Incontro di preghiera cristiano-islamico per la commemorazione dei morti di Lampedusa

Le difficoltà registrate dalla teologia, gli ostacoli che le istituzioni preposte al dialogo incontrano giorno dopo giorno, le prudenze delle diplomazie religiose… questa sera vengono drammaticamente frantumate dal dolore che ci ha portati qui e che genera in ciascuno di noi la consapevolezza che «siamo tutti sulla stessa barca».

I morti che commemoriamo questa sera, donne, uomini e bambini, cristiani appartenenti a varie chiese, cattolici, copti, musulmani, animisti… sono sorelle e fratelli in umanità e questo ci unisce, per questo siamo qui, in questa chiesa che volentieri spalanca le sue porte e, vorrei sperare, anche il suo cuore e la sua mente.

Non importa di chi siano le mura dell’edificio, quello che importa è che tutti apparteniamo al Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma anche di Sarah, di Rebecca, di Ester… di Maria e di Gesù di Nazaret, apparteniamo al Dio dei viventi. Ed è a lui che si innalza il nostro grido, la nostra preghiera.

Nella cultura giapponese c’è un’usanza suggestiva, perché quando i giapponesi riparano un vaso rotto, valorizzano le crepe riempiendo le spaccature con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più prezioso (questa tecnica è chiamata “Kintsugi”). Oro al posto della colla.

Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente. Ed è un’operazione che ci sorprende perché è difficile fare pace con le fratture, con le lacerazioni, il dolore e la morte. Eppure voglio pensare alla potenza della preghiera come all’oro capace di ricongiungere i frammenti di quelle vite e di quelle famiglie, di rendere preziose le relazioni interrotte drammaticamente al largo di Lampedusa: la preghiera è come l’oro che tiene insieme i frammenti della nostra povera umanità, la preghiera è preziosa come l’oro perché è capace di ricongiungere gli affetti così brutalmente strappati alle loro famiglie, ai loro cari.

Ma questa preghiera che, appunto, è preziosa come oro e vuole portare consolazione, porta in sé la domanda che da sempre, fin dall’inizio, accompagna il cammino dell’umanità. È la domanda che Dio pone a Caino: Dov’è tuo fratello? È la domanda che Dio fa salire verso di noi dal grido soffocato dei sommersi, come il maestro Morricone, con grande drammaticità, ha reso in musica, un grido segno della nostra incapacità di difendere e tutelare il cammino dei più deboli, soprattutto dei migranti e dei rifugiati.

Dall’inizio dell’anno sono già oltre settecento i morti accertati nel canale di Sicilia: eritrei, somali, egiziani, palestinesi, nigeriani, sudanesi… persone di cui non conosciamo il nome e che sono diventati numeri. Altre morti sono avvenute durante il viaggio nel deserto, nella carceri libiche, nelle violenze di gruppo.

Se la nostra preghiera non è capace di rispondere a quell’interrogativo, non diventa capace cioè anche di impegno civile e politico di solidarietà, rimarrà una sterile emozione. Voglio sperare che se siamo qui è perché insieme non ci rassegniamo a una fede intimista e fuori dalla storia. Noi per primi dobbiamo riconoscere che è Gesù a indicarci il modo per dare una risposta alla domanda di Dio a Caino, quando dice: Avevo fame, avevo sete, ero forestiero… e io ero lì.

Quando Arnoldo mi comunicò la suggestiva idea di far sì che in ogni comunità ci potesse essere una croce realizzata con i frammenti delle barche con cui i profughi cercano un futuro migliore e dignitoso, ho condiviso con lui l’importanza che questi frammenti di barche continuino la loro presenza nelle nostre comunità dopo che sono state trasformate in croci o in mezze lune, perché siano il ricordo di quelle giovani vite spezzate, ma anche perché diventino un monito per noi, come una spina nel fianco.

Franco Tuccio, l’artigiano di Lampedusa, ha trasformato i frammenti duri e angoscianti di quei legni segni della nostra incapacità e della nostra indifferenza nei segni dell’amore e della tenerezza che abbiamo posto ai piedi di Maria. Ciascuno di noi deve farsi artigiano di questa trasformazione, ciascuno di noi, e tutti noi insieme, possiamo prendere i quotidiani frammenti di indifferenza per trasformarli in atteggiamenti e comportamenti di dialogo. Ciascuno di noi può prendere i frammenti della quotidiana discriminazione e trasformarli in leggi giuste e rispettose dei diritti umani e soprattutto dei migranti e dei profughi.

Non lasciamo evaporare la profonda commozione che un mese fa ci ha sconvolti: «siamo tutti sulla stessa barca». E sarebbe ben triste (diciamo così), usare la fede per dividerci, soprattutto nel momento in cui il dolore, per il fatto stesso di essere umani, dovrebbe aiutarci a sentirci solidali e a confessare il Dio unico.

Non lasciamo che la durezza di cuore e l’indifferenza, le cui acque continuano a sommergere vite umane più ancora di quanto possa il mare, ci rendano nemici, ma insieme ci sia dato fare un passo avanti verso la civiltà dell’amore.