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Il bagno nello Spirito

Abbiamo appena celebrato la festa dell’Epifania che agli occhi del consumatore dovrebbe portarsi via tutte le feste per dare inizio ai saldi… ma ciò che archivia sono gli addobbi delle feste, perché in realtà siamo all’inizio di una serie di epifanie del Cristo.

La liturgia antica, quella che la chiesa ortodossa continua a custodire, raccoglieva in un’unica celebrazione la venuta di Gesù mettendo insieme la visita dei Magi, il battesimo al Giordano e il segno di Cana di Galilea.

La liturgia cattolica invece ha preferito frammentare e distribuire le varie epifanie nelle domeniche successive. Infatti, ieri la parola di Dio ci invitava ad alzare gli occhi e a vedere nel bambino di Betlemme il re dei giudei, un re che non ha sete di potere, che non si mette a gareggiare con Erode… che ha un modo di regnare divino.

Oggi assistiamo all’epifania di quel bambino diventato ormai trentenne e che va dal Battista si mette in fila con la gente e si immerge nel fiume Giordano. Luca nel passo parallelo di Marco scrive che c’è un popolo, anzi esagerando dice che tutto il popolo, ovvero una marea di gente, vuole battezzarsi nel fiume!

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Il popolo del contropotere

È curioso che chiamiamo questa festa Epifania, con un termine greco per dire apparizione ed è una parola che è sempre stata collegata alla manifestazione di una qualche divinità che si rende visibile, quando in realtà Gesù non sembra fare nulla per apparire: è un neonato avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia (come diceva Luca) e che cosa può fare un neonato? Quali iniziative può intraprendere? Nessuna: è bisognoso di tutto, di essere accudito, nutrito, coccolato…

Non è immediatamente comprensibile che quel bambino, come si dice già fin dalle prime righe appaia come Dio e tanto meno come re dei giudei! E oltretutto a riconoscerlo come tale non sono gli esperti di Israele, ma sono dei cercatori che vengono da lontano, da fuori e chiedono: Dov’è colui che è nato il re dei Giudei?

Questo titolo costituisce il capo d’accusa che viene portato a Pasqua al procuratore romano perché faccia crocifiggere Gesù. L’iscrizione sulla croce recita proprio così: Gesù Nazareno Re dei Giudei! E al v.4 del passo di oggi si parla anche di una riunione straordinaria del Sinedrio… che fa pensare a quell’altra seduta, tenuta nottetempo, per processare Gesù, cosa che d’altra parte ci ricorda anche l’annuncio della data della Pasqua.

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Un nome di cui non possiamo fare a meno

Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo. C’è un angelo all’inizio di quel nome, perché il nome viene da lontano, appartiene a chi ci ha preceduto. Come quando i nostri genitori ci hanno dato il nome, quel nome che oggi ci identifica, ci appartiene, quel nome siamo noi.

Basta il nome senza tutti egli addobbi che siamo soliti appiccicargli: dottore, commendatore, don, avvocato, professore, monsignore (e dovrei declinarli quasi tutti anche al femminile)… il nome senza tutte queste qualifiche. Solamente il nome che ci accompagna dal primo giorno fino all’ultimo, e voglio pensare che essendo talmente nostro, pur non in esclusiva, ci starà attaccato addosso anche dopo, nella vita eterna, quando saremo faccia a faccia con Dio.

Ecco iniziamo il nuovo anno con un nome. Non lo iniziamo con altro, ma nel nome di quel Bambino di Betlemme che viene chiamato Gesù.

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Una contestazione gentile

Veniamo alla celebrazione di Natale con il cuore pieno di speranze, di desideri, di sogni per noi, per i nostri bambini e per il mondo. Ma siccome non vogliamo che sia una festa dell’illusione o peggio ancora dell’inganno così che tra dieci giorni ci ritroviamo tali e quali a prima, solo con qualche denaro in meno e qualche oggetto in più… lasciamo che sia la parola di Dio a evangelizzare questa festa, a purificarla dalla sovrastruttura commerciale e consumistica che ormai l’ha stravolta.

Quest’anno vivo il Natale così, come una contestazione gentile.

In genere la contestazione non è quasi mai gentile, anzi diventa più incisiva quando viene espressa con carattere deciso, aggressivo e a volte violento.

