È struggente, davvero struggente riascoltare questa pagina di Matteo e anche la profezia di Isaia tenendo davanti agli occhi quanto sta accadendo proprio in quelle terre che sono tra l’altro il luogo di origine della nostra fede.

Quando Isaia annuncia il sopraggiungere a Gerusalemme di uno stuolo di cammelli, di dromedari provenienti da Madian, da Efa e da Saba… nomi che detti così non ci dicono nulla, se li rivisitiamo nella geografia attuale corrispondono a quell’area che va dall’Arabia fino all’attuale Yemen (Saba)… anche se il rumore che udiamo oggi non è delle carovane di cammelli che portano doni, ma quello dei droni e dei carri armati che regalano bombe.

Quanto accade ci sta a cuore perché noi, culturalmente parlando, siamo figli di conoscenze filosofiche, mediche, scientifiche, letterarie e artistiche che vengono anche da lì. Siamo intreccio e scambio, siamo risultato di secoli di ricerche, di studi, di incontri.

Anche spiritualmente veniamo da lì, la nostra fede ha radici vitali proprio in quelle terre percorse da grandi uomini e donne spirituali che hanno segnato la storia fin dai tempi di Abramo e che accogliendo il Vangelo, ce lo hanno trasmesso e hanno permesso che giungesse fino a noi.

Abbiamo dunque un debito culturale e spirituale con quelle terre, ma abbiamo anche a cuore il comune destino della famiglia umana! Come ci ricorda costantemente papa Francesco: «Si tratta di imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. Si tratta prima di tutto di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace»[1].

Di questo dobbiamo ricordarci, proprio ora che stiamo assistendo a un’epifania del male di cui non possiamo disinteressarci, da cui non possiamo chiamarci fuori osservando come spettatori sulle nostre comode poltrone quello che la televisione o i media ci fanno vedere.

Proprio la consapevolezza dei legami culturali e spirituali deve aiutarci a non ridurre tutto a questioni di interesse commerciale, economico di parte. Perché l’epifania del male di questo si nutre e di questo si alimenta in continuazione: della frammentazione, della divisione ed è alimentata dalla caratura degli interessi di parte, come succede in Libia da qualche anno e in altri Paesi del mondo.

Ed è questo fattore che alimenta anche numerose altre epifanie del male di fronte alle quali non sembra che noi abbiamo molto spazio per agire e cambiare le cose, pensiamo alla questione ambientale, alla mafia e alla corruzione, all’inondazione di droga che devasta generazioni di nostri giovani…

Sono tutti motivi per rattristarci, per incupirci e abbassare la testa, motivi che ci sospingono a ripiegarci a nostra volta nel nostro particolare e attendere che prima o poi magicamente le cose cambino.

In questo mondo di epifanie del male, il Vangelo risplende come stella nella notte.

Ieri abbiamo contemplato il senso che Gesù ha dato alla sua vita facendo proprie le parole di Isaia quando alla sinagoga di Nazareth con grande determinazione disse di essere venuto ad annunciare il vangelo ai poveri, la liberazione ai prigionieri…

Oggi il vangelo di Matteo accendendo una luce nella notte dice che il Vangelo è come una stella: tutti la possono vedere, non è solo per chi conosce le scritture, non è solo per il popolo dell’alleanza… ma per tutti coloro che nella notte sanno alzare lo sguardo attraversati dall’inquietudine, proprio come i Magi che intraprendono un viaggio a partire dalla domanda: Dov’è colui che è nato, il re dei giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.

La potenza delle domande consiste nel rendere umili coloro che se le pongono e rendere arroganti chi invece le rifugge. Un detto ebraico racconta che in principio Dio creò il punto di domanda e lo pose nel cuore dell’uomo…

Ma c’è anche chi sembra non porsi domande. Oggi nei nostri presepi abbiamo inserito tre statuine e così il quadro è completo: c’è Gesù e la sua famiglia, da una parte i pastori e dall’altra i tre magi.

Ma in realtà il quadro non è completo: fuori campo ci sono i capi dei sacerdoti e gli scribi chiusi nei loro luoghi di potere che invece hanno tutte le risposte alle domande e paradossalmente sono proprio loro che sanno, conoscono le Scritture al punto da indicare ai Magi dove trovare il Bambino… anche se non si muovono di un centimetro.

Come Erode che nella sua sicumera in realtà si sente minacciato da un neonato, ma non si espone.

