//Don Giuseppe Stoppiglia

Don Giuseppe Stoppiglia

Un figlio chiese al padre:

«Perché il sole diventa rosso al tramonto?»

«Per bellezza», gli rispose.

Giuseppe Stoppiglia

Stelle sulla terra

Arriviamo al tramonto, sotto un cielo leggero, ma ricoperto di stelle.

Piccola e deliziosa cittadina, appena aldilà di Marostica, avvolta in una cinta di mura che si apre dall’alto, spalancandosi come un abbraccio.

Persino gli alberi, qui, hanno una storia da raccontare, tronchi ricoperti di coloratissimi filati lavorati all’uncinetto, espressione del movimento “tree knitting”, forma d’arte urbana, pacifica, ecologica e multicolore che utilizza fili di lana intrecciati per ricoprire con dolcezza gli alberi.

Splendida allegoria: scaldare gli alberi con il colore significa avere cura della vita, come fa la “De Leo Fund”, nell’offrire speranza e forza alle persone che soffrono la perdita improvvisa e violenta di una persona cara[1].

Oltre il viale alberato, in una storica villa dei padri gesuiti, presenta il suo ultimo libro “Prendiluna”, lo scrittore Stefano Benni.

Ad accompagnarlo, sul palco, c’è Don Giuseppe Stoppiglia.

I suoi interventi sono segnati da lacrime che bagnano il viso solcato dalle rughe, la sua pelle lieve, la barba lunga e bianca.

Incrocio i suoi occhi celesti, color oceano; bellissimi da farmi sprofondare. Mi lascio cullare dalle dolci onde che si alzano, come un’alta marea, ad ogni suo ricordo, che copre con un velo di commozione, il suo sguardo ed anche il mio.

Non è un prete che sfoggia dotte e preziose disquisizioni di ordine teologico; ha speso la propria vita ad occuparsi di comunicazione e fratellanza fra più culture e sostiene fermamente che Dio è Amore; che in principio non c’era il peccato originale, ma la gioia, che si può bestemmiare, quando la bestemmia è il grido di dolore degli operai.

Voce dissidente e piena d’amore, timbro forte, forse troppo per l’acustica delle chiese decadenti e controriformiste di Bassano del Grappa.

L’hanno costretto in definizioni infelici e poco rappresentative: un “comunista”!

Chi offre del cibo ad un bambino di strada è un santo; se, però aggiunge che quel bambino ha fame perché è oppresso da gente arrogante ed egocentrica, è un comunista!

E’ uno spirito libero, nella vita ha detto tutto ciò che pensava e pensato tutto ciò che ha detto; è un uomo coraggioso che ha remato, e rema ancora, controcorrente per sentire il vento.

Non amava i metodi educativi del seminario, tanto da vivere, racconta, un intenso e doloroso conflitto con i diversi direttori Spirituali, autoritari e intransigenti, persone integerrime cui spettava, quali migliori interpreti della volontà dello Spirito Santo, il “forum” interiore dei giovani seminaristi.

A sostenerlo lungo il cammino vocazionale, saranno anche le parole del profeta Geremia: “Prima che ti formassi e uscissi dall’utero, ti ho conosciuto e santificato, ti ho stabilito profeta. Ti manderò, e annunzierai quanto ti ordinerò. Pongo le mie parole sulla tua bocca per sradicare e demolire, edificare e piantare” (Cap.1, 5 -10).

Quale uomo d’amore, Don Giuseppe non riteneva essere il voto di castità una forzosa rinuncia, ma piuttosto un’opportunità per offrire sé stesso al servizio dei poveri, degli uomini e delle donne; una scelta libera, piena e consapevole, non da estorcere con la repressione, ma che fosse, tra le altre, una risposta di amore rivestita di passione e dolcezza, una risposta al grido del «lasciatemi vivere, o lasciatemi morire, ma non seppellitimi vivo».

E’ stato un “tuono” tra i cieli tiepidi delle chiese di ieri e che sovrastano, ancora, alcuni vecchi tetti di oggi; dirompente come un fiume in piena, dolce come un vento che ti accarezza il viso.

Quando parla dipinge paesaggi, li attraversa con i ricordi e ti porta con sé. Il suo papà gli ha insegnato a difendere la bellezza e la verità, percezione altissima che ricevo dalla sua prima commovente condivisione:

Un giorno mi trovavo con la famiglia in montagna sul Massiccio del Grappa. Essendo figlio di un contadino e montanaro, aiutavamo a tagliare l’erba per seccare il fieno per l’inverno, la giornata stava finendo, ad un certo punto chiesi a mio papà: “Papà, perché il sole è rosso al tramonto?”. Mio papà, che era un uomo di poche parole, dopo alcuni secondi mi rispose: “Per bellezza”. Non ho mai dimenticato questa sua risposta. Non è una frase scientifica, ma è una frase vera. Ha detto una di quelle verità che non si dimostrano, ma si incontrano e si riconoscono. Sono verità che non si possono impacchettare e portare ad altri come un oggetto da regalo. Come fanno i turisti in Amazzonia che vogliono portarsi a casa la scimmietta piccola da mettere sul taschino, oppure fotografare l’Africa o il Sud America, convinti che la bellezza si possa portare in Italia. Le verità non si possono impacchettare. Le trova chi le incontra di persona, che le cerchi o no. Le verità si incontrano.

Mi è salito un brivido lungo la schiena. Non mi sono mai chiesta perché il sole cambiasse colore al tramonto, eppure ne ho ammirati tanti, meravigliosi come i ricordi con cui li custodisco.

