audio 17 ott 2021

Celebriamo oggi la festa del nostro Duomo: era la terza domenica di ottobre (20 ottobre) del 1577, quando san Carlo lo consacrò, anche se si era solo a metà dei lavori iniziati intorno al 1386 e terminati con la facciata solo nel 1814: più di quattrocento anni per quella che i milanesi opportunamente chiamano la «fabbrica del Duomo»!

La parola di Dio che abbiamo ascoltato tuttavia più che a contemplare la bellezza dell’edificio ci invita ad uscire fuori dalla Cattedrale, ci spinge sulla strada. Celebrare la festa del Duomo significa pensare a un modello di Chiesa, a quale chiesa vogliamo oggi e a come dovremmo essere chiesa in questo tempo.

Perché purtroppo quando si parla di Chiesa si intende ancora e soprattutto la sua struttura, la sua organizzazione, i suoi preti e vescovi… questa è la chiesa nel modo di pensare comune e non è che si faccia molto per cercare di cambiare una tale visione delle cose.

Le letture di oggi in realtà ci invitano ad avere una visione più dinamica. Gesù con l’immagine delle pecore che ascoltano la sua voce e lo seguono, anche se non è proprio una metafora di nostro gradimento, suggerisce l’idea di itineranza, di un organismo che si muove sempre, appunto di una chiesa che si “fabbrica” di continuo, perché questa è la condizione costitutiva delle pecore: andare, muoversi per i pascoli, cercare nutrimento per sé e per i piccoli.

Anche la lettura tratta dall’Apocalisse, che presenta la chiesa ricorrendo alla metafora della città, tuttavia sottolinea che è una città le cui porte non si chiudono mai durante il giorno e mai in assoluto perché non c’è più la notte! Dove tutti i popoli cammineranno alla sua luce! Le porte della città dell’Apocalisse sono sempre aperte: c’è un via vai impressionante, di gente che cammina e che va dietro alla voce dell’Agnello. Tant’è che non c’è nemmeno un tempio, perché il Signore Dio e l’Agnello sono il suo tempio.

Sono immagini che allargano il cuore e dilatano lo sguardo, proprio perché difficilmente noi ricorreremmo a queste metafore per dire la Chiesa. Se poi riprendiamo le parole di Paolo che dice: santo è il tempio di Dio che siete voi! Rimaniamo sconcertati: appunto siamo qui a celebrare il duomo e Paolo ci dice che non è più tempo per la religione del tempio e di tutto l’apparato che gli è stato costruito intorno. La presenza di Dio è nei discepoli che camminano, il tempio di Dio è la sua chiesa vivente, quella che percorre le strade del mondo.

Ora papa Francesco ha chiesto alla chiesa universale di mettersi in stato di sinodo da qui al 2023 e oltre…, di intraprendere cioè un percorso di ascolto, di discernimento per giungere a compiere delle decisioni, perché appunto abbiamo smarrito questa consapevolezza, abbiamo dimenticato quella che è la nostra condizione costitutiva. Come discepoli siamo sempre in cammino, insieme. Tale è il significato della parola sinodo.

Noi registriamo uno iato tra quanto diciamo di essere e ciò che la parola di Dio ci invita ad essere. C’è una profonda e lacerante frattura tra il nostro essere chiesa e quello che la parola di Dio ci dice.

Primo perché è evidente che prevale un’idea di chiesa clericale che deve fare i conti con il peso di una cultura impregnata di clericalismo, che eredita dalla sua storia, e di forme di esercizio dell’autorità su cui si innestano i diversi tipi di abuso, di potere, economici, di coscienza, sessuali (cfr Documento preparatorio).

Tant’è che papa Francesco nel dare inizio ai lavori del Sinodo ha detto: Sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito! Perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene, diffonde la gioia. Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: «Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa» (Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). E questa è la sfida. Per una “Chiesa diversa”, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire, invochiamo con più forza e frequenza lo Spirito e mettiamoci con umiltà in suo ascolto, camminando insieme, come Lui, creatore della comunione e della missione, desidera, cioè con docilità e coraggio.

Ora perché possa nascere una chiesa diversa ci dobbiamo domandare quali siano le cause che ci hanno condotto sin qui.

