Nella pagina di Giovanni di oggi tutto ruota intorno al termine testimonianza e al verbo testimoniare che ricorrono almeno sei volte in poche righe di vangelo e che stanno a dire fin dal cap. 5 come intorno a Gesù si vada intentando un processo, come il Signore sia al centro di una serie di accuse e di capi d’imputazione.

Infatti poco sopra Gesù di sabato aveva guarito un infermo alla piscina di Betzatà in Gerusalemme. Forse ricordiamo come congedò l’infermo una volta guarito ricordandogli di portarsi appresso la sua barella… E subito si scatenò la polemica. I farisei, i capi, i sacerdoti lo attaccano: «Perché fai queste cose di sabato? non conosci cosa dice la Legge?». E poi la domanda delle domande: «Chi ti credi di essere?».

E così anche noi, senza arrivare in un’aula di tribunale, se qualcuno ci contesta un atteggiamento, un’azione, un’iniziativa… Chiamiamo a nostra difesa qualcuno, ci appoggiamo alla testimonianza di chi ci fidiamo e che conosciamo per sostenere la nostra idea, il nostro parere. È del tutto ovvio che da soli, per quanto possiamo discutere e fare dialettica, non siamo in grado di convincere, di dare elementi tali da far cambiare idea a chi ci contesta, abbiamo bisogno di testimoni.

Oggi assistiamo a uno slittamento sottile di parole che è uno slittamento anche dei significati. Infatti questa stessa logica viene assunta nel mercato e nel commercio e per incrementare le vendite si ricorre a quelli che in pubblicità si chiamano i “testimonial”.

Il “testimonial” è uno che dice: «Io sono un grande giocatore di calcio e faccio pubblicità ad un profumo. Il profumo non c’entra niente con il calcio, però c’entra il fatto che essendo io molto famoso guadagno quella credibilità con la quale voi comprate il profumo perché ci sono io».

Si tratta quindi di mettere “addosso” ad un personaggio molto famoso e importante un prodotto che qualcun altro compra per essere in qualche modo partecipe dell’aura che il testimonial ha attorno a sé, di solito un’aurea di fama, di celebrità, di ricchezza, di eminenza pubblica ecc.

Questo slittamento di significato è a rischio anche nel cattolicesimo di oggi cui succede di barattare rapidamente il criterio della testimonianza con quello dei testimonial. Proviamo solo a pensare alla tendenza a canonizzare dei testimonial, che appunto hanno vita breve. Sfido chiunque di noi a ricordare almeno dieci nomi tra i 2700 canonizzati da papa Wojtyla… non ce li ricordiamo perché anche la canonizzazione è stata contagiata da questa logica ed è diventata un fatto di testimonial.

Fatti andar bene Escrivá de Balaguer che se poi stai buono ti faccio papa Giovanni; fatti andar bene papa Giovanni che tanto t’ho fatto Escrivá de Balaguer; fatti andar bene quel santo di qui che poi faccio quello là; e poi, se proprio insisti, faccio pure Puglisi, così ce n’è per tutti!

I testimonial dal punto di vista della modellistica di vita cristiana sono diventati un elemento da supermarket dove ciascuno si compra il prodotto che vuole. Come i dentifrici: ve ne sono moltissime marche perché ciascuno poi ha il suo gusto…

È questa la forma di vita cristiana che viene offerta oggi?

A me pare che uno dei problemi cruciali sia proprio questo appunto, mentre investiamo intelligenze ed energie in un sinodo di una inutilità monumentale sui giovani. Già quello sulla famiglia lasciava perplessi, perché 270 celibi che parlano della famiglia era abbastanza buffa come cosa, però si suppone che i 270 celibi siano comunque assediati da un certo numero di famiglie, in ogni caso in una famiglia ci sono stati anche loro.

Il Sinodo sui giovani sarà il paradigma della cosa con la quale ancora tutti ci culliamo, cioè l’idea che quello lì sia il punto vero della questione come se il problema sia una categoria sociale anagrafica… Sarà interessante, perché cosa si dirà? Si dirà che i giovani sono il futuro dell’umanità? Cosa che diceva anche Lucio Battisti. Si dirà che i giovani hanno dentro tante speranze? Cosa che diceva anche Gianni Morandi.

Si diranno delle banalità psico-affettive, si girerà attorno al problema della scarsa compatibilità fra ormoni e morale del catechismo e sui modi di accomodarsi in quella materia lì. Fine del Sinodo sui giovani.

Ma di quale cristianesimo stiamo parlando? Di quale testimonianza oggi c’è bisogno? Torniamo alla parola di Dio che abbiamo ascoltato perché è lì che dobbiamo stare con pazienza e perseveranza.

