//Una missione al femminile

Una missione al femminile

La sequenza delle letture così come l’abbiamo proclamata di per sé andrebbe invertita: infatti la pagina degli Atti che descrive la missione di Filippo che scende da Gerusalemme a Gaza e incontra il ministro delle finanze della regina d’Etiopia al quale annuncia Gesù e da il battesimo… ecco questa pagina è la risposta e la prima attuazione concreta del mandato del Signore che abbiamo ascoltato nel vangelo di Marco: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo e chi crederà sarà battezzato…

Dunque guardiamo a Filippo, che non è l’apostolo ma uno dei sette diaconi che nella comunità di Gerusalemme parlavano greco, come a colui che avendo ascoltato le parole di Gesù è il primo a mettersi sulla strada e a percorrere quei 120 km che separano Gerusalemme da Gaza, spinto da un impulso dello Spirito, senza un programma missionario chiaro e preciso, non gli viene dato un progetto o una méta da raggiungere, ma una strada da percorrere: va’ sulla strada.

Una strada che tra l’altro è deserta. Una strada sotto il sole, che ci va a fare? Filippo vai sulla strada! Qualche cosa succederà, non si sa che cosa; qualcuno passerà, non si sa chi.

Ed è questo un primo richiamo a quella che è una condizione essenziale del cristianesimo: il vangelo è itinerante, è nomade! Noi magari siamo più stanziali, ma il vangelo non sta rinchiuso nel tempio, nelle mura della tua città, della tua cultura, della tua identità… della tua nazione. No, il Vangelo attraversa i confini e le difese e non sai chi incontrerai e cosa accadrà.

Infatti sulla strada Filippo incontra un Etiope, eunuco funzionario di Candace[1], non un funzionario qualsiasi, ma il ministro delle finanze! Quindi che su quella strada ci fosse un etiope ci rivela che già allora c’era un certo movimento… ed è curioso perché non è Filippo che parte e va in Africa, è l’Africa che viene da lui!

Qualcuno oggi avrebbe da ridire perché sì, è vero che è un etiope, però quello era un etiope ricco e allora le cose sono diverse! Ipocrisia terribile: perché se sei ricco allora non sei straniero in nessun luogo, invece se sei povero, hai meno diritti, perché non hai i mezzi… siamo alle solite.

Ma dobbiamo saper vedere anche i segnali di speranza: proprio in questi giorni è stata nominata la prima donna presidente dell’Etiopia, l’unica capo di Stato donna dell’Africa, Sahle-Work Zewde: una coincidenza casuale se volete, ma mi ha fatto pensare perché proprio questa donna nel suo primo discorso ha chiesto a tutti di ripudiare la violenza per una ragione, come dire, “al femminile”: «Vi imploro in nome delle madri, le prime a soffrire quando manca la pace» e non ho potuto non pensare come la missione della chiesa non possa che essere una missione “al femminile”, appunto di una chiesa che è la prima a soffrire quando un essere umano, donna o uomo o bambino, viene scartato, rifiutato o peggio ancora lasciato morire.

In un mondo dove il machismo dalla mandibola volitiva trionfa e assurge a modello di riuscita nella vita, guardiamo alla missione di Filippo che continua invece e incarna la premura e l’attenzione richiesta da Gesù. Filippo sente che l’etiope eunuco (è un poco sgradevole insistere su questa condizione, eppure il testo lo ricorda ogni volta… secondo me perché dopo parlerà di Pietro che converte al vangelo la famiglia di Cornelio e allora qui forse ci vuole dire che anche la condizione di sterilità invece può essere feconda, perché non c’è condizione che precluda l’incontro con Gesù) sta leggendo a voce alta il capitolo 53 di Isaia, il quarto canto del servo del Signore. Costui conosce bene il greco e non è che non capisca cosa sta leggendo. Il fatto è che non comprende cosa significa e si domanda: Chi è questo servo che soffre ingiustamente, chi è costui? allora Filippo Partendo dalla Scrittura gli annunciò Gesù (v.35).

Disarmante questa semplicità: Partendo dalla Scrittura gli annunciò Gesù. Non so se vi è mai capitato di incontrare qualcuno che non abbia mai sentito parlare di Gesù, qualcuno che non abbia mai letto il Vangelo… il mondo è pieno di gente che crede di credere e di conoscere il Signore e il Vangelo, ma non si rende conto che spesso è una conoscenza per sentito dire, dovuta a quattro incontri di catechismo, o anche solo per i luoghi comuni che derivano da una tradizione cristiana secolare… ma incontrare qualcuno che non conosce Gesù è rigenerante! È un bellissimo esercizio anche per noi cristiani di antica data. Prova solo a pensare a cosa diresti se ti capitasse di incontrare qualcuno cui devi annunciare Gesù come ha fatto Filippo con l’etiope?

Cosa fa uno? Ripensa allora a ciò che ha vissuto e sperimentato, attinge ai suoi ricordi, ripensa alla sua formazione cristiana… e la cosa è molto rischiosa, perché se penso a me, ricordo che per tenermi buono – d’altronde ero un poco inquieto – la mamma in casa o il parroco al catechismo… dicevano quelle parole che avevano il potere di un calmante: Dio ti vede, fai il bravo! Per fortuna che poi Dio qualche volta si distraeva e aveva da guardare anche qualcun altro… così sono potuto diventare cristiano anch’io!

