//Vent’anni di solidarietà

Vent’anni di solidarietà

Gli anniversari possono costituire l’occasione in cui il nostro pensiero e i nostri interessi si sollevano dall’ordinaria gestione delle cose e delle urgenze, per abbracciare con uno sguardo più ampio il percorso compiuto e per intravvedere le direttrici per il futuro, per questo trovo suggestivo che mentre ci apprestiamo a celebrare i 150 anni dell’unità nazionale festeggiamo anche i 20 anni di solidarietà di Arché.

Sono due i binari che hanno segnato la nostra piccola storia: la persona e la comunità. Il nostro è da sempre un impegno di solidarietà al servizio della persona e soprattutto della persona più fragile perché nelle nostre città e nel nostro Paese nessuno possa sentirsi in qualche modo escluso dal partecipare al bene comune.

In questi anni sia nella formazione che nei nostri incontri abbiamo ripetuto in continuazione che il volontario è un cittadino solidale. E ogni volta che riscontro come questa convinzione sia diventata patrimonio dei volontari e degli operatori di Arché, mi viene da pensare che anche solo per questo l’esperienza avviata vent’anni fa ne sia valsa la pena. Ma è anche vero che alla luce della situazione attuale del nostro Paese emerge una nuova domanda: come questa esperienza che ci portiamo dentro e che condividiamo nella quotidianità può diventare coscienza diffusa, cultura che partecipiamo nei nostri ambienti di vita, di lavoro, di studio, di relazioni? Come può contribuire a cambiare il modo di essere delle istituzioni sia politiche che economiche? Come può informare dei suoi valori alcune leggi ingiuste che guidano la nostra democrazia?

Anzitutto mi sembra che ci sia una cosa molto semplice da fare e che potrebbe apparire scontata ma purtroppo non lo è, ed è quella che un anziano resistente francese, Stéphane Hessel, ha espresso in poche pagine che hanno ottenuto in Francia un successo editoriale sorprendente: «Ci appelliamo alle nuove generazioni perché mantengano in vita e tramandino l’eredità e gli ideali della Resistenza. Diciamo loro: ora tocca a voi, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e la società non devono abdicare, né lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia». Oggi ad indignarsi sono i giovani delle piazze del Cairo, della Tunisia, della Libia … e loro forse possono darci la forza di reagire alla sonnolenza delle nostre coscienze. «Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale.

Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati» (Hessel). È vero possiamo impegnarci solo se ci siamo indignati per qualcosa. Ecco un compito che mi sembra potrà segnare il cammino di Arché nel tratto di strada che sta dinanzi a noi, consapevoli che si tratterà di una strada per così dire in salita e a volte anche in contromano. Infatti mi domando spesso perché nonostante le migliaia di associazioni di volontariato e i milioni di volontari sparsi sul territorio della penisola, sembra che il loro impegno e la loro dedizione siano irrilevanti di fronte al dilagare di una mentalità che si nutre di corruzione, volgarità, sfruttamento e ingiustizia? Qualcuno deve pur avere il coraggio di essere voce critica e di indignarsi per il grave danno che viene inferto alla dignità della persona sia esso immigrato, donna o bambino. Qualcuno – e chi se non dei cittadini solidali? – deve dire che chi distrugge la dignità umana di una sola persona, a cominciare da se stesso, è come se distruggesse quella del mondo intero e che arreca una lacerazione inscritta in maniera irreversibile nell’ordine delle cose. Perché, volenti o nolenti, siamo responsabili gli uni degli altri.

Dobbiamo, come diceva don Milani, avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto (Lettera ai giudici, Barbiana 18 ottobre 1965).

2018-11-14T09:23:02+00:00marzo 18th, 2011|News e proposte (vedi tutte) >|