A scuola della Parola

Se dovessimo prendere alla lettera le parole del vangelo di Matteo dovremmo riconoscere di essere di fronte a un dialogo surreale. Per non parlare delle raffigurazioni che nell’arte hanno cercato di riprodurre la scena: sono perlomeno sconcertanti. Basta prendere una qualsiasi Bibbia che illustra questo racconto per trovarci di fronte a un caprone nero e ostile che affronta Gesù come si affronterebbero due nemici in duello.

Al di là delle ingenue rappresentazioni, mi sembra che un primo tratto dell’esperienza di Gesù, e che noi con lui condividiamo, è che la tentazione si presenta tutt’altro che brutta, nera e ostile! La tentazione è seducente, letteralmente “ci vuole condurre a sé”, riveste i panni del fascino e attiva i nostri punti deboli.

La tentazione in genere si manifesta in maniera subdola, criptica e ambigua. Per Gesù sembra che tutto sia così chiaro e così facile… Quando invece appunto per noi è tormento e travaglio perché non sappiamo più cosa fare, se dare retta a quel sentimento, se assecondare quel desiderio oppure dire “no”…

Anni di introspezione ci hanno insegnato giustamente che non dobbiamo reprimere la nostra personalità e che è importante dare retta ai nostri impulsi, ai nostri bisogni, per non diventare  frustrati se non addirittura nevrotici… Insomma parrebbe che questa pagina sia fuori tempo perché l’uomo si è emancipato, conosce di più se stesso, conosce i dinamismi della psiche, della mente.

C’è stata indubbiamente nella storia una deformazione del messaggio evangelico nel momento in cui si è ridotto il cristianesimo a una morale della mortificazione. Personalmente ho sempre guardato con sospetto questo approccio e tutte le sue declinazioni, perché parlando non solo di idee astratte, ma di persone, spesso il travestimento religioso intransigente e moralistico davvero nascondeva e nasconde delle patologie psichiche e spirituali, diciamo semplicemente dei “problemi”.

La reazione a una morale della mortificazione – a mio parere anche in maniera comprensibile – è data oggi dal trionfo di una morale della soddisfazione che non ha bisogno di essere spiegata perché è sotto gli occhi di tutti. Con una caratteristica però che se la morale della mortificazione era tutta individuale, oggi la morale della soddisfazione è una tendenza collettiva, a cui l’individuo non può opporre un’efficace resistenza pena l’esclusione sociale.

Ora il dato biblico su cui il vangelo si innesta non si riduce a una morale della mortificazione e questo dobbiamo dirlo a voce alta, ma non asseconda nemmeno una morale della soddisfazione che oggi ha tanti adepti. Quello che la sapienza biblica insegna e che Gesù riprende è la costatazione come lungo la nostra vita non solo siamo sempre posti di fronte alla necessità di fare delle scelte, di compiere delle decisioni, ma la questione decisiva è che non è sempre chiaro sulla base di che cosa uno compie delle scelte.

L’uomo nasce anzitutto libero, non peccatore. L’Adamo non viene creato secondo la sua specie, ma a immagine di Dio. Da sempre l’uomo, la donna possono scegliere se fare o non fare, se agire in un modo o in un altro, in questo senso la tentazione è lo spazio della nostra libertà. Non siamo automi preordinati e programmati a funzionare in un certo modo, fosse anche in assoluto il bene, ma nemmeno se avessimo alle spalle un’infanzia traumatica non è che necessariamente dobbiamo ripeterla: attrezzandoci possiamo darci la possibilità di vivere diversamente. La tentazione è uno spazio di libertà da assumere.

Nel senso che la tentazione è un’opportunità, non è un diavolo nero brutto e cattivo, ma è lo spazio della libertà in cui non solo possiamo scegliere e decidere per una cosa piuttosto che per un’altra, ma dove la vera questione è rimettere a fuoco il senso, l’orientamento che governa tutta la nostra vita.

Ed è in questo punto che o assumiamo di vivere il travaglio della nostra libertà oppure decidiamo di vivere secondo quello che l’io mi suggerisce o la società mi chiede di fare. Il travaglio della nostra libertà è arrivare a scegliere secondo l’etica della responsabilità. Vale a dire decido, scelgo non in base semplicemente al mio desiderio, al mio bisogno come si dice oggi, ma nemmeno semplicemente in obbedienza a un senso del dovere come insegnava Kant, occorre che decidiamo consapevoli delle conseguenze cui andiamo incontro nelle nostre relazioni, nella vita sociale, e qui poi ognuno dovrebbe declinarla in base al proprio impegno e ruolo, pensiamo cosa significherebbe questo per il mondo della comunicazione, della politica, della salute….

Gesù ci insegna che la prima cosa da fare è chiamare le cose con il loro nome. L’inganno dell’io narciso e l’ipocrisia dell’io conformista ci fanno camuffare le cose e le travestono in autorealizzazione, in spontaneità… oppure in mondanità, quando in realtà la nostra vita, il nostro io, non può reggersi senza questa triplice relazione: con le cose, con gli altri e con Dio.

