audio 18 set 2022

Gesù come profeta è cresciuto alla scuola di Isaia, anche il vangelo di oggi sembra richiamare le parole del profeta, ad essere precisi si tratta del secondo Isaia ovvero di quel poeta-profeta che continua idealmente la missione del primo, almeno 200 anni dopo, in un contesto diverso e più drammatico qual è la deportazione a Babilonia, annunciando la speranza di un ritorno, la fine dell’esilio.

Il Signore non fa sconti, quella che abbiamo ascoltato è una vera e propria querela di Dio: mi hai stancato con le tue iniquità! Una requisitoria: discutiamo insieme, parla tu per giustificarti.

Ma il Signore sa bene che siamo inaffidabili, non siamo capaci di fedeltà, di sincerità… che l’unica medicina è la sua misericordia: Non temere Giacobbe, mio servo, mio amato (Iesurun), mio eletto… verserò acqua sul suolo assetato… verserò il mio spirito…

Quando Gesù fa riferimento ai morti nelle prime righe di Vangelo, a chi si riferisce? Certamente ai suoi contemporanei che sono talmente ottusi e chiusi nei loro pregiudizi che non capiscono proprio niente nemmeno di fronte a un infermo guarito alla piscina.

Gesù li considera come dei morti dentro, eppure anche per costoro: Viene l’ora ed è questa in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.

Non importa se sono morti, anche se sono chiusi nei loro sepolcri, la parola di Gesù attraversa le pietre, attraversa i muri. Anche se talvolta ci sono dei cuori e delle menti talmente impermeabili e insonorizzati da essere più respingenti di un sepolcro e più insensibili di un cadavere!

È difficile ascoltare. Fate questo piccolo test: quando vi capita di parlare di qualcosa di personale e state raccontando un po’ di voi, la persona che veramente vi ascolta, non irrompe, come spesso succede, col dire: ma anch’io, anche a me… e la cosa finisce lì.

Perché ad ascoltare ci vuole allenamento, occorre esercizio: se ti alleni ad ascoltare la voce del Figlio, se ti poni nell’atteggiamento di chi ascolta il pulsare della vita, sei anche più disponibile ad ascoltare l’altro, ma non con l’atteggiamento benevolo, proprio di chi fa una gentile concessione… ascolti il dono di Dio che è l’altro, la sua vita, la sua storia.

Ascoltare genera nuovi pensieri e nuove relazioni. Ascoltare riaccende fiducia e speranza. Ascoltare è anche un rischio, perché non sai cosa può generare, non controlli la fonte.

Forse è per questo che facciamo tanta fatica ad ascoltare. Anche nella chiesa vorremmo ci si ascoltasse di più. In fondo il cammino del sinodo voluto da papa Francesco, potrebbe essere proprio un esercizio di ascolto.

Certo che per una chiesa abituata a insegnare, a dire agli altri cosa è giusto e cosa non è giusto fare… ascoltare diventa una cosa rivoluzionaria che forse non è ancora ben riuscita, perché quando uno si crede depositario della verità e ministro monocratico non è molto disposto a lasciarsi raggiungere dall’inedito di Dio.

Se Dio ci insegnasse invece ad ascoltare con l’atteggiamento da profeti? L’ascolto dei profeti riconosce pari dignità alla voce del piccolo e del marginale, del sapiente e del professore. L’ascolto è un atto di fede, è riconoscere che Dio continua a effondere i suoi fiumi di misericordia sulle terre aride delle nostre esistenze e il suo spirito nei nostri giovani.

Come vorremmo una chiesa capace di ascolto! In grado di ascoltare le voci di tutti, anche di quelli che le stanno distanti, di coloro che le stanno alla larga, anche di quelli che la osteggiano e la criticano… se Dio ci parlasse proprio attraverso loro?

Sarebbe già una grande rivoluzione e un prezioso frutto del Sinodo, avere una chiesa che assicura che nessuno venga censurato o emarginato per quello che dice, in “scienza” e coscienza.

È pensabile una chiesa che sappia accogliere, in via preventiva, anche gli interventi “sgrammaticati”, impropri, perfino “sbagliati”? capace di vagliare tutto serenamente e comprendendolo nella sua realtà (ciò che non va bene come suggerimento, può essere utile come segnalazione di uno stato d’animo): tutto vagliare e tutti ascoltare?

È forse un sogno immaginare una chiesa che va a cercare tutte le voci critiche, coloro che hanno segnalato problemi e che, spessissimo, sono stati trattati come se il problema fossero loro?

Una chiesa veramente sinodale accoglie come doni preziosi coloro che riescono a individuare i problemi da risolvere, le cose che non vanno, le piaghe da sanare. Il loro protettore è il Beato Antonio Rosmini che, con amore struggente per la Chiesa, scrisse Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa e se le vide messe all’Indice.

Come dice il papa «Non è il momento per strategie elitarie. […] Questo è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno. È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine. È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati.

È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse. È il tempo di comunità che, come il Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione» (30 gennaio 2021).

Il vero nemico dell’ascolto nella chiesa è il clericalismo. Come promuovere ad esempio un vero – e non rachitico e depotenziato – protagonismo femminile nella vita comunitaria ecclesiale? Come pensare non solo ad una Chiesa per i poveri, ma anche con i poveri e dei poveri, sul passo degli ultimi?

Qualcuno ha proposto di introdurre in Italia, una scelta ungherese che fa riflettere molto, ed è la scelta di far ascoltare alle madri il battito del cuore dei feti prima di procedere all’interruzione di gravidanza.

Anche questo è un esercizio di ascolto, e di là delle ragioni e delle intenzioni con cui tale pratica viene introdotta, indubbiamente è di grande impatto. Se per alcuni è discutibile e quanto meno di cattivo gusto, per altri è il ritmo (cardiaco) che riconduce alla realtà o che interroga emozionalmente le coscienze.

Ciò che mi stupisce, scrive Tonio dell’Olio, è che a proporre questa modalità siano le stesse forze sovraniste e nazionaliste, patriottiche e asfittiche che non riescono a sentire il battito di bambine, bambini (e adulti) che attraversano il deserto, i lager libici e il Mediterraneo spinti dalla disperazione o che percorrono la via balcanica col peso di atroci sofferenze scappando dal battito necrofilo dei cannoni.

Forse per i battiti di quei bambini non esiste un’ecografia della coscienza a far gridare la vita e a scandirne ritmicamente la sete di sopravvivenza.

Vite abortite dalla sete di guadagno di chi vende armi, di chi cerca potere, di chi insegue profitti sempre più alti e non si cura dei battiti del cuore delle vittime.

Per ascoltare veramente ci vogliono fede, coraggio e quello che Rosmini chiamava «spirito d’intelligenza».

Davanti ad un cambiamento d’epoca, piccoli aggiustamenti di facciata non servirebbero a nulla. Non abbiamo bisogno di esercizi banali, di cosmesi o di chirurgia estetica. Ci vuole il coraggio della radicalità evangelica. Altrimenti il secolarismo rampante ci devitalizzerà; andremmo, allora, incontro – e non sarebbe la prima volta nella storia – ad un fallimento pastorale. Invece ci vuole coraggio, che è appunto fede nel Vangelo e docilità allo Spirito.

Occorrono profeti che come Isaia e come Gesù sappiano riconoscere nonostante tutto, i fiumi dello Spirito che irriga i terreni aridi e assetati del nostro tempo e del nostro popolo.

(Is 43,24-44,3; Gv 5, 25-36)