Abbiamo ascoltato l’insistenza con cui ricorre il verbo accogliere in così poche righe di Vangelo. Per ben sei volte è Gesù stesso a dire: Chi accoglie voi, accoglie me, chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. E poi continua: Chi accoglie un profeta… chi accoglie un giusto…

Accogliere, un verbo complicato oggi. Complicato per tanti motivi. Sicuramente perché alcuni si sentono invasi, si sentono accerchiati da un numero esorbitante di stranieri. Eppure nell’ultimo anno in Italia sono arrivati in vario modo circa 10 mila migranti[1]. Su una popolazione di 60 milioni onestamente non pare un gran che.

Secondo la Caritas i cittadini stranieri residenti regolarmente in Italia sono poco più di 5 milioni (8,7% della popolazione totale)[2]. Come dire c’è il rischio di focalizzare l’attenzione sul problema dei profughi, che sono solo una parte del fenomeno. Un fenomeno che non è certamente quel fiume in piena che qualcuno vorrebbe far credere.

Ma direi che accogliere è complicato in definitiva perché non sai mai cosa accade quando accogli qualcuno. E quando non conosciamo cosa e chi ci sta di fronte e come potrebbe comportarsi, alziamo tutte le nostre difese, diventiamo capaci di tutto per difendere quelli che sono i nostri principi, le nostre tradizioni e i nostri valori. Immediatamente l’altro diventa un pericolo se non un nemico.

Ora senza accorgerci accade un cortocircuito: non è che per difendere i nostri principi e valori, contraddiciamo con i comportamenti quanto proclamiamo? Ricordiamo le parole di domenica scorsa del vangelo di Luca, Gesù diceva: A chi ti chiede il mantello dai pure la tunica. Ama i tuoi nemici. Siate misericordiosi come il Padre…

Guardiamo dunque questo verbo dell’accogliere con curiosità. Proviamo a chiederci: ma cosa accade quando si accoglie?

La lettera agli Ebrei, cioè indirizzata ai figli d’Israele diventati seguaci di Cristo, ricorda un esempio biblico emblematico perché ricorda come ad Abramo accogliendo i tre ospiti accadde di accogliere degli angeli!

Analogamente Elia (850 anni prima di Gesù) si narra che venisse nutrito dai corvi che condividevano con lui il cibo, per essere poi accolto e ospitato da una povera vedova libanese di Sarepta (vicino a Sidone). Anzi dobbiamo riconoscere che in qualche modo Elia le impone di essere accolto. Il profeta chiede, domanda e ottiene del pane a una donna che non ne ha nemmeno più per il proprio figlio.

Parafrasando la pagina di Elia, potremmo dire che oggi abbiamo numerosi profeti che ci chiedono pane: i poveri, i migranti sono profeti per noi. E si sa che nessun è profeta in patria, perché non è affatto semplice accogliere un profeta: spesso la sua stessa presenza è scomoda, interroga, scuote, fa discutere, provoca.

Si sa che accogliere oggi è difficile. È un tema sul quale facilmente ci dividiamo: «Ognuno stia a casa sua, abbiamo già tanti problemi noi!». E allora ogni Paese afferma: chiudiamo le frontiere, costruiamo muri tra noi e gli altri Paesi. «Gli italiani in Italia, gli stranieri a casa loro».

Il ragionamento è tanto convincente che si potrebbe andare oltre: che ogni regione italiana si tenga i suoi! Basta con questa mescolanza, con questo girare, se esistono le regioni un motivo ci sarà… e allora chiudiamo le frontiere tra le regioni e le cose andranno meglio per tutti. Anzi, all’interno di ogni regione sarebbe meglio che ogni provincia si gestisca da sé, perché non è che siamo tutti uguali, bisogna preservare il lombardo, il pugliese, il veneto…

E poi per dirla tutta, anche nell’ambito delle stesse province non è che tutti i comuni possono porsi il problema dei migranti, dei profughi: ci sono questioni di bilancio. Allora sarebbe bene che le polizie municipali istituiscano delle frontiere tra i comuni prima che sia troppo tardi!

