//Antonio: un discepolo sapiente del Vangelo

Antonio: un discepolo sapiente del Vangelo

C’è una domanda che mi accompagna da qualche giorno da quando il p. guardiano fra Ernesto mi ha invitato a celebrare la solennità di sant’Antonio di Padova e la domanda è semplice: che cosa può ancora dire a noi la vita di Antonio?

La devozione per lui è molto popolare, ricordo come la esprimeva in una bella poesia Giuseppe Ungaretti nel giugno del 1916:

«Quel contadino

s’affida alla medaglia

di sant’Antonio

e va leggero»

La devozione dei santi e in particolare di Antonio, sembra rispondere a questo bisogno di sicurezza, di poter andare leggeri nelle sfide e nelle salite della vita.

Ma accanto a questo aspetto per così dire naturale e spontaneo, la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiuta a cogliere alcuni aspetti dell’esperienza spirituale di Antonio che vanno più in profondità. Certo il clima culturale, sociale, ecclesiale è diverso da allora. Nel tardo medio evo l’Europa era scossa da profondi cambiamenti: la nascita della società urbana e dei Comuni; l’aumento della produzione agricola con la ripresa di ampi commerci. Artigiani e commercianti, notai e medici, mercanti e banchieri iniziavano a dar vita ad una nuova classe sociale: la borghesia, che andava ad aggiungersi ai cavalieri, al clero e ai nobili.

La Chiesa era attraversata da contrasti forti: da una parte il fiorire delle cattedrali, monumento tipico della città che rinasceva dopo l’XI secolo, che divennero (così come lo erano stati i monasteri nei secoli precedenti) il centro della vita religiosa. E dall’altra le crociate (in tutto otto: la prima nel 1096, l’ultima nel 1270), la lotta violenta alle eresie… È l’epoca dei papi Innocenzo III e suo nipote Gregorio IX, difensori del potere papale, ma che si inserirono anche nella grande riforma spirituale dei secoli XI-XII scaturita dalla nascita di alcuni ordini religiosi sia contemplativi come i cistercensi, sia apostolici, come i cosiddetti «Ordini mendicanti»: i francescani e i domenicani.

In questo contesto Antonio è stato, come dice Paolo un dono per edificare il corpo di Cristo. Un dono, potremmo dire semplificando la sua intensa vita, secondo due aspetti. Il primo che ci viene ricordato dalla prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, e che è stato importante nella vita di Antonio, ovvero il suo amore per la sapienza, il suo aver attinto a quel tesoro inesauribile per gli uomini, che è la conoscenza del dono di Dio.

È curioso che il santuario di sant’Antonio insista sul territorio della parrocchia dell’Incoronata, dove c’era in antico un convento agostiniano, dei frati agostiniani, cui appartenne anche Antonio all’inizio della sua vocazione, quando ancora viveva in Portogallo. In quegli anni, come frate agostiniano, si dedicò infatti allo studio della Scrittura, dei Padri della Chiesa, studio che saprà coniugare in maniera mirabile con un’intensa vita spirituale.

Perché la sapienza di cui parla la Scrittura non coincide con i titoli accademici, anzi questa è scienza sterile e orgogliosa se non si accompagna ad una preghiera intensa e un autentico cammino interiore.  Credo che se san Francesco giunse a domandare ad Antonio di essere tra i primi maestri di teologia dei Frati Minori, è perché ha visto in lui la profondità unità di cuore e di pensiero. «A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com’è prescritto nella regola». Questo è un primo messaggio importante per noi: unire la conoscenza con la preghiera, lo studio e la vita spirituale. Così come la devozione fatta di gesti e di parole religiose deve essere nutrita anche dall’approfondimento, altrimenti diventa facilmente superstizione e magia.

Tale era la passione per questa sapienza evangelica che Antonio maturò ben presto il desiderio di diventarne apostolo, missionario, come per rispondere alle parole di Gesù nel vangelo di Marco: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo…».  La cosa avvenne in una circostanza singolare. Era a Coimbra in Portogallo, nel 1220 quando aveva 25 anni e si chiamava ancora Fernando. Nella città vennero esposte le reliquie dei cinque missionari martiri francescani che si erano recati in Marocco. Come è sempre vero nella Chiesa l’antico adagio: sanguinis martyrum, semen christianorum. Infatti la loro testimonianza fece scaturire in lui il desiderio di imitarli. Voleva andare missionario e per questo chiese di diventare francescano. Ma come sapete, una volta partito per il Marocco fu ben presto costretto a rientrare in Italia, a causa di una fortissima febbre, probabilmente si trattava di malaria.

