//Che ci sia ancora una città come Gerico

Che ci sia ancora una città come Gerico

(Lc 19, 1-10)

Zaccheo è un personaggio davvero intrigante, ci risulta simpatico nel suo farsi spazio tra la folla per salire sull’albero per vedere passare Gesù! Agli occhi dei suoi concittadini, simpatico lo era un po’ meno. Era un collaboratore dei romani, e la seconda guerra mondiale ci ha insegnato come potevano essere considerati i collaboratori!

Infatti proviamo a chiederci: possibile che nessuno dei suoi petulanti amici sia riuscito a trovargli un posto migliore per vedere il profeta di Nazareth che passava, così da costringerlo a salire su una pianta? Noi avremmo agito diversamente, ci saremmo fatti in quattro: «Zaccheo, vieni qui, ti cedo il mio posto, vieni sul mio terrazzo … da casa mia si vede meglio!». Un favore di questo genere non è senza un qualche interesse più o meno nascosto … d’altronde lo dice anche Luca: è uno ricco. Invece la gente, almeno allora, non era così indulgente come oggi con chi si arricchisce iniquamente.

Descrivendolo Luca sottolinea che Zaccheo era piccolo di statura, e qui s. Ambrogio precisa che Luca scrive così per dire che era ancora piccolo nella  fede. Agli occhi della sua gente era piccolo anche per l’immoralità e per la mancanza del senso della giustizia, come se avesse somatizzato la sua grettezza. I soldi non gli mancavano: in confronto alle altre, sua moglie era sempre la più bella in città, poteva esibire gli ultimi vestiti che la moda importava dall’impero romano; i figli potevano frequentare le scuole più prestigiose di Gerico per avere garantita una cultura e una posizione, li attendeva futuro sicuro. Era o no il capo dei pubblicani?!

Eppure non era poi così tanto contento di sé.

Luca concentra tutto in pochi verbi: Zaccheo cercava di vedere chi era Gesù. Non è solo una curiosità che lo sospinge, egli abituato a stare sul palco dei potenti e avvezzo alla poltroncina numerata nella tribuna VIP, ad abbarbicarsi su un sicomoro. Gli occhi di Zaccheo cercano di vedere chi è questo Gesù.

Ma anche Gesù è attratto, fra tutta quella gente, dall’omino che sta sull’albero e anch’egli alza gli occhi. Straordinario questo gioco di sguardi. Poi l’evangelista ci fa passare dalla strada alla casa, mentre la gente mormora: con tutti quelli che lo cercano, proprio a casa di Zaccheo doveva andare? Ma si sa che la gente ha sempre da insegnare agli altri quello che devono fare.

A noi interessa sapere cosa si sono detti in quella casa Gesù e Zaccheo. Possiamo riuscire ad immaginare di che cosa sia stato intessuto il dialogo tra il Signore e il capo dei pubblicani? Credo che provare a rispondere sia un bell’esercizio anche per noi.

Certamente possiamo dire che Gesù non abbia fatto a tempo a impartirgli quell’educazione – che magari anche noi abbiamo ricevuto – fondata soprattutto sul senso di colpa. Da quel che ci è dato di sapere non gli ha rimproverato nulla, perché se così fosse stato, al massimo Zaccheo avrebbe consegnato al Signore una buona somma, magari anche considerevole, dicendogli: «Guarda ti faccio un’offerta per le tue attività e per tutti i poveri che incontrerai».

Piuttosto sono convinto che Gesù gli avrà parlato del Padre e del suo amore per tutti i suoi figli. Forse gli avrà raccontato la parabola del ricco che vestiva di porpora e di lino e del povero Lazzaro che sedeva alla sua porta (16, 19); oppure quella degli invitati sostituiti dai poveri (14, 15); forse anche quella del Padre misericordioso e del figlio prodigo.

«Guarda gli uccelli del cielo, Zaccheo, guarda i fiori di campo: chi pensa a loro? L’Eterno. E allora perché non cerchi di piacere anzitutto a lui, di agire come farebbe lui: distribuisci, dona, c’è più gioia nel dare che nell’accumulare. E poi vedi che se ti arricchisci tu, qualcuno viene a mancare del necessario. Se tu prendi più di quello di cui hai bisogno per vivere dignitosamente, rendi povero e senza dignità altre famiglie! Non è questo il modo di fare di Dio».

E comunque, al capo dei pubblicani che si converte in figlio di Abramo, il Signore non domanda di vendere tutto e di seguirlo. Con Matteo Levi aveva fatto così (5, 27-32). Zaccheo presumibilmente continuerà a fare il suo mestiere, ma lo farà da discepolo di Gesù, amando l’Eterno con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, e riconoscendo in ogni altro uomo cui chiederà di pagare le tasse un fratello in umanità.

Zaccheo prima incontra Gesù e poi cambia. Non sono state le idee o il senso di colpa a cambiargli la vita, ma l’incontro con Gesù. E questo è scandaloso per il moralista che è in noi. Abbiamo sempre pensato di trovare Cristo come risultato del nostro comportamento onesto, invece il Vangelo ci dice che la nostra vita cambia solo quando scendiamo dalla pianta e lasciamo che il Signore entri in casa nostra.

Quando Gesù entra davvero nella vita, allora l’attaccamento alla ricchezza ne esce. Non per un nostro sforzo, non per un obbligo morale, ma come risposta allo sguardo di un uomo che ti ha amato e da solo arrivi a capire che il resto sarà per i poveri. E non potrai più avere altro Dio all’infuori di quello che hai visto brillare in quello sguardo, quando sei sceso dall’albero.

Lì avviene il miracolo, quel miracolo che solo la misericordia può produrre: il ladro non smette semplicemente di rubare, ma comincia a donare. Non promette che andrà più spesso al tempio a pregare o che aumenterà le sue devozioni. Piuttosto si decide per la giustizia, per l’onestà, per il bene comune. Così succede a coloro che scelgono Gesù e lo accolgono credendo in lui e mettendosi alla sua sequela: sperimentano un bisogno impellente di farsi poveri, con quella gioiosa gratuità di cui Zaccheo di Gerico è un esempio delizioso.

Quanti Zaccheo abitano la nostra città, il nostro paese? La mia, la nostra speranza è che possa accadere che ci sia ancora una città come Gerico, una città capace di costringere questi “Zaccheo” a salire sull’albero; una città che col farsi stretta attorno a Gesù suscita in un qualche recondito spazio del loro cuore libero dall’avidità, un pensiero, un desiderio di cambiamento.

Preghiamo perché possano vedere una chiesa ospitale che accoglie, che si accorge della loro ricerca, che sa entrare nella casa di tutti, e sa abitare le contraddizioni dell’umanità per cercare e salvare chi è perduto. Perché Gesù continua a ricordarcelo: Non c’è niente di perduto che non possa essere salvato.

2018-11-13T16:21:58+00:00ottobre 31st, 2010|Omelie (vedi tutte) >|