Tutto ciò che vibra sulle labbra di Don Giuseppe, diventa poesia, soave come un canto che mi sembrava di sentire davvero quando ha descritto, così, una sua meravigliosa esperienza contemplativa:

Sull’alto pianoro di pietre bianche che conduce al rifugio Principe Alberto sul Catinaccio, con tre amici, ho intonato in un mattino di luglio il canto dell’Ave Verum di Mozart. La voglia di cantare era venuta, per una carezza di vento, quasi a frenare la commozione per le meraviglie intorno. Ho perfino pianto, forse mi tormentava un nodo di parole trattenute, soffocate. La melodia di Mozart era in quel momento poesia del mondo, che rivela il donarsi di Dio. Era canto di ringraziamento, di riconoscenza, una preghiera che non trovava parole. Succede lassù, fra le cime che fanno tremare l’anima e il cuore nello stupore del silenzio. Sarà l’imponenza maestosa delle cime o l’impeto inarrestabile del torrente che precipita a valle? Sarà lo scoppio improvviso del temporale o la calma imperturbabile del laghetto? Certo è che dal cuore della montagna si sprigiona una forza che incute rispetto. La montagna è maestra di amicizia e i suoi insegnamenti, discreti e a volte rudi, arrivano al cuore: lì dove l’uomo, ormai docile, non può rifiutarsi, lì dove si capisce che nel mondo in cui viviamo, non si può mai essere soli.

E’ questo, certamente, il dono più grande che la montagna fa a chi la frequenta con il cuore aperto, aperto alla contemplazione. Il contemplativo abbraccia con un solo sguardo molte cose e convive con esse. Ho scoperto la spiritualità della contemplazione vivendo a fianco di mio padre più che leggendo libri di mistica. Senza che le cose lo assorbano e lo frantumino, il contemplativo raggiunge il centro creativo e organizzativo delle cose. Le osserva e ne resta felice. Questa potrebbe essere la definizione di spiritualità. Non si può parlare di nulla se non si è fatta una esperienza interiore e se essa non è divenuta consapevolezza di uno sguardo particolare”.

A rendere ancor più memorabile l’incontro con Don Giuseppe, nostro poeta di Dio, è il rispetto che nutre per le donne e che manifesta nel suo impegno a riconoscere loro una centralità nella chiesa, nelle fraternità, nel lavoro, nel mondo.

Un impegno forte e chiaro: accogliere con amore le donne e le loro storie, recuperarle dalle periferie buie ed accompagnarle al centro. Irradiarle. Lasciarle parlare, ascoltarle.

Hanno una storia da raccontare, strade da indicare, formidabili intuizioni riposte nei dimenticatoi.  I loro pensieri e le loro storie sono ancora avvolte in sudari di silenzio.

L’impegno evangelico va aldilà delle insipide commemorazioni avvolte in gloriosi ed inutili fasci di mimose, che profanano la figura della donna sempre al limite di un marciapiede.

Lo scrive a chiare lettere in un messaggio di auguri indirizzato all’amica Sonia, entrando nella profondità di quel rapporto “prete/donna”, fino a scavarci dentro per ammirarne nel cuore, come i suoi occhi gentili hanno saputo fare, la tenerezza, la delicatezza, la costanza, la libertà dell’intuizione, la generosità dei sentimenti, la compassione, l’intelletto d’amore, la fantasia, la creatività: patrimonio spirituale delle donne, dimensione della loro anima.

Un mondo fondamentalmente maschile nel quale la donna non ha alcuna funzione, è sempre più un mondo senza Dio, perché in un mondo senza madre, Dio non può nascere[2]”.

L’associazione Macondo[3] non poteva avere un presidente migliore, un presidente che dice: «non avere paura dello straniero, potrebbe essere un angelo».

E’ direttore della rivista “Madrugada”, che si occupa di solidarietà, lotta alla povertà e di grandi temi che riguardano il mondo. Il nome è intraducibile in italiano, madrugada è quella parte della notte, di solito fra le tre e mezza e le cinque del mattino, l’ora più buia, ma al contempo è l’ora che annuncia la luce di un giorno nuovo, un’altra alba.

Bassano del Grappa, quattordici aprile duemiladiciotto.


[1] Gli alberi rivestiti sono un’icona della De Leo Fund, una Onlus fondata, nel 2007, da un gruppo di amici e volontari per supportare la condizione umana, esistenziale e psicologica, di tutte quelle persone che hanno subito un lutto traumatico per incidenti stradali e sul lavoro, per suicidio, omicidio, catastrofi naturali, errori umani. Offre strumenti per l’elaborazione del lutto per integrare i ricordi della persona cara con l’eredità di emozioni e delle esperienze che lasciano.[2] Da un discorso di Pavel Evdokimon, teologo ortodosso russo.[3] Macondo è un’associazione che aggrega attorno alla convinzione della possibilità di fratellanza, di condivisione di un’uguaglianza fondamentale. Del sogno che sia possibile una comunità dove le diversità non contino se non come opportunità e modi e forme di un arricchimento per tutti. In un arricchimento individuale che sia, allo stesso tempo, ragione e risultato dell’arricchimento di tutti. In cui il massimo della proiezione verso l’altro coincida con il massimo dell’inabissamento dentro di sé. In cui l’arricchimento della comunità sia la sempre incompleta somma della ricchezza di ognuno. In cui, insomma, l’arricchimento degli uni non dipenda dall’impoverimento degli altri (Mario Bertin).

2018-11-14T08:15:20+00:00aprile 14th, 2018|News e proposte (vedi tutte) >|