Chi incontra il Messia? Chi riconosce Gesù? I magi che vengono da lontano seguendo una stella o coloro che erano gli eredi naturali della profezia, gli Scribi e i capi del Sacerdoti che pure sanno dove il Messia doveva nascere, ma che in realtà non se ne preoccupano e non si alzano dalla sedia?

Cogliamo l’ironia divina? È l’ironia di un Dio che si fa trovare non da quelli che sanno e che credono di sapere, ma da coloro che cercano perché sanno di non sapere.

Chi poteva pensare di trovare Dio avvolto in fasce?

Dio è il totalmente Altro[2], diceva Karl Barth, e suona quasi come una contraddizione nel momento in cui celebriamo la sua incarnazione. Dio è talmente altro, nel senso che è talmente diverso da noi, da poter essere lui, in Cristo, umano. Solo Dio, in Gesù, può dirci cosa significa essere umani. Gli uomini e le donne, religiosi o laici, cristiani o no, non sanno che cosa significa umanità.

Anche quando diciamo “Dio”, la parola vuol dire Altro, poi noi per convenzione l’abbiamo riempita di immagini, di titoli che sarebbe bene cancellare perché ci danno l’illusione di sapere una volta per tutte chi sia Dio.

È anche il nostro pericolo: anch’io ho un libro davanti, anche noi abbiamo la Bibbia, la chiesa ha il suo catechismo, la sua dottrina sociale… Così come anche le nazioni hanno sottoscritto le Carte costituzionali, hanno aderito alle Carte dei diritti dell’uomo… tutti sappiamo tutto e di più, abbiamo delle dichiarazioni universali che sono dei capolavori… eppure dentro di noi siamo abitati da una profonda rassegnazione, tanto le cose non cambiano, tanto l’uomo è malvagio, l’umanità si divide, si frantuma e si fa del male. È sempre stato così… e sempre sarà così.

In una mentalità simile quale epifania di Dio ci aspetteremmo noi, se non quella consolidata dalla nostra presunzione?

Eppure la festa dell’Epifania, ma direi il Vangelo ogni domenica ci invita ad alzare lo sguardo per smuoverci dalle nostre sicumere.

«Io ho la certezza che il futuro viene preparato dai popoli che sono fuori del nostro raggio visivo» diceva Balducci negli anni ’80 del secolo scorso, ed è una declinazione attuale del mistero della festa di oggi.

Ecco cosa ci dice quel bambino e noi che siamo gli abitués di Dio rischiamo di non percepire quello che sta maturando. Lo percepiscono di più coloro che sono in ricerca, che sono abitati dal dubbio.

Dal punto di vista teologico l’altro è epifania di Dio, ogni altro è un sacramento di Dio. Una persona altra da me è un segno di colui che è totalmente altro e come dice Isaia, o andiamo verso la città santa, la nuova Gerusalemme a braccetto con i neri, i gialli, i rossi… o non ci entriamo.

Il Natale, l’Epifania, queste feste che tornano rischiano di essere un bene di consumo dello spirito e di avere l’effetto opposto a quello previsto dal loro messaggio e cioè di consolidarci nella tradizione, nell’immobilità, nella presunzione. Crediamo di avere Dio e Dio non è con noi, crediamo di averlo nelle chiese e le chiese sono le tombe di Dio.

Allora quando sembra che l’epifania del male ci avvolga e trascini con sé anche la nostra vita, usciamo nella notte e vedere le stelle. È un esercizio spirituale che ci insegnano i magi che vengono da oriente: «Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso sull’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi, da soli, col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete». Pavel Florenskij (scienziato, matematico e sacerdote russo, fucilato l’8 dicembre 1937).

(Is 60,1-6; Mt 2,1-12)

 

Benedizione per l’Epifania 2020

 

 

L’Eterno Dio

ci conceda l’inquietudine del cuore

per lasciarci sorprendere dal suo amore eterno.

 

Il Figlio amato

che si manifesta come bambino

ci renda più umani e solidali con tutti.

 

Lo Spirito Santo

brilli come stella nelle notti buie del mondo

e ci insegni a camminare nella sua luce.

 

E vi doni la gioia profonda del cuore

la benedizione di Dio che è Padre, ✢ Figlio e Spirito.

Amen.

[1] Papa Francesco, Messaggio per la 53a Giornata mondiale per la pace, 2020

[2] Karl Barth, Epistola ai Romani