Cogliamo l’occasione di questa celebrazione per avere il coraggio di fermarci un istante e farci una domanda a dir poco elementare: perché l’Eterno ha deciso di incarnarsi? Perché Dio è diventato umano, ha preso un corpo, un nome, un’identità precisa?

Non è affatto scontata la risposta, presi come siamo dalla frenesia di questi giorni e dall’apparato della festa veniamo stritolati nel tritacarne del commercio natalizio, dimenticando il festeggiato e il senso della sua nascita.

Vogliamo tornare a chiederci il perché, per non accontentarci di trascorrere queste feste un poco instupiditi da un’insulsa melassa d’infantilismo…

Luca con parole diverse da quelle di Matteo e di Giovanni, risponde a questa domanda dicendo: Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Per Luca il fatto che Dio diventi uomo e che assuma le sembianze di un bambino che diventerà giovane e poi uomo ha come fine quello di salvarci. Ma uno ha bisogno di essere salvato quando si trova in un qualche pericolo, quando si trova in circostanze a rischio… Non mi sembra che né noi, né i nostri contemporanei abbiamo questa voglia matta di essere salvati, non ne sentiamo nemmeno la necessità. E poi salvati da cosa? Da chi?

La questione si fa più intrigante perché Luca, all’annuncio del Salvatore, fa seguire l’immagine di un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia e che addirittura fa scatenare la gloria in cielo: gli angeli cantano e lodano Dio!

A maggior ragione ci chiediamo come possa un bambino salvare qualcuno? Un bambino ha bisogno di tutto, di coccole, di cibo, di cura… non è in grado di badare a se stesso, come potrà essere nelle condizioni di salvare gli altri?

È proprio qui, in questo contrasto, anzi in questa contraddizione che emerge il senso della salvezza portata da Gesù.

Ci salva da una vita condannata a spendere miliardi per costruire muri e recinti per dire “No” ad altri esseri umani.

Ci salva da una vita condannata a dover fare soldi per non sentirci dei falliti.

Ci salva da una religione del potere e del controllo che coltiva ipocrisia e formalismo.

Gesù apre un sentiero di salvezza proprio per questo mondo per il quale molti che hanno un po’ di consapevolezza e di spirito critico vorrebbero che si smettesse di fare Natale perché è diventata una grossa presa in giro, una farsa che sembra diventare sempre più insopportabile.

Non è forse proprio per questo che Dio è diventato uomo? Non è forse venuto proprio per dirci che la strada che dà senso alla nostra vita, lunga o breve che sia non importa, il sentiero da percorrere è quello di diventare più umani, compiendo quello stesso percorso che ha fatto lui per il quale noi parliamo di un che Dio scende dal cielo e dalle stelle e va a finire in una mangiatoia. Sì, bisogna scendere dentro l’umanità più vera, più sincera, più calda.

È più calda l’atmosfera della mangiatoia di quella del palazzo di Erode e del palazzo di Cesare Augusto… e allora ci rendiamo conto di non aver ancora imparato abbastanza da un Dio che ha deciso di diventare uomo. Per questo dobbiamo celebrare il Natale. È un dovere etico, un imperativo, nonostante le contraddizioni, o forse proprio per le nostre contraddizioni, le nostre chiusure meschine, le nostre paure, i nostri razzismi. Sì, diciamocelo: non so se siamo più cattivi, ma siamo più finti, più duri, più cinici.

Non è questione di bontà il Natale: Dio non si fa uomo perché è buono, lo aveva capito bene Francesco d’Assisi nel fare il primo presepe, nel quale non aveva voluto statue, né quelle di Giuseppe e di Maria, ma nemmeno quella del Bambino… solo una grotta dove c’erano un asino e un bue veri e una mangiatoia sopra la quale un altare per celebrare l’eucaristia. Non voleva indugiare alla bontà e alla commozione, Francesco voleva che i pastori di Greccio, quelli sì erano veri, cogliessero il senso profondo dell’incarnazione di Dio in Gesù che partiva dalla condivisione più umana fino allo spezzare il pane e al condividere il calice della sua vita donata per amore. Ai pastori, gente povera, gente che viveva in quegli anni dure esperienze di privazione sia per le ingiustizie sociali che per le continue intemperie, Francesco ricordava che la vita ha senso se donata, se offerta per amore.

