Sotto i portici del Duomo

Ogni martedì sera, intorno alle 21, sotto i portici alle spalle del Duomo di Milano, in un piccolo tratto di i strada quasi protetto, un folto gruppo di senzatetto si ritrova insieme ai volontari della comunità di Sant’Egidio, altri della parrocchia e poi noi che ci uniamo a loro. Sembra una festa. Si prende qualcosa da mangiare, si offre un caffè come sì fa con un amico, si controlla se un paio di scarpe calza a chi telo sta chiedendo. Sorpresa è avere l’ultimo paio a disposizione e vedere una ragazza nel suo sacco a pelo, chiederle se ha bisogno di scarpe e sentire che sono proprio del suo numero. Si dirà: niente di straordinario, piccole cose. È vero. Ma che gioia festeggiare per strada un compleanno con il dolce preparato dai volontari e far festa. Ascoltare le storie di vita dei senzatetto e, a volte, sentirsi davvero piccoli.

Il 43, numero della fiducia reciproca

Una sera incontro un giovane, alto, magrissimo, molto sveglio. Anche lui ha bisogno di scarpe. Gli chiedo il numero. Un 43. Gli dico che gliele porterò la prossima volta. Mi risponde che tanto non lo farò. Mi sento un po’ provocato e allora ribatto che non è un impegno. Intanto ci si conosce di più. Chiedo il nome, da dove viene, perché vive per strada. Mi colpisce il suo appellativo “The Best”. Gli sta bene. Lui è molto deciso e orgoglioso. Parla della sua vita per strada, iniziata a 14 anni nel suo paese e poi lungo le strade d’Europa. Un po’ ribelle, segnato dalla strada, ma non schiacciato, non rassegnato.

Ci si vede ancora, magari per mangiare un kebab insieme e la voglia di sentirlo parlare ancora. Nasce una fiducia reciproca. Mi racconta della sua famiglia, dei suoi lavori e anche di ciò che vive in questa grande città, Milano, la gran bella città in cui mi sento a casa. Un crocevia di storie e popoli, uniti dalla stessa voglia di stare meglio. Chi ci è nato e chi ci arriva. Di Milano ti colpisce la bellezza e l’eleganza. Una vera città aperta e integrante, fatta però anche da un microcosmo di storie tristi, emarginazione e povertà. Non solo l’immagine di successo.

Il mio amico mi conduce per un po’ come Virgilio con Dante nei sottofondi della città, nei suoi piccoli inferni. Mi racconta storie che superano l’immaginazione e capisco che la città è come una persona, mai fermarsi al suo vestito. L’incontro, disinteressato e gratuito, quasi lo sorprende. Abbituato a un do ut des, o ad altri stratagemmi per sopravvivere.

Mi dice che non gli capita quasi mai qualcuno che voglia solo condividere un’amicizia. Sempre più difficile, eppure mi fa dire che è una chiave per dischiudere la bellezza nascosta. Si stupisce del mio essere prete, e non comprende molto il perché di questa scelta. La vita si è fatta dura e allora il rischio è vedere solo con lo sguardo basso a terra. Poi un guizzo. Per me, dice, la fede è aiutare chi sta male, concretamente. A che serve andare in chiesa? Non ho tante parole da spendere, non mi sento come Paolo un grande evangelizzatore. Mi mancano le parole è forse non è nemmeno opportuno. Annuisco sul fatto che in fondo un po’ ha ragione. I miei gesti possono dire di più di tante parole se solo dentro ho chiaro chi sono e ciò che voglio.

Passare per le feritoie

Cosa mi spinge a stare con lui e provare ad aiutarlo? Me lo chiedo. Forse la malcelata idea di sentirmi bene nel fare ciò che faccio. Oppure nel pensare che io non cambio il mondo, ma l’incontro con il mio amico sta cambiando me. Difficile fare spazio solo a lui e a ciò che mi dona. Non sentirmi quello che tende la mano per aiutare, ma per stringere la sua mano. La gratuità, non avere la presunzione di cambiargli la vita è forse la sola possibilità che ho. Anche Lui, il Maestro, non costringeva a sé, non creava rapport subalterni, ma voleva amici. Condivisione profonda di vita, reciprocamente.

Il mio amico mi prende in giro dicendomi che tanti libri che io leggo non servono a nulla e che lui ha imparato dalla vita. Mi lascio provocare e in fondo è lui oggi un libro, un piccolo manuale di libertà e di vita. Tiene molto alla sua libertà, cammina fiero per la città e di notte ne conosce anche l’altro volto, a tratti perverso. È un po’ stanco di avere un tetto fatto di stelle e non avere un posto dove dormire; vorrebbe cambiare vita. Cerchiamo tutti, in fondo, una casa, un po’ di pane e qualcuno che ci ama. Io e lui. Accomunati dalla nostra umanità. Mi dice che lui sente forte il razzismo che serpeggia, lo sente sulla sua pelle. Discutiamo anche di questo.

Ha le sue idee, molto spesso forgiate dalla sua cultura. Su molte cose non sono d’accordo. Per lui la violenza è quasi un dovere per sopravvivere e da quando era bambino l’ha respirata a casa. Le mie parole servono a poco. Come dirgli che non è l’unica strada, soprattutto con le donne? Cambiare è cosa profonda e richiede tempo. Il Rabbì l’aveva capito. Ne aveva parlato con Nicodemo. Bisogna rinascere, convertire lo sguardo, passare per le feritoie, asciugate lacrime e i piedi degli amci, chinarci e vivere la notte buia del tradimento, vedere l’amico che chiude la porta e se ne va.

La fede nuda non è consolazione a basso costo, ma rischio. Posso fidarmi di me e della vita, anche se il vento girerà contro e spazzerà ogni illusione. Strada e fango, il peso che si fa leggerezza, se lo condivido.

Alla fine solo la fedeltà alla vita mi salverà.

(di Adriano Cifelli, articolo tratto dal periodico “Madrugada” dell’Associazione Macondo)