Una relazione che cresce, si sviluppa e matura in questa triplice dimensione secondo le varie età della vita.

La prima tentazione potremmo ricondurla soprattutto al tempo della gioventù. Da giovani ci sembrava di poter trasformare in oro tutto quello che toccavamo. Eravamo poco disposti ad ascoltare e si voleva ottenere tutto e subito nella maniera e nei modi che noi ritenevamo giusto.

La seconda tentazione, e qui seguo la versione di Luca che in Matteo è la terza, è propria del mondo adulto. Di chi ha responsabilità sugli altri sia per diversi motivi sociali, professionali, affettivi: è la tentazione di spadroneggiare le relazioni, di servirsi degli altri, al punto che uno può servirsi dei poveri per diventare famoso. Uno può usare delle sue conoscenze e competenze per schiavizzare gli altri. C’è chi si costruisce intorno una rete di corruzione e di disonestà per il gusto di comandare e per esercitare potere sugli altri.

La terza tentazione potremmo dire riguarda soprattutto, ma non soltanto, l’anziano ed è il rapporto con Dio. Quando le forze mancano, le energie scemano, si affacciano gli acciacchi e la salute viene meno… Vorremmo che Dio facesse quello che noi sappiamo sia giusto che egli faccia. Gesù insegna a non tentare Dio. Anche questa è una tentazione diabolica perché invece di accogliere quello che la vita ci dà e apprezzare come ci nutre di saggezza e di sapienza, rimaniamo ancorati al mito dell’eterna giovinezza, in cui appunto potevamo tutto, volevamo fare tutto quello che ci sembrava giusto fare.

Mi rendo conto che la scansione delle tre tentazioni nelle tre età della vita è semplificatrice perché poi nella realtà le tentazioni durano tutta una vita e sono trasversali alle varie età. Infatti tutta la vita è una lotta, una battaglia.

Matteo scrivendo dei quaranta giorni di Gesù non vuole dire che poi per il Signore la strada è stata in discesa… Tutt’altro. Quei quaranta giorni sono indicativi di una generazione, di una vita perché anche Gesù lungo la sua esistenza, che non è nemmeno arrivata a quarant’anni, ha vissuto la tentazione fino alla fine, quando nel giardino del Getsemani ha provato il desiderio e la voglia di scappare.

Poi una seconda cosa dice Gesù ed è così importante che ci  ha insegnato a chiederla nella preghiera del Padre nostro, quando diciamo a Dio di “non abbandonarci nella tentazione”. Sappiamo bene che non possiamo più dire di non indurci in tentazione, perché non può essere certo Dio a tentarci, come dice Giacomo nella sua lettera: «Nessuno quando è tentato dica: Sono tentato da Dio. Perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

Però è vero che difficilmente quando siamo tentati pensiamo che Dio ci possa aiutare, anzi avvertiamo Dio lontano e distante… Ma è un inganno che serve a giustificare quello che l’io vorrebbe decidere in cuor suo. Gesù ci insegna a non stare da soli nella tentazione, ma ad aggrapparci alla sua Parola.

Notate che tutte e tre le tentazioni si concludono con una citazione della Scrittura, in particolare del Deuteronomio. Proviamo allora in questo tempo di quaresima a intensificare l’ascolto della parola di Dio, immergiamoci in questo oceano di esperienza umana in cui ascoltiamo come la Scrittura ci insegna a non cadere nella tentazione e a ripercorrere storie di uomini e di donne che prima di noi si sono immersi in questa ricchezza.

Voi direte che è difficile da soli. Se posso offrirvi un consiglio, vi rimando a un libro appena pubblicato dalla Bompiani per la Fondazione Carlo Maria Martini, un volume dal titolo La scuola della Parola e che raccoglie numerosi testi biblici spiegati da Martini lungo gli anni del suo episcopato, secondo il metodo della lectio divina.

Magari in questa quaresima non faremo nulla di straordinario, non faremo rinunce o digiuni… ma se solo potessimo viverla appunto come una scuola della Parola e arrivare a Pasqua con una fede un poco più consapevole e nutrita da un testo davvero accessibile a tutti, questo ci aiuterà a non essere soli nella tentazione e a vivere la Pasqua prossima davvero come una esperienza di liberazione.

(Mt 4,1-11)

Previous

Ma dimmi tu

Next

Geremia 20, 1-18 (21 febbraio 2018)

2 Comments

  1. Giuseppe ghetti

    Vorrei fare una domanda: come nasce questo testo evangelico?
    Possibile ?

    • Giuseppe Bettoni

      La storia dell’esegesi ci insegna che sono diversi i piani di lettura di un passo evangelico. Risalire dal testo così come lo conosciamo noi, attraverso la comunità di riferimento e presumibilmente di destinazione dell’annuncio, cercando di cogliere l’esperienza personale dell’evangelista fino alle parole stesse di Gesù… è un’operazione importante e delicatissima. Il progresso della critica testuale ci fa apprezzare via via sempre più nuove sfumature e ci fa scoprire nuovi significati… è un lavoro che non ha mai fine.

Lascia un commento

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Accedi

css.php