Chiediamo allo Spirito promesso da Gesù di immergerci in questo dono dell’amore tra loro, tra il Padre, Gesù e lo Spirito. Non vogliamo, come racconta Agostino, introdurre negli angusti schemi della nostra mente l’oceano dell’amore di Dio, ma chiediamo di essere coraggiosi per tuffarci, per immergerci in questo amore.

E sapete come possiamo fare? Non si tratta appunto di accostarci a questo mistero come ci si avvicina a un rompicapo, a una verità teologica da specialisti della materia, ma attraverso il racconto di storie, di incontri, di vicende normalissime, quotidiane, come sa fare la Bibbia.

Così come abbiamo ascoltato dalla pagina di Genesi quando, intorno a mezzogiorno, tre misteriosi personaggi arrivano alle querce di Mamre, siamo 3 km a nord di Hebron, appena fuori la strada per Gerusalemme …. Qui sta Abramo ormai anziano, seduto all’ingresso della tenda, fa caldo ed è stanco del suo lungo camminare ed ecco arrivare tre personaggi che a noi probabilmente avrebbero dato fastidio… e lui invece, appena li vide corse loro incontro!

Uno stile inusuale per un orientale. Correre, anche se è questione di fretta o sollecitudine, è sempre sconveniente. Significa umiliarsi, perdere la propria dignità. Ma è la legge dell’ospitalità, e anche se è anziano, il vento del deserto gli ha scavato la pelle, e ha sulle spalle esperienze tali che gli darebbe un’autorità e un’autorevolezza indiscussa, Abramo corre loro incontro e organizza l’accoglienza per gli ospiti inattesi!

Anche l’anticipare verbalmente ciò che sta per offrire è segno evidente di squisita ospitalità: «Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi» (v. 5).  Il sollievo dei viandanti gli sta a cuore. E più a cuore il desiderio di praticare con zelo l’ospitalità, secondo lo stile della sua gente.

Abramo sa – perché è inscritto nel dna del suo clan –  che i tre non sono lì per caso perché nessuno passa accanto all’altro senza che questo incontro se lo si vuole, se si è attenti, se si ha l’apertura della mente e del cuore, possa portare un qualche dono di Dio.

A Ebron c’è ancora oggi la tomba di Abramo, il patriarca dei credenti, ebrei, cristiani e musulmani, e non a caso considerato il primo eroe dell’ospitalità, del diritto d’asilo. E sta lì a ricordarci che i problemi dell’inizio dell’umanità sono quelli di sempre, specialmente quello del carattere sacro del diritto di asilo e quello del rispetto dello straniero.

Infatti all’ombra generosa delle querce di Mamre, l’ospitalità è ben più che l’adempimento di una legge. Nasce dalla consapevolezza umile a concreta che siamo tutti pellegrini, siamo tutti di passaggio, l’ospitalità si dice che è “sacra” perché è a servizio della vita, sempre.

Per quanto disturbo possa arrecare, per quanto possa distrarre dagli impegni… accogliere il pellegrino significa(va) aprirsi all’inedito di Dio. Perché Dio percorre così le strade dell’uomo, come viandante. Non è solo – anche se ci pare già più che sufficiente – fare una cortesia oggi così che un domani potrebbe essere fatta a me, ma la cosa ancor più importante è che tu non sai cosa porta con sé dei doni di Dio quel viandante! L’anziano patriarca poteva ritenersi appagato: ne aveva già fatte di esperienze di Dio, poteva sentirsi a posto e invece rivela un cuore e una mente giovani: è desideroso di condividere con questi ospiti inattesi esperienze, cultura, tradizioni, interessi, sapienza…

Il famoso iconografo Rublev ha immortalato questa scena nell’icona della Trinità (1422) dove appunto si vedono i tre uomini seduti sotto le querce di Mamre uno di fronte all’altro. Non che Abramo avesse in mente la Trinità, anche se davanti ai tre ospiti si rivolge come a uno solo: Mio Signore non passare oltre senza fermarti… davanti agli ospiti, agli angeli di Dio, parla come davanti a Dio!

Scrive S. Ilario: «Tre uomini appaiono ad Abramo. Egli, gettato lo sguardo sui tre, ne adora uno e lo riconosce Signore[1]». Così anche S. Ambrogio: «Abramo vide la Trinità sotto figura… accorgendosi di tre persone e adorandone una sola. Vede tre, ma venera l’unità[2]».

