione di Gesù… come a dire che Gesù nasce e muore, mentre loro sono sempre lì. Come se la vicenda del Cristo, che ci vede oggi ancora presi da lui, in realtà possa passare nella vita e nella storia della gente come se niente fosse. Perché costoro rimangono compresi nelle loro cose, nelle trame cortigiane delle lotte di potere… al punto che davvero sembra che il Cristo scivoli via accanto a essi senza scalfirne minimamente i piani. Tiberio, Pilato, Erode… Anna e Caifa… se nonché dopo aver proclamato questi sette nomi, Luca annuncia che La parola di Dio venne su Giovanni nel deserto!

La parola di Dio irrompe non nel palazzo del potere, non nelle trame delle corti, la parola di Dio viene su Giovanni nel deserto. Giovanni era nel deserto, ovvero nel silenzio, nello spogliamento dagli orpelli, nel deserto dove diremmo noi non c’è connessione, non c’è campo… Giovanni nella sua ruvida scorza di profeta indica come vivere l’attesa. Anzitutto nel silenzio del deserto.

Ma andare nel deserto è un lusso che non tutti ci si può permettere, nel senso che se la dimensione contemplativa della vita fosse possibile solo dietro le mura di un convento, dovremmo per essere giusti, come diceva Charles de Foucauld, dare un piccolo convento a ogni madre di famiglia e il lusso di un po’ di deserto a un povero manovale che è obbligato a vivere tutti i giorni nel rumore per guadagnarsi duramente il pane. Non è così? Ma il passo che il nostro cristianesimo deve fare è proprio quello di vivere il deserto nella vita di ogni giorno, nella città. Che è ben più duro!

Eppure è nel deserto che risuona la profezia, la parola del ritorno, della conversione, la voce che grida: tornate a Dio, fidatevi di lui. Entriamo nel silenzio, impariamo a ricavare nella nostra settimana un poco di silenzio: spegniamo il cellulare, il Pc, il televisore, stacchiamo ogni connessione, spegniamo i rumori che ci impediscono di ascoltare la voce sottile della coscienza, del cuore. È lì il santuario dove Dio continua a parlare! È lì che lui con pazienza ci attende, aspetta che, prima o poi, tra gli affanni del giorno, riusciamo a sostare, ad accettare di fermarci, di smettere di continuare a inseguire le cose.

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della nostra anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella vita spirituale.

La parola di Dio venne su Giovanni nel deserto. La parola cadde su quest’uomo e non su Tiberio, né su Ponzio Pilato… ma nemmeno su Anna e Caifa! Questo è scandaloso ancora oggi: la parola di Dio non scende sul tempio e nemmeno sui custodi del tempio! Bisogna proprio uscire fuori da tutti i giochi di potere, entrare nel luogo della povertà estrema per ascoltare la parola di Dio, ma anche per diventare più umani e meno bigotti! Perché anche gli uomini e le donne di religione possono essere razza di vipere, per usare il linguaggio di Giovanni.

«Sì, ma noi siamo figli di Abramo, sì, ma noi abbiamo le radici cristiane, sì, ma noi abbiamo un cultura cattolica…», ma i frutti dove sono? Sei figlio del serpente e non di Abramo se non compi le opere di Abramo, come dirà Gesù nel vangelo di Giovanni. Il profeta viene a stanare l’ambiguità di una falsa religiosità. Con la fragilità della parola ci sferza e ci provoca. Abbiamo bisogno di profeti, di uomini dal cuore in fiamme, come li chiamava Turoldo, e che come Isaia nel suo primo capitolo dicano: Che venite a fare nel mio tempio a calpestare i miei atri, a tirar su l’incenso, i profumi, non so che farmene… io voglio giustizia.

E l’entrare nel deserto non è per fuggire, il deserto non è il luogo definitivo, non è la dimora, è una tappa dove scaturiscono le domande che per tanto tempo ricacciamo indietro, ma che ti rimandano nella vita con responsabilità. Domande come quella che per tre volte risuona nei confronti di Giovanni: Che cosa dobbiamo fare? Prima gliela pongono le folle, poi i pubblicani e infine addirittura i soldati. Che cosa dobbiamo fare? Ed è questa la seconda cosa che ci permette di vivere l’attesa.

Che cosa dobbiamo fare?

Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha. A noi sembra già tanto donare le cose che non usiamo più, portare alla Caritas quello che magari ci sopravanza. Giovanni va oltre: Hai due cappotti? Uno è di chi non ha niente! Perché se tu torni a Dio, se torni al Signore, imparerai da lui a non pensare solo a te stesso, ma a sentirti parte della stessa famiglia umana, per cui se un’altra persona soffre freddo e fame, sei tu che lo soffri con lui. Come frutto della conversione viene posto il principio di solidarietà.

Ai pubblicani, a coloro che nella riscossione delle tasse facevano la cresta, cosa chiede Giovanni? Non di abbandonare la professione: come a dire che nessuna professione, per quanto possa essere pericolosa, esclude dalla salvezza, ma se il cuore è tornato a Dio allora «Non esigete nulla di più di quello che è stato fissato». Giovanni rimanda al principio di equità.

Infine, ai soldati che erano invisi a tutti in quanto strumento degli occupanti romani e spesso prepotenti e violenti, neppure a costoro Giovanni chiede di lasciare il mestiere, ma indica il rispetto della legge: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e accontentatevi della vostra paga». Il rispetto della legalità.

Niente di nuovo, potremmo dire. Siamo di fronte a una conversione “laica”, civile, i cui principi sono da costituzione della repubblica: solidarietà, equità e legalità. Ma secondo Giovanni tornare a questi valori fondamentali della convivenza civile, è già un modo per preparare l’avvento del regno di Dio!

Sappiamo che quando Gesù comincerà il suo ministero andrà oltre, si spingerà più avanti e dirà: «Non solo non dovete uccidere, ma non dovete nemmeno insultare; non solo non dovete opporvi al malvagio, ma porgere l’altra guancia. Non solo non dovete rubare, ma dovete donare…».

Eppure, oggi sarebbe già tanto prendere sul serio cose più semplici e che non possiamo più dare per scontate, ovvero la solidarietà, l’equità e la legalità. Che cosa dobbiamo fare? Per poter rispondere con autenticità cerchiamo un poco di deserto, di silenzio, un poco di solitudine e ci sarà dato di ascoltare quella voce che dentro di noi già da tempo attendeva di essere accolta.

2018-11-13T16:25:53+00:00novembre 24th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|