Forse non ci rendiamo conto ma la posta in gioco è altissima: o rinasciamo o lasciamo che il messaggio evangelico scompaia. Questo è il dilemma che ci sta davanti. La chiesa in questi ultimi secoli ha basato tutta la sua struttura sui preti. Per questo dobbiamo temere per il futuro se non avremo il coraggio di lasciarci guidare dallo Spirito santo, piuttosto che dalle nostre abitudini e tradizioni.

Suor Teresa Forcades con parole forti e dirette dice: «Chiamo la mia chiesa strutturalmente misogina. Non sono solo un paio di sacerdoti qua e là o un gruppo particolare di cardinali. Tutta la struttura deve essere disfatta. Assolutamente. Perché si basa sul clericalismo, e il clericalismo si basa sull’assetto che solo i maschi possono essere ordinati e accedere ai luoghi in cui si prendono decisioni. Trovo che questo sia completamente un peccato».

Di questo dobbiamo parlare, sono queste le ferite nelle quali dobbiamo mettere le mani: la sacralizzazione del prete, una mascolinità arrogante e pervasiva, e il potere assoluto dei vescovi.

Vorrà ben dire qualcosa la costante e irreversibile crisi delle vocazioni presbiterali e non solo. Lasciamoci interrogare dallo Spirito se non sia il tempo di mettere mano a ridurre il perimetro del ministero del prete, così come a riconsiderare l’assimilazione troppo rapida del prete a Cristo.

È davvero un privilegio maschile che si pensa istituito da Gesù? Anche se i preti così come li conosciamo sono comparsi verso l’anno 250 dopo Cristo? Quanto alla successione apostolica a cui si rifanno i vescovi, a partire dai dodici compagni di Gesù, è una catena in cui le forbici hanno spesso dato dei tagli, come scrive la teologa Anne Soupa.

Forse una maggiore docilità alla voce dell’Agnello dell’Apocalisse ci aiuterebbe a valorizzare il ruolo dei battezzati e a comprendere che il numero dei dodici risuona come riferimento ai dodici figli di Giacobbe, patriarca del popolo ebreo. Gesù ha affidato la sua chiesa all’insieme del popolo, simbolicamente costituito dai discendenti di Giacobbe. Quindi a tutti e non ad alcuni.

Per questo il Sinodo se vuole essere realmente tale e non servire solamente a produrre l’ennesimo documento, deve prendere il via da un processo di ascolto che parta dal basso.

Un ascolto vero comporta il superamento dei ruoli in una conversione dei cuori che non giudichi nessuno superiore all’altro e dia a tutti la possibilità di esprimersi: alle persone “lontane” come a quelle che vivono situazioni di fragilità; a quelle impoverite, sfiduciate; a chi non ha neppure la voce per parlare.

La Chiesa è costruita su un innocente crocifisso, è lui il fondamento e non altro, non è una visione sociologica o ideologica della chiesa che ci porta a stare in essa.

La questione dunque che si pone è il metodo, di come vivere il cammino sinodale, nel senso che è sempre più indispensabile e necessario mettere chi è ai margini, occultato ed escluso, non più come comparsa, come oggetto di benevolenza, bensì come soggetto protagonista in grado di interpellarci e provocarci.

Dare la parola è un atto di grande responsabilità, riconoscere questo diritto anche a chi normalmente non è preso in considerazione è un atteggiamento teologico: Dio ci dice la Scrittura parla attraverso la voce del piccolo, dell’emarginato, dello scartato.

Veniamo da secoli in cui i laici sono stati infantilizzati, dal latino infans, colui che non parla, colui che non ha un discorso proprio, che parla di sé in terza persona perché sente gli adulti che fanno così…

Parlare non vuol dire soltanto emettere delle parole, ma significa poter esistere. Se non avremo il coraggio di dare la parola e di ascoltare le domande, le inquietudini, le sfide che la storia ci pone, non riusciremo a cambiare.

La chiesa è indefettibile, non verrà meno, secondo la promessa del suo fondamento che è Cristo, ma se vogliamo fare una chiesa diversa dobbiamo decidere di camminare insieme e di stare tutti al passo di Gesù.

(Ap 21,9-27; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30)