«Passaggi, movimenti. C’è chi usa la parola crisi, altri la parola emergenza. Altri piangono sul passato che, si sa, non torna più. Non sempre le parole sono usate in senso proprio, succede poi che a forza di ripeterle si danno loro sensi nuovi, spesso depressivi» – così scriveva Giuseppe Stoppiglia nel 2011 in un articolo sul volontariato.

Anche allora si viveva una crisi, di tipo strettamente economico. Anche allora ci si interrogava. Molti dicevano che la crisi ci avrebbe cambiato e che non tutto viene per nuocere. E invece… le diseguaglianze sono aumentate e il corso della storia, almeno nel ricco occidente, sembra essere andato avanti senza troppe scosse. Solo teorie, solo ipotesi di decrescita felice, ma poi nulla. Le istituzioni sono di per sé impermeabili al cambiamento, ossessionate dal mantenimento del proprio potere e dello status quo. Non per le persone che quella crisi l’hanno vissuta sulla pelle, ha causato loro drammi e di certo ha lasciato strascichi dietro di sé.

Oggi torna la parola emergenza, dopo quella per la questione migratoria che ha tenuto in particolare l’Europa impegnata in un vergognoso, quanto inutile, scaricabarile di responsabilità, e si chiama emergenza sanitaria a causa della diffusione del coronavirus.

E le parole anche stavolta si sono sprecate. Ogni giorno. Parole spesso incapaci di dire davvero qualcosa che oltrepassasse l’arco temporale di un giorno. Riflessioni, teorie, opinioni, articoli. Di tutto e forse anche di più. Ma le parole, quelle vere, per spiegare quanto sta accadendo forse ci mancano. Forse è troppo presto per spiegare e capire. Anche i discepoli spesso, come attesta il vangelo, «non compresero».

Forse c’è un tempo per vivere e farsi domande più che darsi risposte. Gustarsi il tempo, anche quello che sembra vuoto e perso, infinito, fatto di giornate chiusi in casa.

Ma in che tempo stiamo vivendo? Come vincere la tentazione di guardare al passato o, peggio, di chiudere l’orizzonte del futuro in un cupo presente? Come e dove cercare parole vere, profezie per il tempo che viviamo, capaci di schiuderci il futuro, che si genera nel grembo del presente?

Sì, perché siamo noi i gestatori, il grembo del futuro. Collaboratori di Dio.

Andrà tutto bene? Sì, ma non perché qualcuno, fosse anche Dio, rimette tutto in ordine, come quando la mamma rimette in ordine la stanza dopo che i bambini hanno giocato e lasciato tutto in disordine.

Che senso ha tutto questo? Forse la cosa più difficile è spiegarlo ai bambini, soprattutto con parole semplici. Per fortuna in questi giorni sono circondato da bambini che, con il loro sorriso, quasi ignari di quanto sta accadendo loro intorno, mi dicono che Dio non si è ancora stancato di noi. Penso a te, Maisha (in swahili significa vita): sei nata il 19 marzo, in un ospedale di Milano. La tua mamma, bella e giovane, dopo aver viaggiato dall’Africa all’Europa, è giunta in Italia. Ora è con te, piccolo fagottino di vita e sola.

Poi assieme avete varcato la porta della nostra Corte, il borgo solidale che Arché ha da poco messo in piedi per dare vita a un villaggio solidale. Proprio come naturalmente accade nella tua Africa, che forse un giorno conoscerai, quella terra dal profumo di sangue e vita, dolore, morte e tanta speranza.

Ti abbiamo accolta con la tua mamma, quasi un segno misterioso di quel Dio che viene, che ritorna sempre a visitarci a modo suo.

Se mi chiedevo dove fosse Dio in questi giorni di paura e dolore, ecco, tu sei la risposta.

 

[leggi l’articolo di Adriano Cifelli, pubblicato su “Madrugada”, scaricando la versione integrale qui di seguito: Articolo completo]