Partecipò al Capitolo delle stuoie (1221) ad Assisi dove incontrò anche san Francesco. Visse un periodo di ritiro a Forlì, dove dopo qualche tempo, ancora per un fatto del tutto casuale, la sua vita cambiò. Mentre assisteva a un’ordinazione presbiterale, venne chiamato senza alcuna preparazione a predicare. Quello che accadde dopo lo esprimo con le parole di p. Turoldo: «dalla tua bocca sigillata per trentatré anni, che d’ora in poi sarà un fiume, un fiume di dolcissimi accenti e di richiami all’amore, e di inviti alla conversione» (Perché a te, Antonio?).

Iniziò così in Italia e in Francia un’attività di predicazione apostolica intensa di grande efficacia. Efficacia data dal fatto che come dice il vangelo di oggi: il Signore confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano. Infatti, Antonio invitava i suoi ascoltatori a porre gesti di amore, di vera conversione. O ricchi – così predicava – fatevi amici … i poveri, accoglieteli nelle vostre case: saranno poi essi i poveri ad accogliervi nel tabernacolo eterno, dove c’è la bellezza della pace…

Mi sembra che l’esperienza di Antonio ci insegni una cosa ancora. Ed è data dal fatto che Antonio poteva essere grandemente deluso, o come diciamo spesso oggi, depresso, perché tutti i suoi progetti erano stati stravolti. Voleva essere missionario, voleva morire martire… ed è dovuto tornare indietro. Avrebbe voluto starsene tranquillo in convento e invece viene scaraventato nella predicazione del vangelo e a fare del gran bene, da acquisire una fama straordinaria…

Anche noi nel nostro piccolo, abbiamo i nostri programmi, abbiamo in testa i nostri progetti, vorremmo essere noi a dire al Signore quello che deve fare … E lui invece aspetta pazientemente e ci corregge e ci purifica fino a quando non diventiamo strumenti docili al suo Vangelo. E sapete quando possiamo dire di essere docili al Vangelo, quando viviamo quei segni che Gesù indica come criteri di Vangelo e che ci appaiono un po’ strani: scacciare i demoni, parlare lingue nuove, prendere in mano serpenti, bere veleno, imporre le mani ai malati.

Imporre le mani ai malati, può significare per noi essere carezza di Dio per chi soffre, per chi è in difficoltà. Fermarci davanti alle situazioni quotidiane più misere, più abbandonate, a quelle realtà alle quali nessuno pensa…

Poi si tratta di «Scacciare i demoni». Ricordate quello che Gesù disse a Pietro quando questi non voleva sentire parlare della croce: Stai dietro a me satana! Pietro rischiava l’ipocrisia, perché voleva stare con Gesù, però non accettando il modo di essere di Gesù e volendo farsi una religione a modo suo. Ecco cosa dobbiamo scacciare oggi, Gesù ci chiede di scacciare il demone dell’ipocrisia, dell’opportunismo, del conformismo e cercare di servire con amore, pronti a pagare anche il prezzo della croce.

Si tratta anche di «parlare lingue nuove». Ovvero di rinnovare il dono della Pentecoste, della comunione tra le genti, il contrario di Babele, della divisione, degli steccati e delle barriere di razza, cultura, etnia… perché il vangelo è per tutti, è possibile a tutti perché tutti siamo figli dello stesso Padre e fratelli tra di noi.

Prenderanno in mano i serpenti… Nel libro dei Salmi si dice che le persone malvagie sono velenose come serpenti (Sl 58,5) o hanno lingue pungenti come quelle di un serpente (Sl 140,4). Prendere in mano i serpenti significa per noi non assecondare tutte quelle ambiguità fatte di invidia, di chiacchiere pungenti, di giudizi spietati… e vivere una modalità di stare tra cristiani profondamente diversa che non cede al serpente dell’invidia, della malalingua.

Infine Bere veleno senza averne danno… Perché c’è sempre chi sparge veleni nella vita, nella comunità, nelle menti, chi dà da bere falsità e cattiverie…. Ma questo non ci deve spaventare. Quanto veleno circola nelle nostre strade: il veleno della falsità, della mancanza di dialogo, della presunzione… il veleno che uccide relazioni, che soffoca la speranza.

Qual è l’antidoto che Gesù ci dona di inoculare nel tessuto ecclesiale e sociale? È lo stesso che Antonio ha diffuso a piene mani nel suo breve ma intenso ministero, è il vangelo della carità, dell’amore, come Antonio stesso raccomandava: «Se predichi Gesù, egli scioglie i cuori duri; se lo invochi, addolcisci le amare tentazioni; se lo pensi, ti illumina il cuore; se lo leggi, egli ti sazia la mente».

2018-11-13T16:25:55+00:00giugno 13th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|