X DOPO PENTECOSTE - Lc 18, 24b-30


«Chiedi ciò che vuoi e te lo darò», così dice il Signore a Salomone. Una proposta fantastica! Anche se dovesse chiedere una cosa sola, sarebbe già magnifico. Un po’ di soldi, una casa nuova, un successo professionale… quante sarebbero le cose che non faremmo fatica a chiedere!

Ma non siamo nel mondo delle favole, quel «chiedi ciò che vuoi e te lo darò» non è la frase scontata di una specie di mago prestigiatore o di un venditore spregiudicato. Siamo vicini a Gerusalemme, precisamente a Gabaon, in una sorta di santuario dove il popolo d’Israele andava a pregare, a offrire sacrifici e a lodare Dio. Salomone è appena diventato re succedendo a suo padre Davide e per questo vuole ringraziare il Signore. Dobbiamo immaginare Gabaon come un luogo isolato e dopo aver sostenuto un viaggio un po’ lungo, si è già verso la fine della giornata e sta arrivando la notte, Salomone ormai stanco, si addormenta.

È a questo punto che Dio gli appare in sogno e gli dice: «Chiedi ciò che vuoi e te lo darò». Cosa vuol dire il redattore della pagina biblica? Ci vuol dire che guardando a ritroso la vita di Salomone, se era stato capace di governare con grande saggezza e intelligenza, questi doni non potevano che venire da Dio!

Da che mondo è mondo i re, i potenti, i dittatori chiedono di eliminare i propri nemici, di sbaragliare quelli che non sono allineati… c’è chi chiede denaro, ricchezza, lunghi anni di vita… insomma l’uomo chiede questo.

Quando Pietro fa presente a Gesù, casomai se ne fosse dimenticato, che lui e gli altri undici hanno lasciato tutto per seguirlo… quindi qualcosa magari potrebbero anche meritarselo, dice il nostro bisogno di avere un Dio a nostra disposizione. C’è sempre un interesse anche nel credere.

Il cuore dell’uomo vuol per sé, chiede sicurezza alle cose, al denaro, al potere… Salomone, da vero uomo di Dio, invece ci sorprende: il nuovo re chiede «un cuore (docile) intelligente», un cuore intelligente affinché sappia rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male.

Non domanda numerosi anni di vita, non chiede ricchezza, né la morte dei suoi nemici, che pure erano tanti. Chiede un cuore intelligente, un cuore pensante, capace di discernere. Salomone ci ricorda che per mandare avanti l’umanità, perché ci sia un futuro, occorrono uomini giusti, donne giuste. Poi c’è anche chi è più buono di un altro, uno più coerente di un altro… perché non siamo tutti uguali, per cui ci sarà chi è più santo e migliore di un altro, ma tutti siamo chiamati ad essere giusti. Tutti possiamo essere persone che sanno distinguere il bene dal male. Certamente siamo deboli, fragili, inaffidabili… e questo può essere dovuto al carattere, all’educazione, alla personalità… ma l’essere giusti è una condizione che possiamo scegliere di volta in volta.

E noi sappiamo cosa significhi essere giusti, perché ascoltando il racconto biblico di queste domeniche a partire dalla Genesi fino a Davide, sappiamo che la giustizia nella Bibbia non consiste semplicemente nell’osservare delle norme, delle leggi, il codice civile, ma essere giusti significa vivere le tre relazioni costitutive dell’antropologia biblica e che sono l’ossatura, lo scheletro che tiene in piedi un uomo, vale a dire la sua relazione con Dio, con il creato e con gli altri.

Essere giusti significa non dimenticare mai nelle nostra vita che noi stiamo in piedi grazie a questa triplice relazione. Per cui ogni azione che facciamo, ogni iniziativa che compiamo dovremmo domandarci se è secondo la giustizia di Dio. Ovvero se rispettano, se favoriscono e se aiutano la relazione con Dio, la relazione col creato e con gli altri.

Quando una delle nostre scelte, una delle nostre decisioni non risponde a tutte e tre queste relazioni, dubitiamo fortemente di poter pensare di essere benedetti da Dio.

