Tante altre volte Gesù era salito a Gerusalemme in maniera direi discreta e riservata, senza organizzare un ingresso pubblico così solenne al punto da restare impresso nella memoria collettiva.

I motivi per cui il Signore decide di fare un gesto così eclatante possono essere diversi: anzitutto sapeva da tempo ormai di essere giunto alla stretta finale, con le autorità non c’era più dialogo, ma solo opposizione dura e feroce. Tant’è che a un certo punto Gesù stesso decise di andare su Gerusalemme e di affrontare i suoi nemici in campo aperto. Questo è il tema alla domenica delle Palme, preludio della passione, morte e risurrezione di Cristo.

Ricordare oggi, in questo tempo di avvento l’ingresso del Signore in Gerusalemme suggerisce però un’altra prospettiva di lettura, che viene dal significato dell’ingresso di Gesù non solo per quanto riguarda lui e la sua missione, ma per quello che significa per la città di Gerusalemme e quindi per ogni città.

Dovremmo ricordare brevemente il contesto in cui si trovava Gerusalemme nel momento in cui il Signore fa il suo ingresso solenne. La città era attraversata da gravi tensioni sociali, economiche e politiche soprattutto a causa dell’occupazione romana, che ovviamente limitava alcune libertà e sedava con la forza militare i frequenti tentativi di insurrezione.

Se gli abitanti del nord, della Galilea avevano di che vivere di pesca o di allevamento, invece dai villaggi intorno a Gerusalemme molti salivano in città alla ricerca di che sopravvivere, perché la pressione fiscale – diremmo oggi – era spietata, ma soprattutto l’ingiustizia sociale ed economica gravava sulle fasce più deboli della popolazione abbandonate a sé stesse…

Le reazioni a questo stato di cose erano diverse, alcune le conosciamo bene come quelle di coloro che nel NT vengono chiamati Anziani, ovvero i capi delle famiglie più ricche, i quali con l’aristocrazia sacerdotale dei sadducei formavano il Sinedrio e ovviamente traevano vantaggi e lucravano sulla situazione. Un po’ come gli erodiani un partito apertamente filo romano che aveva motivo di esistere proprio perché messo lì da Roma.

Poi c’era l’opposizione più sottile e strisciante dei farisei che controllavano gran parte dell’opinione pubblica ma che evitavano uno scontro diretto e violento col dominatore romano.

Ma c’era anche chi non accettava la dominazione romana e fomentava una ribellione armata come gli zeloti. Il nome stesso li definisce come accesi nazionalisti. Infine potremmo ricordare gli esseni, ovvero un gruppo religioso riformatore che si chiamava fuori dalle tensioni sociali per una vita comune più spirituale, ascetica ma anche elitaria.

Gesù entrando in Gerusalemme entra nel bel mezzo di queste tensioni, ma soprattutto entrando in questo modo si prestava ad essere frainteso quasi che la sua fosse un’autoinvestitura regale e una provocazione…

A sentire il fermento che incontriamo oggi in diverse piazze del mondo, penso a Hong Kong o Parigi, a Santiago del Cile piuttosto che a Bagdad… ci rendiamo conto che i problemi e le tensioni, i conflitti sociali e le ingiustizie sono una costante nella storia del mondo.

La questione è come venirne fuori, come cambiare, quale futuro possiamo immaginare? Deve farci riflettere quanto è emerso dall’annuale rapporto del Censis dove si racconta di un’Italia stanca e sfiduciata sia pure ancora non rassegnata, nella quale un italiano su due (48,2%), pensa che ci vorrebbe un «uomo forte che tutto risolve»[1].

È vero quanto risponde Liliana Segre: «Non l’ha provato, il 48% non c’era quando c’era l’uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa».

Ma è anche vero che dobbiamo chiederci: Davvero crediamo ancora che il nostro futuro debba essere consegnato nelle mani di qualche “salvatore”? e a quale prezzo? La storia non ci ha forse insegnato che i processi di cambiamento democratico esigono una presa di coscienza collettiva, una dedizione e una disponibilità ad assumerci ognuno per la propria parte, le nostre responsabilità e i nostri rischi?

E poi la nostra fede come ci insegna a stare nella città dell’uomo? Diceva bene Charles Péguy: «Beati coloro che muoiono per la città dell’uomo, perché è carne della città di Dio». Come cristiani abitiamo questa città, non la città ideale ed è qui e ora che siamo chiamati a vivere il Vangelo.

Ma quale cristianesimo? Perché oggi incarniamo il Vangelo in una forma che è la nostra, ebbene quale cristianesimo? E la domanda diventa inevitabilmente più precisa: Che cosa deve essere, vivere e insegnare la Chiesa per aprire agli uomini e alle donne del nostro tempo la strada del Vangelo?

La Chiesa non ce lo nascondiamo è ancora un mondo di potere sacro e gerarchico, anche se questo non funziona più. Il modello del potere sacro e gerarchico continua a servire da riferimento nonostante non corrisponda più all’esperienza umana dei cristiani, né alla loro speranza per il Vangelo.