Ora noi dobbiamo deciderci da che parte stare. Non è lo stesso celebrare e vivere il Natale come ci insegna il Vangelo o viverlo alla corte di Erode, alla corte del prepotente che afferma il suo dominio schiacciando i poveri, gli umili, i forestieri. È quello stesso Erode che oggi chiude i porti e respinge nelle mani degli aguzzini i disperati della terra.

Non abbiamo ancora imparato perché Dio si è fatto uomo. Non l’abbiamo capito e non vogliamo comprenderlo e abbiamo ridotto il presepe a un teatrino.

Cosa ci insegna Maria? Cosa ci insegna Giuseppe? Cosa ci insegnano i pastori?

Maria ci insegna a dare corpo alla parola. Guardate con quanta cura depone nella mangiatoia quella Parola fatta carne! Giovanni dice nel suo Vangelo: Il verbo, il Logos si è fatto carne. Maria è colei che dà carne alla parola di Dio. Nella miniatura del XV secolo riprodotta sul foglietto curiosamente vediamo il bambino Gesù tenuto in braccio da Giuseppe, mentre Maria legge la Torah, studia la Bibbia. Questo ci insegna Maria ad ascoltare e a dare concretezza a quello che ascoltiamo.

Giuseppe ci insegna ad alzarci, ad andare, a non rassegnarci: Erode lo insegue, ma lui è più scaltro, intelligente! Forse potremmo indicarlo come il primo a disobbedire a una legge ingiusta, oppressiva. Speriamo torni di moda l’intelligenza.

E i pastori cosa ci insegnano? Ci insegnano a vegliare nella notte e a lasciarsi avvolgere dalla luce. Sono belli questi personaggi avvolti di luce, avvolti di Dio. Perché anche se siamo nella notte, se siamo nell’oscurità e non vediamo vie d’uscita, se restiamo vigilanti Dio ci avvolge con la luce della sua bellezza. La luce non è un vestito che indossano da sé ma si lasciano vestire dalla luce del dono, della semplicità, dell’accoglienza, della sobrietà.

La luce di Dio è quella che vediamo nello sguardo e nel cuore di chi ama nonostante tutto. Noi siamo quel popolo che cammina nelle tenebre, cui si riferisce Isaia: noi siamo l’umanità che smarrisce di essere umana e camminiamo nelle tenebre dell’ottusità, della chiusura… dove andremo di questo passo? Che futuro costruiamo? Un giorno le generazioni dei nostri figli e delle nostre figlie dovranno forse vergognarsi di noi e di questa disumanità di cui siamo capaci.

Il popolo ancora oggi cammina nelle tenebre, nel buio, senza orizzonti, piegato sotto il peso dei sondaggi del momento, incapace di costruire con responsabilità e reso schiavo dall’odio. Ma per odiare serve molto spazio vuoto nel cuore.

E Gesù amandoci ci salva dal non senso, ci salva dalla paura, ci salva dalla chiusura, ci salva dall’egoismo, ci salva dalla tirannia del denaro che considera chi non è ricco un fallito, ci salva dall’esasperazione tecnologica che vuole arrivare a condizionare le coscienze e a pilotare la mente delle grandi masse.

Gesù continua a salvarci, a offrire la sua salvezza. Lui il porto della misericordia non lo chiude mai. E questa sua determinazione ci sia di sostegno e di coraggio affinché il sale del Vangelo non perda il suo sapore (Mt 5,13).

Allora se oggi molti costruiscono confini e muri, noi possiamo e dobbiamo aprire orizzonti. Buon Natale!

(Is 8,23-9,6; Lc 2,1-14)