C’è poco da danzare oggi. Non siamo proprio nelle condizioni di Davide, come ci ricorda la prima lettura, che invece aveva tutti i motivi per esplodere di gioia: i successi ottenuti nelle varie battaglie e soprattutto sui filistei, come anche sullo stesso Saul, gli avevano permesso finalmente di realizzare una certa unità delle dodici tribù di Israele, di fare di Gerusalemme la capitale politica, militare e religiosa, mancava solo di trasferirci l’arca dell’alleanza che dai tempi di Mosè aveva accompagnato il cammino nel deserto come memoriale dell’esodo e che era preziosissima: lì si custodivano le tavole, la manna… Fatto anche questo il re Davide poteva essere soddisfatto e contento, così ci spieghiamo questa sua danza liberatoria, cinto solo di un efod di lino, davanti a tutta la sua gente.

Questa lettura mi ha fatto ricordare che qualche anno fa ero appena arrivato nella missione di Bertoua, una cittadina nella zona est del Camerun, quando mi chiesero di andare in un villaggio a pochi chilometri perché era morto un capofamiglia e non c’era nessuno dei missionari che potesse fare il funerale. Dopo qualche timida resistenza ho pensato al dolore della famiglia e mi sono fatto forza. Accompagnato da una suora che conosceva la strada raggiungemmo il piccolo villaggio di un centinaio di persone.

Ricordo questo episodio perché non vi nascondo che feci fatica a tenere insieme la rigidità della nostra liturgia e la vitalità di quelle danze durante un funerale nella sperduta savana africana. Suonavano, cantavano e ballavano intorno alla bara di quella che, visto il tributo d’onore della sua gente, doveva essere stata una brava persona, buona.

La danza più forte della morte: la danza come risposta al rigore della morte, alla rigidità, alla durezza della morte. La danza è vita, è comunione, perché si danza sempre con qualcuno, mentre si muore sempre soli.

La danza è preghiera: per quella gente era più necessario danzare intorno al defunto che stare immobili intorno all’altare.

La nostra liturgia non è una danza, né nei momenti di gioia, tantomeno in quelli difficili. Anzitutto perché guardiamo con distanza e diffidenza queste manifestazioni specie nella liturgia. Il nostro contegno, la nostra rigidità nella preghiera, fanno pensare più al rigor mortis che non a un cuore che palpita di un amore irrefrenabile, di una gioia incontenibile – a qualcuno dà fastidio perfino dare la mano al vicino per il segno della pace.

Ma c’è anche un secondo motivo che ritorna nelle letture di oggi: Mical si vergona del comportamento del re Davide, suo marito. I cristiani di Corinto si vergognano della stoltezza del vangelo dinnanzi alla sapienza della filosofia greca. I discepoli si vergognano di Gesù che annuncia non il successo e il trionfo, ma la croce…

La vergogna è un sentimento complesso, è una di quelle emozioni che non solo viviamo nell’intimo della nostra coscienza, ma si manifesta sempre nel contesto delle nostre relazioni.

Ci si vergogna di pensieri, di immaginazioni, di comportamenti che riviviamo come colpevoli. Ma, come scrive Borgna, ci si vergogna anche al di fuori di qualsiasi colpa commessa, come espressione di insicurezza interiore, di timidezza, di timore di non sentirsi all’altezza di una situazione e del giudizio degli altri.

L’esperienza della vergogna si accompagna poi a modi di essere e di apparire del corpo che va dal classico rossore del volto al silenzio imbarazzato di una bocca che si chiude, allo sguardo incrinato dalla stanchezza fino all’irrigidirsi, al bloccarsi del corpo… appunto al contrario della danza!

Ma ci si può vergognare di Gesù? Ci si può vergognare del Vangelo? Evidentemente nessuno di noi oserebbe riconoscerlo. Almeno nelle intenzioni vorremmo essere di quelli che, se proprio non danzano, però vorrebbero camminare dietro a lui, rispondendo al suo invito: Se qualcuno vuol venire dietro a me… (v.34).

In realtà non solo ci vergogniamo a danzare perché c’è troppo dolore nel mondo, ma perché abbiamo trasformato il Vangelo in un esperienza sedentaria… e le sedie, avverte Gesù in un passo di Matteo, creano cattive abitudini: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono fatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno (23,2-3).