Infatti, l’incontro lascia un segno: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (v. 10). Né Abramo né Sara si potevano aspettare tanto! Eppure questo è il dono dell’ospitalità, il segno che l’incontro non è stata un’illusione, un inganno, un’autosuggestione. L’ospitalità donata, diventa fecondità.

A me sembra che la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci rimandi a qualcosa di molto vero e attuale e alquanto sconcertante che riguarda Dio anzitutto: per quanto possiamo dire di amare e di conoscerlo, egli resta comunque straniero e pellegrino, vale a dire uno che non conosceremo mai fino in fondo e che dobbiamo imparare ad incontrare in luoghi inediti.

Ci siamo abituati a dire che Dio abita il Tempio, abita le chiese… ma la Bibbia ci insegna che l’Eterno è più facile incontrarlo sulle strade, è un Dio nomade che non ama molto farsi rinchiudere in perimetri sacri.

Basterebbe ripensare alla nostra storia per riconoscere umilmente che il mistero di Dio è sempre più grande delle esperienze che possiamo vivere, è sovrabbondante rispetto alle definizioni che di lui possiamo dare, sfugge ai nomi con cui in alcune fasi della vita lo abbiamo chiamato.

Dio è amore itinerante, come uno straniero e come ogni straniero cerca ospitalità, anzi dice Gesù nel Vangelo: vuole «prendere dimora», chiede di essere accolto. Davvero oggi l’amore, per quanto lo crediamo importante,  è per noi sempre un volto straniero da accogliere. Gesù nel Vangelo lo dice apertamente: Se amate quelli che vi amano, se salutate quelli che vi salutano, cosa fate di straordinario? (Mt 5,46-47).

Perché è solo quando accogliamo l’amore che dischiudiamo possibilità di futuro. E sapete come facciamo a dire che si tratta di accogliere l’amore? Perché l’amore è fecondo. C’è un particolare che continua nel racconto biblico che narra come Sara, che se ne stava dietro la tenda ad origliare, si mise a ridere di fronte alla promessa dei tre ospiti che annunciavano un figlio a una coppia di anziani! In realtà il figlio che nascerà si chiamerà Isacco: il sorriso di Dio! perché il futuro è come un sorriso di Dio, che ti viene dato in dono quando ti apri all’inedito di Dio. Il sorriso di Sara è pregno di realismo, di pragmatismo, ma è sterile, incapace di generatività.

Oggi vediamo diffondersi sorrisi cinici, duri, sprezzanti che non danno futuro. Non sono il sorriso di Dio. Sono il sorriso dell’arroganza che disprezza la vita e quindi disprezza Dio stesso.

Ma che futuro si può dare una società astiosa, chiusa, spaventata? Quando l’uomo, una società, l’umanità accoglie l’amore di Dio concretamente, davvero accogliendolo nelle persone, è feconda di un futuro rigenerante, rigenerativo. Non c’è storia, è così. Per quanto vogliamo garantirci, per quanto vogliamo costruire confini e frontiere, se non accogliamo l’altro, il diverso, il piccolo, il malato… in definitiva se non amiamo, non abbiamo futuro.

Perché di questo si tratta. Non si tratta di parlare dei poveri, dei migranti, dei malati… nel senso che non dovrebbero essere loro il problema, il problema siamo noi che non sappiamo amare.

Perché tra i santi e i patroni che invochiamo per i nostri bisogni e interessi, non veneriamo Abramo e Sara come patroni di una civiltà accogliente, umana, intelligente e rispettosa?

Scriveva il card. Martini: «La via della pace sembra passare sempre più per l’ospitalità… È la sfida a costruire una società senza nemici, senza avversari, una società in cui le diversità si riconcilino e si integrino».

E chiosava: «L’impegno dell’evangelizzazione, così urgente per l’Europa, e quello dell’ospitalità non sono contraddittori perché Abramo pensava di ricevere un ospite e invece ricevette la visita degli angeli di Dio!»[3].

(Gen 18, 1-10; Gv 14, 21-26)

[1] De Trinitate, IV,25

[2] De Spiritu Sancto, II,4; PL 16,1342

[3] C. M. MARTINI, Sogno un’Europa dello Spirito, 1999, pp. 48 e 192.