//Foglio Informativo 23 maggio 2010

Foglio Informativo 23 maggio 2010

La festa ebraica di Pentecoste è da sempre tra le feste più importanti: celebrare, dopo la Pasqua di liberazione dalla schiavitù, il dono della Legge significa per il popolo esprimere la propria riconoscenza per la tenerezza misericordiosa dell’Eterno che prima ha fatto sperimentare il proprio amore e poi ha chiesto di rispettarne i patti.

Infatti il popolo ebraico con la festa di Shevuot, che era inizialmente l’offerta a Dio della primizia del grano appena giunto a maturazione, celebra questo evento della consegna della primizia della Torah, quale segno di maturazione del rapporto tra Dio e il suo popolo. La legge, o meglio la Torah, non è semplicemente un testo scritto da osservare, quelle parole scritte esprimono l’intenzione di Dio, lo Spirito di Dio, la premura con cui Dio vuole essere vicino al suo popolo, affinché il popolo sia vicino a lui.

Anche in quell’anno in cui era morto Gesù,  la città di Gerusalemme era un fermento di lingue diverse proveniente da tutto il mondo: erano migliaia i Giudei pii che venivano dalla diaspora per unirsi ai fratelli di fede nella città santa. C’era davvero un sacco di gente a Gerusalemme … una festa che doveva essere come quella di tutti gli altri anni.

Gli Atti raccontano di un gruppo di ebrei, discepoli di Gesù, per i quali la pentecoste di quell’anno invece non fu affatto come le altre! Per raccontare quello che è successo Luca ricorre a tre testi del Primo Testamento.

Il primo tratto dal libro dell’ Esodo, ricorda gli eventi del Sinai, quando Dio ha donato a Mosè le tavole della legge: Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono (Es 19). Scrivendo nella linea degli eventi del Sinai, con il fuoco e il vento tuonante, Luca  vuole farci comprendere che la Pentecoste di quell’anno è stata qualcosa di più di un pellegrinaggio tradizionale, è stata un’esperienza come di un nuovo Sinai: allora Dio aveva donato la Legge scritta su tavole di pietra al suo popolo per insegnargli a vivere nell’Alleanza, ora Dio con il dono dello Spirito scrive nei cuori una parola indelebile.

Il secondo testo cui ricorre Luca per dirci di questa pentecoste è la parola del profeta Gioele, la si trova al cap.3,1: io effonderò il mio spirito su ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Ecco a Gerusalemme si compie questa profezia: l’enumerazione di nazionalità presenti in città, l’indicazione che vi si trovavano dei giudei venuti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, dice che a Gerusalemme si compie il dono dello Spirito, che la città santa non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, la città dove è risuscitato, ma anche la città dove lo Spirito è stato effuso sui discepoli.

Il terzo testo che Luca ha in mente è quello che tutti conosciamo bene: la storia di Babele. L’orgoglio umano vorrebbe essere l’unico artefice della costruzione della storia! Al punto che la costruzione della torre costituisce il simbolo di un delirio mondano e di presunzione orgogliosa.

Questa triplice narrazione costituisce la trama della pentecoste e ci può aiutare a comprendere come possa esserci pentecoste per noi oggi. Che cosa lo Spirito dice alla Chiesa oggi? quali sono i doni di cui abbiamo bisogno per essere testimoni del Vangelo in questo momento storico?

Riprendendo le tre linee di Luca possiamo dire che il nostro essere discepoli consiste nel riferirci tutti all’amicizia con Dio, non abbiamo più l’esperienza del Sinai, ma ciascuno di noi, ripensando alla propria storia di fede, può ricondursi ad una esperienza sorgente, al dono di Dio che si è manifestato in un incontro, in un evento, in una persona … che è stato come un fuoco che ha scaldato il cuore, come un vento che ha rimesso in circolo la vita. Comunque è certo il Signore all’inizio di tutto. La tradizione dei Padri amava descrivere il mistero della Chiesa con la metafora della luna: il Cristo è il sole di giustizia, sorgente unica di luce e la Chiesa, come la luna, riceve da lui, ad ogni istante, tutto il suo splendore. La testimonianza della Chiesa in certe epoche si può anche oscurare: sono le fasi oscure della luna. Esse stanno a significare che la Chiesa, in questo modo, è sempre una chiesa morente, ed è così che essa si rinnova, riavvicinandosi sempre più al Cristo. Tutta vicina al suo sole  il Signore Crocifisso, proprio nell’oscuramento della passione essa ricomincia a crescere per partecipare alla pienezza segreta della vita del risorto (scrive H.De Lubac).

Un secondo spunto che rimanda alla citazione di Gioele, è l’invito che ci viene da Dio ad alzare lo sguardo e a credere che lo Spirito del Signore è sempre vivo, è attivo, non si scoraggia, non ci abbandona. Gioele dice: Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno sogni … Certo se ci guardiamo intorno, chi mai ode profeti oggi nella chiesa? Quali anziani osano sognare? Eppure è una promessa che attende il compimento. Avere anziani che sognano e non solo che si lamentano, avere giovani che guardano con profezia al futuro e non solo all’oggi … è una promessa di Dio, che noi attendiamo come segno di una rinnovata pentecoste!

Infine la pentecoste ci apre ad accogliere il dono di Dio: non siamo noi a costruire la Chiesa, è lo Spirito che riempie la Chiesa, perché sia capace di parlare agli uomini e alle donne di ogni lingua, di ogni latitudine ed essere una casa dove abitano la diversità e l’unità,  contro la nostra tendenza e la nostra tentazione ad omologare, a rendere tutto uguale, a non tollerare le diversità. Una chiesa che non si costruisce come una nuova torre, ma una comunità che è ricca nella sua diversità di doni e di carismi. Una chiesa estroversa e non solo preoccupata del proprio funzionamento. Ecco una chiesa per il nuovo millennio che già il Concilio Vaticano II ha descritto come una chiesa sottomessa alla Parola di Dio, una chiesa che mette al centro l’Eucaristia, una chiesa leggera, semplice e povera, attenta ai segni dello Spirito nei nostri tempi, ovunque si manifestino; una chiesa attenta al cammino arduo e difficile di molta gente oggi, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità. Una chiesa che, come Gesù, rifiuta i suggerimenti di Satana che lo invitavano al miracolo chiassoso, la spettacolarità, il dominio.

Sì, come scriveva don Tonino Bello, Pentecoste è una “festa difficile”: «Ma non perché lo Spirito Santo – anche per molti battezzati e cresimati – è un’illustre sconosciuto. È difficile perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica. Siamo troppo attaccati allo scoglio: Alle nostre sicurezze: Alle lusinghe gratificanti del passato: Ci piace la tana: Ci attira l’intimità del nido: Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto: Se non la palude, ci piace lo stagno: di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia. Lo Spirito Santo invece ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

Il complesso dell’una tantum. È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente: Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un pezzo di strada, ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di un percorso faticoso e imprevedibile ci rattrista. Lo Spirito Santo invece ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

Il complesso della serialità. Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui la crisi della protesta nei giovani e l’estinguersi della ribellione. Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto delle molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze delle diversità.

La Pentecoste vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro».

Invochiamo insieme a Pentecoste il dono dello Spirito, perché il suo soffio rinnovi i nostri cuori, le nostre vite e ci doni di guardare con speranza al futuro.

2018-11-14T09:22:22+00:00maggio 23rd, 2010|News e proposte (vedi tutte) >|