Quando Gesù parla del Battista, parla non di un testimonial che ha venduto un prodotto religioso, ma di un testimone perché ha pagato con la vita quello in cui ha creduto. Eppure come se non fosse già abbastanza – e sarebbe curioso chiederci: ma io per che cosa sarei disposto a dare la mia vita? – Gesù dice Io ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni. Le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.

Di che cosa è testimone Gesù? Lo esprime con il vocabolario di un qualunque figlio del suo tempo, cioè partendo dalla metafora del padre che insegna al figlio il mestiere. Se andiamo a leggere il cap. 5 sia il verbo “fare” che il nome “Padre” ricorrono sette volte, dove il fare del Padre viene trasmesso al Figlio, come succedeva allora in Israele e forse ancora oggi in qualche parte del mondo, quando un genitore insegna il suo stesso lavoro al proprio figlio.

L’artigiano trasmetteva al figlio la sua arte e lo faceva certo come segno di fiducia e di affetto, ma soprattutto come scuola di vita e per la vita: in fondo il figlio imparava a sostenersi ed era reso capace a sua volta di mettere su famiglia. E se il figlio era intelligente apprendeva molto dall’osservare ciò che il padre faceva e come lo faceva … se era furbo in qualche modo “rubava il mestiere”.

Eppure anche se siamo distanti culturalmente e socialmente dalle parole di Gesù, il loro contenuto è vero ancora per noi. Se ci chiediamo quale sia il lavoro del Padre che è Dio e che Gesù continua a testimoniare attraverso le opere che compie, basta guardare quello che fa. E cosa fa il Cristo? Proprio ciò che gli viene contestato: guarisce un infermo di sabato.

Ora la Scrittura afferma che di sabato l’uomo riposa, ma dice anche che Dio lavora di sabato. Il Signore riposa anche lui, ma il settimo giorno. Il sesto giorno crea l’uomo, lo fa vivere.

Questo è il lavoro di Gesù, figlio di Dio, e lavora anche di sabato perché il suo lavoro è divino: far vivere! La vita è il lavoro di Dio. L’attività di Dio sin dal primo istante della creazione è dare vita e Gesù porta avanti l’opera del Padre superando ogni ostacolo, ogni barriera che impedisce all’uomo di vivere, di vivere bene, con gioia. Gesù continua l’opera del Padre per la vita dell’uomo.

Per Gesù la prima cosa è la vita, non la religione, non il culto, non le chiacchiere. Questo è il lavoro del Figlio. E se Gesù ci insegna che il lavoro del Padre è la vita, l’amore, il perdono… Se noi siamo figli di un Dio così, noi saremo testimoni di questo e non testimonial di un prodotto religioso ammiccante.

Che Dio sia la sorgente della vita di tutti Isaia lo esprime proprio all’inizio della pagina di oggi: Ascoltatemi voi che siete in cerca di giustizia… Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Noi tutti veniamo dalla roccia che è Dio, siamo cavati da lì come lastre di pietra, di marmo o di altro… Ma sempre da lì veniamo, veniamo da questo lavoro di Dio che è la vita!

E poi: Guardate ad Abramo vostro padre e a Sara che vi ha partorito. Bellissimo: guardate a Dio e poi guardate ai vostri padri e alle vostre madri che hanno lavorato a loro volta per la vita, per la vostra vita e per la vita di tutti.

Parole che ci inchiodano nel momento in cui ogni giorno invece vediamo che cosa fa chi lavora per la morte. Ogni giorno il Mediterraneo diventa la tomba di centinaia di donne, bambini e uomini che sono nostri fratelli in umanità, perché figli dello stesso Dio della vita. E noi c’abbiamo fatto l’abitudine!

E oggi la cosa meno creduta sul pianeta terra è proprio questa. Tutti facciamo finta di credere nell’unità della famiglia umana, facciamo finta di credere all’uguaglianza tra gli esseri umani, ma in realtà ci credono proprio in pochi. E se noi non testimoniamo il Dio della vita, siamo solo dei testimonial di un prodotto religioso che non ha niente a che fare col Vangelo!

Ai giovani dobbiamo dirlo con la vita, con le nostre scelte appassionate, con la cura intelligente che metterebbe Gesù oggi sulle ferite di questa nostra umanità e con la denuncia profetica degli egoismi e delle indifferenze di Stato!

Allora il nostro lavoro sarà capace di produrre quel profumo di cui ci parlava Paolo: il profumo di Cristo, il profumo della vita, il profumo del fratello che si spende per costruire un’umanità più fraterna, il profumo di chi continua l’opera del Padre.

(Is 51, 1-6; 2 Cor 2, 14-16b; Gv 5, 33-39)