Siamo in quaresima, lo siamo già da tempo.

Lo è il mondo attraversato dalla paura del contagio; lo è la Siria con la guerra che non conosce tregua; lo sono i 13mila profughi rinchiusi sull’isola di Lesbo dove anche i bambini cercano il suicidio; lo sono le popolazioni del Corno d’Africa ridotte alla fame da sciami di locuste che devastano le coltivazioni…

La quaresima è il tempo della prova. Secondo la doppia semantica il sostantivo peirasmòs significa in base al contesto ‘tentazione’ o anche ‘prova’. È messa alla prova la nostra umanità, è messo alla prova il nostro stile di vita, è messa alla prova la nostra intelligenza, in definitiva se ci pensiamo bene sono messi alla prova i nostri rapporti con il mondo, con gli altri, anche la chiesa è messa alla prova quando chiede il permesso per celebrare l’Eucaristia…

E così ci siamo trovati in quarantena. Una quarantena che si sovrappone alla quaresima che sono appunto i quaranta giorni in preparazione alla Pasqua. Ma non sono la stessa cosa.

Dice Matteo: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

Gesù obbedendo all’impulso dello Spirito sceglie di vivere quel tempo di digiuno e in quel luogo, nel deserto, per sua decisione personale.

Noi non abbiamo scelto la quarantena, ma possiamo scegliere la quaresima. Possiamo subire il fatto di stare in una condizione di separazione, di isolamento di libertà limitata, ma possiamo deciderci di vivere tutto questo come un’occasione, una opportunità.

Matteo dice che è lo Spirito a condurre Gesù nel deserto, è lo Spirito a fargli decidere di andare in solitudine e a digiuno… la questione è che proprio lì viene messo alla prova ma dal diavolo, dal divisore, dal diabolico che vorrebbe separarlo da quella comunione con Dio e con sé stesso che lui cerca nel deserto, nella solitudine e nel digiuno.

È una dinamica pazzesca se ci pensiamo bene: lo Spirito ti sospinge a compiere scelte giuste e buone e proprio lì arriva il tentatore, il diabolico! Tu vai nel deserto per stare solo con Dio, per pregare, per ritrovare te stesso e proprio lì arriva il diabolico divisore, quello che spacca in due l’essere umano.

Non solo ma la prova è subdola, il tentatore è vigliacco perché aspetta Gesù alla fine dei quaranta giorni, quando crede di trovarlo più facilmente vulnerabile: pensate voi come possa stare uno dopo quaranta giorni di digiuno! Colui che approfitta della sua debolezza è proprio un vigliacco.

Ma perché? Per cosa?

Immaginiamo di stare in quella condizione in un luogo come il deserto che rende facilmente selvatici, quando la fame ti stringe la pancia e ti morde la testa al punto che saresti disposto a tutto pur di sopravvivere.

A me sembra di vedere e toccare con mano l’umanità di Gesù, più in questa pagina che nella grotta tra angeli e pastori.

Qui Gesù incarna quello che siamo davvero quando la fame scatena la nostra natura.

Quando abbiamo fame diventiamo tigri violente.

Quando abbiamo paura pretendiamo interventi divini.

Quando non vogliamo morire ci inchiniamo a chiunque ci dia una qualche sicurezza.

Non sono le tentazioni da manuale di morale, questa pagina è la descrizione più vera dell’uomo.

Nel deserto, dopo quaranta giorni, Gesù ci svela per quello che siamo, senza finzioni. E lì è chiamato a decidere: che razza di Dio vuoi offrire a queste tigri affamate di pane, sicurezza e potere?

Il divisore non ha dubbi: serve un Dio facile, uno che riempia i vuoti, perché questo chiedono gli uomini, di questo hanno bisogno.

Il divisore non ha dubbi, l’unico Dio che continueranno a pregare anche dopo di te, Gesù, è quello che risolve la vita, che moltiplica miracoli, che è onnipotente. Gesù lo sa. Questa è la prova. Drammatica.

