Quando un popolo è sordo

Chi è costretto dalla sordità impara ben presto a diffidare di ciò che gli sta intorno e piuttosto si affina nell’ascoltare l’anelito che sale nella sua anima e nel decifrare l’alfabeto intimo che il rumore e lo stordimento semplicemente soffocano invece in chi gli sta intorno.

Finisce che uno si droga di stordimento senza accorgersi proprio perché non vuole più sentire il pianto della propria anima: il risentimento, la disonestà, l’egoismo sono così forti dentro di noi che cerchiamo di affondarli nei suoni e nei rumori fuori di noi.

Conosciamo le ostriche e come sono resistenti e impenetrabili alle onde dell’oceano, così che sono inattaccabili a ogni animale predatore per difendere la loro parte interna, debole e carnosa.
Si racconta che un giorno, un pesce che girava vicino all’ostrica muovendo la sabbia del fondo fece sì che un minuscolo granellino di sabbia si infilasse dentro le valve.

Presto l’ostrica cominciò a sentire un gran fastidio, seguito da dolori lancinanti.

Come reazione cominciò a piangere. Beh… non ho mai sentito che le ostriche piangano – ma questa è una storia – insomma, cominciò a secernere un liquido, come lacrime, che giorno dopo giorno si incrostò attorno a quel minuscolo granellino di sabbia, indurendosi. E lacrima dopo lacrima produsse una perla.

Uccidere il silenzio vuol dire soffocare le nostre anime e non aver più perle da offrire in umanità.

Cosa succede a un popolo che non ascolta più la propria anima? Diventa indifferente; il bene si confonde con il male; l’amore si riduce unicamente a piacere; ogni sacrificio diventa inutile. A quel punto e in quell’istante è già sotto dittatura.

Platone diceva che «il momento in cui per eccesso di libertà e di licenza, l’unico interesse è quello per la ricchezza, si rischia di cadere in una forma di tirannide».

Torniamo ad essere liberi di ascoltare le frequenze della nostra anima, ne va della nostra democrazia, perla di umanità.

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2 Comments

  1. Carlo

    Caro Giuseppe, purtroppo il rumore continua ad essere portato nelle nostre orecchie senza tregua, con violenza e premeditazione; tiranneggia degli schermi televisivi e dai monitor che invadono ogni luogo. Così, chi crede di difendersi lo fa con altro rumore, più forte, portato direttamente nelle orecchie con auricolari e simili. Prova a contare, su un autobus, chi ha le orecchie libere. Eppure la natura non fa rumore. Guardando il mare si avverte il silenzio anche quando si scatena la burrasca; in montagna anche il temporale più forte ci lascia immergere nello stesso silenzio che possiamo trovare camminando lungo una roggia, tra i campi arati, in una giornata uggiosa. Anche noi siamo natura e proprio questo ci dà la possibilità di incontrare, con il silenzio, la voce della nostra anima a dispetto di qualunque altro fragore. Ma la città non aiuta, neppure se offre il silenzio, perchè è artificiale, come il rumore che simula di zittire. Forse è più facile ritrovare il silenzio che ci dà accesso alla voce dell’anima ricominciando ad ascoltare, non la televisione, ma la voce delle persone, in qualunque luogo, città compresa.

  2. Marta

    “Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie; e questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio”.
    Etty Hillesum

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