Non vedo l’ecumenismo intra-cristiano come una urgenza dei nostri tempi, perché si sta realizzando nei fatti, grazie a Dio. Vedo più urgente, e ancora assai laborioso, il lavoro di avvicinamento, intesa, amicizia, tra le grandi religioni dell’umanità.

Partecipo quanto posso ai momenti ecumenici, cioè di collaborazione operativa, spirituale, culturale, delle chiese cristiane. Mi sento cristiano dell’unica “chiesa di chiese”, pur grato e liberamente partecipe della chiesa cattolica che mi ha comunicato la fede. Il problema dell’unità delle chiese è un problema solo perché in passato ci siamo odiati, condannati, combattuti, ammazzati. Ma oggi siamo “riconciliati nelle differenze”. Oggi, in un certo senso, non esiste problema ecumenico, se non per i fanatici del particolare e per i paurosi della differenza, che non è divisione. La fede delle chiese cristiane è fondamentalmente comune, e così l’impegno evangelico di amore all’umanità tutta e al mondo, pur con quelle piccinerie o esaltazioni, che sono difetti delle persone umane come di ogni umana aggregazione, da sopportare.

Le differenze tra le chiese cristiane (non parlo di chiesuole improvvisate, spesso ad uso  di sfruttamento politico dei sentimenti ingenui; parlo delle chiese già provate dalla storia) sono superficiali: giuridiche, strutturali, di organizzazione, tradizionali, di forme, di linguaggi, di maniere. Non sono differenze teologiche radicali. Tutte si riferiscono in modo vitale a Gesù di Nazareth e vogliono vivere “sulla sua via”, invocando il suo Spirito.

Certo, il papato cattolico è la maggiore difficoltà. Ma anche per tanti cattolici. Un servizio di unità tra tutte le chiese cristiane può essere accettato da tutti, ma il carattere imperiale che il papato ha preso nella sua lunga storia non è bene neppure per tanti cattolici e, sempre più, per i papi stessi (almeno alcuni), dal Concilio in qua. Oggi, con Francesco, vescovo di Roma e papa, è in atto una non facile riforma del papato stesso, del suo potere: una riforma che non tocca la fede essenziale di tutti i cristiani, ma questo istituto gerarchico-giuridico cresciuto in maniera cancerosa nel tempo lungo. Aiutiamo questa riforma. Viviamo tutti anticipando la fraternità, nella differenza di modi e di funzioni, senza nessuna pretesa di superiorità, ma solo di aiuto ed esempio reciproco, in parole e azioni.

Vedo più impegnativo il lavoro di avvicinamento, intesa, amicizia, tra le grandi religioni dell’umanità. Anche qui la sostanza è unica: cercare la verità, la giustizia, la pace nel vivere la vita. Ci sono differenze, che alcuni calcano come alternative e ostili, anche per cinico criminale calcolo politico – nessuna guerra è più feroce delle guerre di religione, specialmente delle religioni nazionali – ma c’è oggi una autentica possibilità di riconciliazione e collaborazione nella differenza. L’incontro è favorito dalle benefiche migrazioni che invitano alla convivenza e coabitazione, dissolvono i confini territoriali e psicologici. Si rischia un banale sincretismo, l’insignificanza spirituale di una secolarizzazione arida, si possono realizzare incontri di semplice gentilezza diplomatica, ma si può pure crescere nella conoscenza reciproca delle tradizioni, dei testi, dei valori. Mi pare urgente e prezioso questo lavoro perché è costruzione, a livello profondo, di civiltà umana, di rispetto nella differenza, e di pace nell’accettazione cordiale della varietà dei doni, da valorizzare, non da temere.

Enrico Peyretti