//Al pozzo dell’incontro

Al pozzo dell’incontro

(Gv 4, 5-42)

Ancora oggi, si può attingere acqua al pozzo di Sicar, dove avvenne l’incontro della Samaritana con Gesù. Il luogo mantiene da millenni un grande fascino, pur essendo ormai custodito dentro una chiesa molto bella.

Certamente era ancor più suggestivo per l’uomo del Primo testamento avvicinarsi a un pozzo. Ricordo almeno tre episodi: la moglie di Isacco, Rebecca, viene incontrata al pozzo (Gen 24); così come al pozzo Giacobbe trovò Rachele che sarebbe diventata sua moglie (Gen 29), anche Mosé incontrò Zippora al pozzo di Madian (Es 2, 15-22).

Il pozzo, al di là del suo significato primario e immediato, sembra essere così il simbolo di un incontro dove la sete d’amore può trovare una risposta, al pozzo si può incontrare l’amore della vita. E questa dimensione è presente nel dialogo di Gesù con la Samaritana: «Va’ a chiamare tuo marito! – Non ho marito… – È vero perché hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito».

Questo è un primo livello di lettura ed è quello evidente della Samaritana che ha sete d’amore, infatti continua ad attingere al pozzo, ma non le basta mai. Nessuno dei cinque mariti, e nemmeno il sesto con il quale si trova a convivere, sembra possa soddisfare la sua sete, il cuore di quella donna è malato d’amore.

Ma Giovanni vuole condurci più nel profondo, appunto, del senso dell’incontro. Incontro che, infatti, avviene verso mezzogiorno, non era certo questa l’ora per andare a cercare marito. Questo tipo di incontri avveniva di sera e non sotto il sole di mezzogiorno. Non solo, la legge giudaica permetteva la possibilità di avere al massimo tre mariti in successione… e non addirittura sei.

Giovanni ci vuol dire qualcosa di più. Infatti, se insieme a questi elementi teniamo presente che la parola ebraica pozzo (be’er) significa anche «spiegazione», «interpretazione», ci rendiamo conto che il gesto di attingere a un pozzo, suggerisce l’idea di approfondire, di andare a fondo delle cose e per l’uomo biblico esprime bene il compito di scavare e di studiare la Scrittura per scoprirvi la Parola viva di Dio.

Ecco che Gesù nel dialogare con questa donna di Samaria fa proprio questa cosa: il dialogo intenso e intrigante è come un lavoro progressivo di pulitura e di sgombero dei detriti dal pozzo che è il cuore di quella donna.

Vi sarà capitato talvolta in montagna di trovarvi di fronte a una piccola sorgente nascosta dal terriccio, dal fogliame. Ecco dopo che con pazienza e attenzione avete sgombrato il terreno, avete spostato le foglie… avete potuto attingere l’acqua tornata a scorrere limpida e dissetarvi.

Ecco, Gesù fa proprio questo lavoro nel dialogo con la Samaritana. Non esordisce ricordandole subito la legge di Dio, caricandola del senso di colpa e richiamandole i comandamenti e i castighi che poteva aspettarsi. Non la umilia affatto, si ferma con lei e anzi con grande umanità è lui a domandarle dell’acqua, è lui che dice la sua sete – che è la sete di Dio -, così lei si sente accolta, capìta e pronta al cambiamento.

Questo ci dice che la verità di noi stessi la troviamo sottoponendo i nostri cuori al paziente lavoro di scavo e di scandaglio del Vangelo.

Probabilmente anche la sorgente del nostro Battesimo è finita nascosta e coperta dal terriccio, dal fango e dal fogliame… Guardando la nostra vita, forse riconosciamo che gran parte del nostro tempo l’abbiamo trascorsa a riempire la nostra sete di amore e di senso accumulando esperienze, riempiendo la vita di cose, se non addirittura usando le persone… Facendo esattamente quello che facevano una volta le tribù del deserto quando volevano fare terra bruciata intorno a una tribù nemica, ovvero riempiendo di terra i loro pozzi, rendendoli così inutilizzabili (Gen 26, 19).

Il primo lavoro che ci è chiesto è esattamente l’operazione opposta: non riempire, non accumulare, non ingolfare, ma purificare.

In questo sta l’impegno di sottomettere la nostra vita all’egemonia della Parola. Lasciandoci scandagliare e purificare nei nostri desideri sbagliati, nei nostri affetti sbagliati, nelle nostre abitudini sbagliate e chiederci: ma cosa mi dice il Vangelo per questo momento della mia vita? Cosa mi dice il Cristo oggi nel vedermi così?

Quando abbiamo fatto questo lavoro su di noi, allora ci renderemo sensibili a coloro che anche oggi, come tante samaritane e tanti samaritani, vivono la risposta alla loro sete di amore e di senso in modo istintivo, banale al punto da buttarsi via.

Ma il problema è proprio qui: dove sono i discepoli di Gesù oggi? Spesso sono intenti alle loro cose, come quelli del vangelo che sono andati a far la spesa.

Il mondo brucia letteralmente di sete di senso, di amore, di gusto per la vita e noi impieghiamo la maggior parte del tempo a spiegarci tra noi, consumiamo ogni giorno ore nell’infinita gestione delle nostre occupazioni e preoccupazioni, e finiamo per trascurare la sorgente dell’acqua viva.

Il Signore insegna alla sua Chiesa il vero atteggiamento pastorale, la vera cura per le persone e noi ancora non abbiamo imparato da lui: guardate il tempo e l’attenzione che il Cristo dedica alla sola donna, a una sola samaritana.

Eppure una sola vale l’evangelizzazione di un’intera città, è lei stessa che, abbandonata definitivamente la sua anfora, corre a dire a tutti: «Venite a vedere!», venite a vedere questo Gesù che ha guarito il mio cuore malato d’amore.

Preghiamo il Signore che ci doni di essere una chiesa che, come Cristo al pozzo, sappia ancora accompagnare qualche samaritana al fondo della propria sete per incontrare la freschezza dell’acqua che zampilla per la vita eterna.

 

 

2018-11-13T16:25:03+00:00marzo 4th, 2012|Omelie (vedi tutte) >|