Non basta la nostra esperienza, non è di noi che dobbiamo parlare, ma si tratta di far incontrare Gesù. Quando incontro dei giovani per un cammino di discernimento una delle prime cose che chiedo loro è di leggere un vangelo tutto di seguito, di mettersi in ascolto di quello di Marco – che è il più breve –, perché può accadere che uno sia cristiano da decenni ma non abbia mai letto un Vangelo di seguito. Ed è grave.

È grave per lui, ma è grave per le ricadute che registriamo oggi nel nostro Paese e in gran parte del mondo. È drammatico come si faccia un gran parlare di valori cristiani, di identità cattoliche, di difesa della vita e di famiglia… e al tempo stesso ci sia un tasso di odio, di violenza inaudito. Succede quando il cristianesimo diventa l’oppio del populismo, ovvero quando ci si serve di alcuni valori della tradizione religiosa alla stregua di grimaldelli per un disegno politico “contro” un nemico che sono gli altri, i diversi, i musulmani, gli immigrati…

Emblematiche le parole del presidente ungherese Orbàn: «Il mio governo ha il diritto di tutelare il modello di vita cristiano, la dignità umana, la famiglia, la nazione e la comunità di fede. Abbiamo difeso il nostro paese dalla ruggine dell’immigrazione. Il nostro obiettivo è costruire una patria cristiana».

Fosse il pensiero di un singolo capo di stato, vabbè pazienza, è un problema degli ungheresi… ma si tratta di un populismo religioso pervasivo che va dal Brasile alla Russia, dove Putin ha stretto un’alleanza di ferro con la chiesa ortodossa russa come non si vedeva dai tempi degli zar, fino a casa nostra e che identifica nella figura di Steve Bannon il suo supereroe globale, il quale dopo aver portato al successo la missione (!) per Trump ora si aggira per l’Europa come un magnete capace, con le sue analisi grossolane, di imporsi nel marketing dei social media e di catalizzare i malcontenti, i disagi, le paure e farli convergere in un disegno di futuro che sarà tranquillo e pacifico solo con la restaurazione dei valori perduti, trovando ovviamente sponda anche nel tradizionalismo cattolico.

D’altronde l’aveva già esplicitato Mussolini in occasione della ratifica dei Patti Lateranensi, quando disse: “Io sono cattolico e anticristiano”! Espressione emblematica di una situazione strisciante… ma come sarebbe altrimenti possibile che l’85% dei cattolici italiani condivida, secondo un sondaggio di Libero, l’attuale politica antiimmigrati?

Credo che quanto stiamo vivendo ci chieda di fare un serio esame di coscienza come Chiesa: siamo rimasti fedeli al mandato di Gesù, o invece – come abbiamo fatto per decenni – la nostra pastorale ha insistito sui valori non negoziabili, senza mai salire sul carro dell’etiope, ma su quello del vincitore di turno per spartirci privilegi, leggi e denari con il potere?

Allora avvertiamo come discepoli del Cristo di avere una grande responsabilità nei confronti del nostro Paese e dell’umanità: dobbiamo tornare ad annunciare il Vangelo, questa sì che è la vera tradizione, dobbiamo parlare di Gesù, dobbiamo fare strada insieme a tutti coloro che cercano lasciandoci accompagnare dalla Scrittura e chiederci cosa significa essere discepoli del Vangelo in questo tempo e con questi compagni di vita.

Che cosa annunciamo oggi? Siamo appesantiti, abbiamo un’eredità ingombrante: la chiesa funziona più come un’istituzione religiosa che come una comunità di fede. Abbiamo percorsi di catechismo che sortiscono gli effetti contrari di disaffezione e allontanamento… Abbiamo fatto rientrare dalla finestra quello che il Vangelo aveva fatto uscire dalla porta: il carattere sacro, la sacralità… quando negli Atti è talmente semplice e coinvolgente la spiegazione che Filippo ha fatto che l’Etiope dice: qui c’è un corso d’acqua perché non posso essere battezzato? Perché non posso essere immerso in questa vita cristiana?

E noi avremmo dovuto fargli fare qualche anno di catechismo, avremmo dovuto chiedere al parroco, far benedire l’acqua… insomma se ci riflettiamo bene il Vangelo è la rovina della chiesa, di un certo modo di intendere la chiesa che sembra talvolta essere molto impegnata per non fare quella cosa molto semplice compiuta da Filippo: fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua… È bellissimo: scesero tutti e due nell’acqua! È la missione al femminile, la missione di chi si affianca con gentilezza, disponibile ad ascoltare…

Non abbiamo alternative. Proviamo a porci una domanda, quella che molti sedicenti cattolici evitano di porsi: dove porta una religione identitaria che si sente assediata? Di solito porta alla guerra.

L’esito è ben diverso da quello degli Atti, dove invece quando risale dall’acqua l’etiope non vede più Filippo. Perché come dice Gesù: quando abbiamo fatto quello che dovevamo fare riconosciamo di essere servi che devono lasciare il posto al titolare.

(At 8,26-39; Mc 16, 14-20)

[1] Candace non è il nome proprio della regina, ma è un titolo come quello di “Faraone” o di “Cesare”.

2018-10-29T09:32:22+00:00ottobre 28th, 2018|Omelie (vedi tutte) >|