Ci sono preti e dei vescovi che vivono e si comportano come se fossero membri privilegiati di uno stato di vita supremo dove tutto ruota intorno a loro. Sono dei veri e propri monarchi che decidono e agiscono in nome di un potere sacro che è ben lontano dal modo di Gesù di entrare nella città e che arriverà di lì a poco fino a lavare i piedi ai suoi discepoli.

Abbiamo perso per strada la consapevolezza della dignità e del dono di ciascun battezzato per la vita della comunità cristiana.

Ieri abbiamo celebrato la festa di Ambrogio nel giorno della sua elezione dove si narra di un bambino che ad un certo punto grida il nome di Ambrogio nell’assembla dei cristiani di Milano –la chiesa! – che tra infinite discussioni non riesce a darsi un vescovo e risolvere così la questione.

Al di là del fatto se sia leggendario o meno, però era consuetudine nelle comunità apostoliche riconoscere i carismi e i doni a partire dal basso, dalla vita delle stesse chiese. Perché oggi le comunità cristiane non partecipano alla nomina dei loro vescovi e dei loro preti? Volendo che i cristiani siano fedeli e che i presbiteri stiano al loro posto, bisognerebbe riconoscere a tutti e a ciascuno la dignità di persona umana e quindi la competenza, secondo il battesimo, per tutto ciò che riguarda la Chiesa.

Immagino le reazioni dei cosiddetti conservatori: c’è tanto di quel fariseismo oggi come ieri, tipico di chi si irrigidisce e si aggrappa non a Gesù e al Vangelo, ma alla legge del clericalismo.

Se penso a certi avversari di papa Francesco, che notate non sono i non credenti ma i più clericali di tutti, mi chiedo che cosa avrebbero fatto costoro se fossero stati membri del sinedrio davanti all’accusato Gesù! Me lo chiedo anche per me stesso, perché chi può vantarsi di non essere clericale in qualche modo?

Non è l’uomo forte a cambiare le cose, né nella vita civile né nella vita ecclesiale. Vorrebbe dire non conoscere Gesù, non conoscere il Vangelo.

D’altronde se un consigliere comunale di Trieste, ed è uno di quelli che vorrebbero l’uomo forte al comando, si permette di dire: “Mi sento offeso come cattolico” perché qualcuno ha detto che “Gesù era ebreo”, comprendiamo come i pregiudizi antisemiti riemergono anche a causa di un profondo analfabetismo storico e religioso, dopo tanti anni di catechismo e di predicazione…

Certo, i pregiudizi di origine teologica sono solo una espressione tra i tanti pregiudizi e le innumerevoli frottole antisemite che circolano intorno al bisogno eterno di trovare un capro espiatorio per sfogare le proprie rabbie, i malumori per l’economia, la burocrazia, e la mancanza generale di fiducia e speranza per un futuro migliore.

Esistono perfino professori di filosofia di rinomate università che per decenni hanno insegnato la “verità” delle nefandezze contenute nel falso storico inventato ad arte dal governo dello Zar della Russia nei primi anni del novecento per incolpare gli ebrei di un fantomatico complotto per dominare il mondo intero.

Si tratta dei “Protocolli dei Savi di Sion”, un libro che costituisce la fonte primaria di tutte le teorie complottistiche contro gli ebrei e la propaganda fascista e neonazista che portò nel secolo scorso all’orrore della “Soluzione Finale” e che oggi circola liberamente in Italia e in molti Stati Arabi dov’è addirittura un “best seller”.

Da un’infame crisalide qual è l’antisemitismo, in parte frutto purtroppo dell’antigiudaismo cristiano, può nascere la feroce farfalla del razzismo.

Guardiamo e contempliamo Gesù che da buon ebreo entra nella città santa, si prende la responsabilità del conflitto religioso, porta su di sé le povertà e le aspettative dei poveri, degli ultimi… non con la violenza delle armi, non con l’inganno di promesse illusorie, non con il dominio e la prepotenza dell’uomo solo al comando, ma con la logica del servizio facendo della propria vita un dono.

È questa la via che come Chiesa dobbiamo perseguire con tutte le nostre forze se vogliamo davvero rinnovarci nello spirito del Vangelo e poter parlare al cuore dei giovani e delle persone che sono aperte e attente al cristianesimo, ma fanno fatica a riconoscersi in una Chiesa clericale.

«Oggi non ci sono “autostrade” per l’evangelizzazione, non ce ne sono. Diceva papa Francesco. Soltanto sentieri umili, umili, che ci porteranno avanti» [2].

(Mt 21, 1-9)

 

[1] Un’idea che trova più consensi tra operai (62%), persone meno istruite (62%) e con redditi bassi (56,4%).

[2] Alla redazione della rivista Aggiornamenti Sociali, 6 dicembre 2019.