Possiamo confinare la risurrezione di Gesù nell’ambito dei dogmi, perché di questo ha bisogno l’uomo religioso: deve credere di non morire. Oppure potrebbe residuare come dato culturale per il fatto che ha ispirato artisti, musicisti, poeti e scrittori…

È anche evidente che la risurrezione di Gesù viene guardata in tralice dall’agnostico: non ha le categorie di pensiero e di linguaggio che possano attestare un evento che non lo riguarda, né lo interessa, almeno per ora.

Ma c’è un momento ed è questo in cui la paura della morte e del morire non è più evitabile.
Si è fatta vicina, molto vicina, più di quanto potessimo immaginare.

Che cosa può dire ancora la morte dell’Uomo Gesù, la sua angoscia di fronte all’inevitabile delusione del tradimento, dello scarto e dell’insignificanza di cui la Pasqua è memoria?

Si muore da soli, soli sulla croce, soli in terapia intensiva… che ne resta di noi?
Dopo le lacrime, dopo il dolore, cosa si raccoglie il giorno ‘dopo’?

Come morirebbe Gesù oggi?
Con la stessa angoscia di chi sull’ambulanza a sirene spiegate viene portato in ospedale, di chi si sente mancare il fiato e avverte il soffio vitale volare via.
Con la stessa paura di chi sente le bombe distruggere la casa e la carestia falcidiare la vita.

Ma sempre senza mai smettere di amare.
Oltre il tradimento e senza il calcolo degli interessi.
Senza vie di fuga dalla violenza né dalle armi.
Ha amato, senza aggettivi né avverbi.

Se l’Europa muore oggi è perché non ama le persone, ama i denari.
Se la cultura muore oggi è per il narcisismo di tanti che adorano sé stessi.
Se la religione muore oggi è perché difende la propria organizzazione e non ama l’uomo,
Se non vuoi morire, pur nella morte, ama e sarà Pasqua.