Conosciamo anche la contestazione sorda, quella che striscia nei silenzi dei corridoi, delle curie, degli uffici, ma anche delle case… e che non ha il coraggio di esprimere il disagio, l’insoddisfazione.

L’idea di parlare di contestazione gentile a proposito del Natale di Gesù , viene dalla narrazione di Luca che con stile appunto gentile e pacato racconta come tra Tiberio (che regnò a lungo dal 27 a.C. al 14 d.C.) e Gesù ci sia una distanza abissale.

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Eucaristia di Natale in CasArché

Quando è Dio a metterci la faccia

Tutti conosciamo quel fenomeno che accade ai nostri bambini quando ad un certo punto della loro crescita, in genere dai 4 ai 6 anni, ci investono di mille perché?! Ci tormentano con domande impossibili e imprevedibili capaci di abbracciare la vita e la morte… Come se non bastasse non si accontentano della prima risposta che gli si dà e ti incalzano senza sosta fino allo sfinimento, al punto che uno si vede costretto a chiudere bruscamente e non senza disagio.

Ecco di fronte a un passo come quello di Luca così conosciuto e noto, rappresentato in mille forme in letteratura, nell’arte, discusso nella teologia… potremmo assumere anche noi l’atteggiamento dei bambini che domandano: perché? Perché quest’annuncio? Perché proprio a Maria? Perché a Nazaret? Perché quel nome dato al bambino? E avanti di questo passo… e succederebbe anche a noi come facciamo d’altronde con le domande incalzanti dei bambini che arriviamo a capire che a volte tutte queste domande sono più che altro un modo per attirare l’attenzione, soprattutto quando sono concatenate. Per cui non è sempre importante trovare la risposta giusta, quanto piuttosto il cercare di comprendere che è il bisogno di avere l’attenzione, l’affetto… in una parola la relazione.

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Geremia 13, 1-14 (12 dicembre 2017)

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Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (07)

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Germogli

Ci sarà mai un giorno in cui vedremo il lupo stare insieme con l’agnello o il capretto rimanere sdraiato con il leopardo? Verrà mai quel giorno?

Sono parole che ingannano quelle di Isaia, sono parole di un incantatore per tenere a bada lo scoraggiamento di un popolo prigioniero e di fatto fallito? O è parola di Dio anche per noi?

Sembra ci siano più lupi che agnelli in giro e la violenza è legge che domina, altro che storie!

Vedete, anche noi non sappiamo vedere i germogli e specialmente in questa stagione se guardiamo nel sottobosco del mondo non vediamo che frasche, fogliame, tronchi secchi… vediamo una società incapace di rigenerarsi, di dare il meglio di sé, vediamo trionfare la cattiveria, la durezza. Ma se l’uomo è fatto a immagine di Dio, è figlio suo, come si può essere cattivi? E poi chi sono i cattivi?

Cattivi, dal latino captivos, ovvero prigionieri, da qui cattività come condizione di schiavitù, di prigionia. I cattivi sono i prigionieri della paura, di quella paura che immobilizza la mente e il cuore, generando chiusura e aggressività. Succede anche alle bestie se aggredite, aggrediscono e quando non esercitiamo il pensiero, anche noi uomini non siamo diversi.

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Lei

“Sono una donna corale.

Un’opera collettiva senza il nome degli autori segnato in fondo.

Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo. Mi hanno vista bambina, signora, gran dama, regina, spaventata, incantata, sgomenta, solenne, vestita di perle e di sacco. Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno.

Sarò di tutti ancora e per sempre, sono madre e non c’è fine al desiderio di essere figli.

Mi hanno raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo.

Nell’arte ho pianto, contemplato, sorriso. Gli occhi rovesciati al cielo o rivolti al bene della terra.

Mi hanno fissata mentre fuggivo, consolata dagli angeli, col Bambino ancora dentro al grembo. Col suo corpo trafitto fra le braccia. Ho le stelle sul capo, il manto celeste, bianco o d’oro, che ricorda un’onda e sotto i piedi la terra e anche la luna, a volte la luna, e il serpente, la coda di un satana anche lui corale, nero, le zampe artigliate, a scaglie spinose e lubriche, venuto da tutte le paure della terra.

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Geremia 10, 1-25 (5 dicembre 2017)

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Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (06)

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