Effettivamente però, c’è il problema che le città sono divise in quartieri, si sa, ogni quartiere ha già i suoi problemi: magari col supporto della Protezione Civile, che è specializzata nelle emergenze, si potrebbero agevolmente installare dei posti di blocco tra i diversi quartieri, in particolare al confine con quelli popolari. In fondo, piccolo è bello… e chiuso è ancora più bello.

Ora che ci penso, quella famiglia del quinto piano, con quel continuo via vai di stranieri, senza considerare gli odori quando cucinano, i rumori che fanno… magari potremmo chiedere all’amministratore di montare immediatamente delle cancellate tra un piano e l’altro del condominio!

E se entriamo dentro ogni casa, in ogni famiglia succede che talvolta ci sentiamo stranieri gli uni cogli altri: perché mio figlio fa così? Come mai mio marito, mia moglie è così cambiata? E si costruiscono dei muri invisibili tra le persone, muri di pregiudizi, di paure, di condanne che paiono addirittura insormontabili. Siamo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro. Il muro non è altro che la proiezione fisica del muro mentale che è in te (A. Camilleri).

Il muro è nella testa, prima ancora che nel cuore. Per questo torniamo ad ascoltare la parola di Dio, che ci ricorda, come dice la lettera agli Ebrei: Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Se pratichi l’ospitalità ti capita di accogliere gli angeli, senza saperlo.

L’angelo chi è? È una parola di Dio sul futuro, è parola che va oltre la cronaca, è la parola di Dio che dischiude nuove possibilità. Proprio quando tu non sai, non vedi futuro, hai paura, accogli quello che la vita ti fa incontrare, non cercare nel passato la tua sicurezza. Accogli.

Se non sei aperto all’accoglienza ti chiudi e ti limiti a difendere il tuo passato. Noi facciamo fatica a credere che l’ospitalità sia una porta sul futuro, infatti l’Europa, continente debole e cieco, continua a erigere muri, grazie agli imprenditori della paura che la fomentano giocando sulla discrasia tra realtà e percezione della realtà.

I muri che in alcuni Paesi dell’Europa si stanno continuando ad innalzare non fermeranno chi scappa dalle guerre, perché cercheranno altre strade, rafforzando in questo modo i trafficanti di uomini. Sarebbe piuttosto il caso di creare un sistema di corridoi umanitari, per evitare la crescita della tratta di esseri umani oggi gestita da mafie e terrorismo.

Nei migranti ci sono storie e insegnamenti di cui tutti dovremmo beneficiare per la nostra crescita umana e anche spirituale. La vera frontiera è la piena integrazione, qui sta il futuro.

“Come cristiani, diceva papa Francesco domenica scorsa, non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al “nostro” gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire. Chiediamo al Signore la grazia di piangere, quel pianto che converte il cuore davanti a questi peccati”.

La dottoressa Cristina Cattaneo in un libro “Naufraghi senza volto” tosto e duro perché racconta la sua impresa nel cercare di dare un’identità ai corpi recuperati in mare o nei barconi così da restituire ai loro parenti una risposta sul destino dei loro cari, racconta del cadavere di un ragazzo proveniente dal Mali con la pagella nascosta dove si tengono le cose più care, ripiegata con cura e cucita nella giacca: una pagella, con i voti delle materie scritte in arabo e francese.

Quella scheda, conservata con amore e orgoglio, forse anche nella speranza che dimostrasse le sue buone intenzioni, è tutto ciò che sappiamo del suo proprietario, un ragazzo di quattordici anni morto nel Mediterraneo senza che nessuno lo potesse piangere.

Chiediamo al Signore di essere almeno come i corvi di Elia e dare un pezzo di pane al profeta che incontriamo ogni giorno, al povero, al migrante, all’altro, al diverso… e portare il pane e dare un bicchier d’acqua vuol dire tante cose.

Significa sciogliere il muro delle paure, aprire il cuore e la mente perché mentre doni, ricevi molto di più, accogli in te la possibilità di aprire il cuore e la mente, accogli nuova linfa che ti rigenera e ti fa ritrovare il gusto e la bellezza dello stare insieme, dell’aprire le porte, dello stare a tavola. E Dio non è tanto lontano da lì.

(1Re 17, 6-16; Eb 13, 1-8; Mt 10, 40-42)

 

[1] www.lenius.it del 6 settembre 2019

[2][2] Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, XXVIII Rapporto Immigrazione 2018-2019