Lo dicono anche i nostri medici: la malattia del secolo è la sedentarietà. Le nostre abitudini sono sempre più viziate dal comfort della vita. Siamo una società di gente ferma. Il risultato è che diversi sistemi del nostro organismo entrano in una sorta di atrofia funzionale, a cominciare dalle fibre muscolari, con la perdita di flessibilità delle articolazioni, i disturbi della pressione, lo stress, l’obesità…

Ma la sedentarietà è anche spirituale e morale: abbiamo perso la fibra muscolare e siamo diventati cristiani sedentari, una chiesa da ufficio, pronti a stare dalla parte più conveniente e a vergognarci del Vangelo perché debole è l’amore, debolezza è la compassione, debolezza è l’ascolto e l’accoglienza. Mi vien da dire che gran parte delle nostre paure e delle nostre patologie morali proviene da una vita spirituale sedentaria.

Paolo, che sicuramente non era un cristiano sedentario, scrive ai cristiani di Corinto: Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti. I forti oggi non sembrano confusi, o almeno non lo danno a vedere, ma i deboli sono sempre lì a interrogarci come gli occhi di Josefa, la donna camerunense di 40 anni soccorsa dalla Open Arms a circa 80 miglia dalla costa libica, con accanto a lei i cadaveri di una donna e di un bambino di circa 5 anni. Salvata nelle acque del Mediterraneo dopo due giorni due notti di naufragio che è ancora tutto da spiegare.

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, come hanno scritto i filosofi antichi, cosa c’è nell’anima di quella donna? Molto più che paura o sconcerto. C’è l’orrore. Quegli occhi, quello sguardo mi è entrato dentro, mi ha fatto piangere e non mi vergogno a dirlo, ma soprattutto mi hanno fatto vergognare di essere in un Paese che ha dimenticato l’umanità, in un Paese che ha fatto del cinismo la sua bandiera, ovviamente come strumento di distrazione di massa per non affrontare altri problemi e non mantenere le promesse fatte.

Quegli occhi dovrebbero togliere il sonno a chiunque abbia emanato l’ordine d’abbandono delle due donne e del bambino, a chi non ha avuto pietà per giovani vite umane in balia delle onde. Non dovrebbe più aver pace per il seguito dei suoi giorni.

Quegli occhi gridano tutto il dolore del mondo, quello cui non sappiamo rispondere se non con la durezza del cuore e la crudeltà delle leggi. Il cuore non conosce altra legge che la compassione. Il cuore non conosce altro ordinamento giuridico, o trattato internazionale, se non quello che nasce e vive nel cuore di chi ha un’anima.

Non possiamo assistere in silenzio a un ribaltamento di paradigma che ci pervade ormai: la politica della crudeltà si va trasformando in politica della bontà. Vale a dire che chi salva i migranti in mare è il cattivo perché genera nei disperati l’illusione che qualcuno comunque li salverà.

Ecco, io non vorrei aspettare che si avveri, perché si avvererà, quello che Gesù ha annunciato nel vangelo: chi si vergognerà di me… anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo.

Non voglio togliere nulla al Signore cui compete il giudizio finale, ma vorrei almeno non essere complice della menzogna che governa il mondo. Perché non c’è un sussulto da parte dei cristiani del nostro Paese, dell’Europa? Forse perché subiamo o addirittura ci compiacciamo di queste politiche criminali. Forse perché così ci sentiamo rassicurati e ci percepiamo più forti. Ma Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti. Chi è debole oggi nel mondo? i poveri. Come sempre. E guardate che nessuno sarebbe considerato straniero se fosse ricco! E noi siamo dentro questa grande menzogna.

Di questo sì dovremmo vergognarci.

Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti. Come vorrei Signore che tanti cristiani provassero un poco di questa confusione! Per capire che non siamo noi ad aiutare i poveri: ma sono loro l’unica nostra speranza per diventare giusti, nonostante tutte le nostre disoneste ricchezze.

Signore, aiutaci a non cedere alla paura. Ricordaci di non cedere a chi governa con la forza oscura della paura. Ricordaci di essere giusti. Ricordaci di essere umani.

(2Sam 6,12-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38)