A questo punto la Bibbia ci ricorda che il futuro è nella capacità di visione dei giovani. Come molti profeti anche Salomone vorrebbe quasi rifiutare la sua missione. Dio lo incoraggia e lo sostiene, anzi Dio sceglie dei giovani per essere i suoi messaggeri. E non solo, il messaggero della saggezza di Dio per eccellenza è un giovane.

Spesso pensiamo che la saggezza sia una qualità che si acquisisce con l’esperienza e quindi con l’età. Ma ancora una volta Dio spiazza le nostre idee e fa di Salomone, giovanissimo re d’Israele, il modello di saggezza di tutta la Bibbia. Troppo spesso pensiamo che solo noi siamo in grado di capire le cose, ma forse è solo perché non vogliamo mollare le redini. Dio nell’incredibile risposta al giovane re Salomone ci dimostra che lui sceglie i giovani e affida loro le missioni più impegnative.

C’è un terzo aspetto del racconto che è assai intrigante, perché tutta la vicenda avviene nella trama del sogno e della preghiera. Che cosa significa questo canto a due voci, il sogno e la preghiera, la preghiera e il sogno? In realtà il biblico racconta il sogno di una preghiera. È come se Salomone sognasse di pregare, in realtà è Dio che sceglie il sogno, la notte, l’inconscio di Salomone per rivelarsi a lui.

Dio si rivela nel sogno, come spesso nella Bibbia. Quando l’uomo abbassa la sua soglia di controllo, quando smette le barriere e le difese, allora Dio si manifesta per dare indicazioni, istruzioni e anche coraggio.

Così, con il linguaggio del sogno, Dio comunica con Salomone e quando si sveglia, il re capisce che ha fatto un sogno e potrebbe dire a se stesso: «È  solo un sogno», «Peccato, era solo un sogno!». Ma noi sappiamo che non era solo un sogno, era un modo per restituire giustizia alla vita, un modo per ridare fiducia all’umanità perché possa darsi un tempo di giustizia.

Ma noi diremmo subito che questa è utopia, come si può cambiare il cuore dell’uomo? Come credere possibile la giustizia, quando tutti vogliono ricchezza, potere, dominio… Proverbiale è l’espressione di Gesù che racconta come appunto paradossale e più probabile che un cammello passi per la cruna dell’ago che un ricco entri nel regno dei cieli. Che è come dire che le cose non cambieranno mai.

A causa di una consonante sbagliata nel testo originale quella che era la gomena (gamia), ovvero la fune, la cima che serve per ormeggiare una barca è diventata un cammello (gamai) e così anche il gioco di parole è stato profondamente deformato. I marinai e i pescatori del lago di Tiberiade avevano dimestichezza con le gomene e i relativi aghi. Ma con il passaggio della gomena al cammello si è perso sia il motto di spirito che la forza espressiva di questo detto.

L’effetto paradossale di una gomena che è impossibile attraversi la cruna di un ago, tocca profondamente i discepoli: è impossibile salvarsi! Che serve allora tentare l’impossibile?

È possibile se impariamo ad essere uomini giusti e donne giuste. Per dirla con le parole di un caro amico prete operaio: «Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di persone che sappiano fare il pane, di persone che amino gli alberi e sappiano riconoscere il vento. Abbiamo bisogno stare all’aria aperta almeno due ore al giorno.

Abbiamo bisogno di ascoltare gli anziani, lasciare che parlino della loro vita. Costruirsi delle piccole preghiere personali e usarle. Abbiamo bisogno di esprimere almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Abbiamo bisogno di dare attenzione a chi cade e aiutarlo a rialzarsi, chiunque sia.

Abbiamo bisogno di leggere poesie ad alta voce e far cantare chi ama cantare. In questo modo non saremo tanto soli come succede, oggi, e soprattutto impareremo di nuovo a sentire la terra su cui poggiamo i piedi e a provare una sincera simpatia per tutte le creature del creato» (G. Stoppiglia).

Abbiamo bisogno di uomini giusti. E tutti noi lo possiamo essere.

(1Re 3, 5-15; 1Cor 3, 18-23; Lc 18, 24b-30)