Vorrei essere balsamo per molte ferite e cerco la tua compagnia.
Usciamo dall’involucro, abbandoniamo la crisalide e voliamo sui cuori, negli sguardi, nei sussurri di chi sta dietro di noi.
Sì, fermiamoci e voltiamoci: quanti volti non abbiamo nemmeno sfiorato con la nostra dannata fretta.
Non risusciteremo i morti, ma almeno potremo ridare un sorriso, un abbraccio, un po’ di quella tenerezza di cui abbiamo fatto economia immaginando di essere indispensabili a non si sa bene cosa.
È tempo di feriti, se ne contano a migliaia sulla faccia della terra, e tra loro anche noi, ognuno col suo dolore. Ma se proprio questo fosse il varco, lo squarcio che genera nuove possibilità, che chiede trasformazione e che suscita competenza?
Ecco la buona notizia di Pasqua: la croce e la risurrezione di Cristo aprono la possibilità di attraversare il dolore non nella posizione del superamento, ma nella sua coesistenza con la vita.
La vulnerabilità, l’umanità e la nostra fragilità non sono il difetto della vita, ma ne sono la condizione costitutiva. Come la morte di Gesù: una morte vitale. Non per risuscitare. Vivere adesso è risuscitare.

p. Giuseppe Bettoni