Drammatica perché Dio è silente. Il Padre non si fa sentire: s’era fatto sentire al Giordano quando gli aveva detto: Tu sei mio figlio l’amato.

Ora tocca a Gesù scegliere come essere figlio di Dio e indicare così la strada anche a noi. Quel giorno nel deserto non è stata una questione dialettica tra il Messia e il Tentatore, in gioco ci siamo noi, c’è la grande prova: accontentare l’uomo e lasciarlo schiavo della sua religione o accettare di deluderlo e ribaltare la sua banalità.

Se credo ancora in Dio è proprio per quel modo di Gesù di sovvertire la mia idea di Dio, anche se questo mi rimette sempre per strada e mi rende mai appagato.

È per quel modo di colpire l’immagine di un idolo facile, di colpirlo a morte e di continuare a farlo per gli anni della sua vita pubblica, sapendo bene che proprio quella sarà la sua condanna.

Credo che Gesù sia figlio di Dio proprio perché uccidendo l’idolo si condanna alla croce.

Credo nel Padre per questa sua assenza, per questo suo silenzio, per aver fatto a pezzi le immagini di lui, anche e soprattutto le più devote.

Lo so bene, lo so ogni giorno di più, che credere è camminare incontro al silenzio, è uccidere l’immagine divina e consolatoria che cocciutamente risorge ogni mattina.

Lo so bene che tentazione è distribuire facili consolazioni, tentazione è accontentare la fame del prodigio, tentazione è dimostrare la superiorità di Dio, scendere dalla croce.

Lo so bene che tentazione vera è non fallire, non perdere la faccia. Vincere.

Ma è proprio per questo che ringrazio il Signore, perché nel deserto vedo quell’uomo libero e divino, che ancora io non riesco a far nascere.

E allora la sua Chiesa?

Tutto ci sta dicendo che questo tempo è un tempo di prova e noi invece stiamo caparbiamente arroccati al pinnacolo del tempio.

Partirei da lontano, dal 304, dal grido dei 49 martiri dell’Abitinia, oggi Tunisia, che in risposta all’Imperatore Diocleziano che aveva messo fuori legge la celebrazione della domenica alla quale avevano deciso di partecipare anche a costo della tortura e della condanna a morte, dissero: Noi senza la domenica non possiamo stare!

È il grido sempre attuale dei cristiani in Siria, in Nigeria… che celebrano la domenica sotto le bombe mettendo a rischio la loro vita.

È stato anche il grido che abbiamo ascoltato alzarsi dalle comunità amazzoniche che hanno chiesto di poter tenere viva la memoria di Gesù nel celebrare l’eucaristia la domenica anziché averla ogni due-tre mesi, quando va bene.

Questa quarantena subìta, in cui le celebrazioni domenicali sono sospese, non poteva essere l’occasione per ridare fiato al sacerdozio dei fedeli e non rimanere arroccati sul pinnacolo del tempio a una chiesa clericale, che riafferma la centralità e la superiorità del ministro ordinato?

Alla logica del sacerdozio battesimale, che in questo caso è assolutamente capillare, si è preferita la logica della “messa senza popolo”, cui fare assistere il popolo. Assecondando la deriva per cui solo il prete, che dice messa anche da solo, garantisce alla Chiesa di essere sé stessa.

Le chiese non sono solo “assembramento” a rischio, ma anche un luogo dello spirito: una risorsa in tempi difficili che suscita speranza, consola e ricorda che non ci si salva da soli.

Il silenzio nelle chiese (anche se aperte) è un po’ un vuoto: il libero trovarsi insieme nella preghiera in piccole fraternità sarebbe stato ben altro messaggio, anche se ci vogliono prudenza e autocontrollo. Social, radio e televisione non lo sostituiscono.

Abbiamo perso un’ennesima occasione e continuiamo a rimanere arroccati al pinnacolo del tempio.

Il tempo della prova continua.

(Mt 4,1-11)