Category: Omelie (Page 2 of 52)

Vergogna e confusione

C’è poco da danzare oggi. Non siamo proprio nelle condizioni di Davide, come ci ricorda la prima lettura, che invece aveva tutti i motivi per esplodere di gioia: i successi ottenuti nelle varie battaglie e soprattutto sui filistei, come anche sullo stesso Saul, gli avevano permesso finalmente di realizzare una certa unità delle dodici tribù di Israele, di fare di Gerusalemme la capitale politica, militare e religiosa, mancava solo di trasferirci l’arca dell’alleanza che dai tempi di Mosè aveva accompagnato il cammino nel deserto come memoriale dell’esodo e che era preziosissima: lì si custodivano le tavole, la manna… Fatto anche questo il re Davide poteva essere soddisfatto e contento, così ci spieghiamo questa sua danza liberatoria, cinto solo di un efod di lino, davanti a tutta la sua gente.

Questa lettura mi ha fatto ricordare che qualche anno fa ero appena arrivato nella missione di Bertoua, una cittadina nella zona est del Camerun, quando mi chiesero di andare in un villaggio a pochi chilometri perché era morto un capofamiglia e non c’era nessuno dei missionari che potesse fare il funerale. Dopo qualche timida resistenza ho pensato al dolore della famiglia e mi sono fatto forza. Accompagnato da una suora che conosceva la strada raggiungemmo il piccolo villaggio di un centinaio di persone.

Ricordo questo episodio perché non vi nascondo che feci fatica a tenere insieme la rigidità della nostra liturgia e la vitalità di quelle danze durante un funerale nella sperduta savana africana. Suonavano, cantavano e ballavano intorno alla bara di quella che, visto il tributo d’onore della sua gente, doveva essere stata una brava persona, buona.

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Se avveleni le tue radici, l’albero muore

Proviamo anche solo per un istante a immaginare Giovanni ormai anziano ricordare senza censure quella sua richiesta fatta a Gesù, insieme al fratello Giacomo: Vogliamo stare nella tua gloria uno a destra e uno a sinistra! Sono quei ricordi che vorremmo rimuovere dal nostro bagaglio, ci piacerebbe cancellarli facilmente dalla memoria perché quando riaffiorano ci fanno sprofondare nella vergogna: ma come abbiamo potuto chiedere una cosa del genere? Cosa avevamo in testa?

Eppure la loro esperienza dietro a Gesù doveva passare di lì, perché è una questione antropologica che ci riguarda: noi siamo così, vogliamo avere il controllo, vogliamo dominare, vogliamo essere superiori agli altri.

Ora non so cosa avessero capito di Gesù i nostri due, anche perché già al capitolo 9 quando a Cafarnao era rientrato in casa di Pietro e aveva domandato ai suoi: ma di che cosa stavate discutendo lungo la strada? Non ebbero il coraggio di dirgli che stavano discutendo su chi tra loro fosse il più grande, il più importante!

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Cambiare paradigma

Il Vangelo non è per anime devote e molli. Seguire Gesù non è adatto per pusillanimi che temono la lotta e la battaglia. Anzi, la parola di Dio oggi è tutta intrisa di un linguaggio forte, in tutte le tre letture si dice che c’è chi vince e chi perde, si narra di battaglie e di tribolazioni… addirittura nella prima lettura abbiamo sentito di una strage, di un Giosuè, successore di Mosè, assetato di vendetta! Eppure dopo la lettura abbiamo risposto tranquillamente: “Rendiamo grazie a Dio”.

Ma come facciamo a dire così per uno che arriva perfino a voler fermare il sole al fine di fare strage di nemici? Vorrebbe fermare il sole quando ha già vinto e gli avversari sono in fuga… per sterminarli tutti!

Certo deve essere stata dura per lui succedere a Mosè. Giosuè ha avuto un’eredità pesante: prendere in mano il governo di un popolo che ancora faceva fatica a pensarsi tale perché alcune delle dodici tribù volevano la terra in quel posto là, altre si erano già installate di qua dal Giordano… altre ancora non avevano capito che la terra non gliela regalava nessuno, ma dovevano conquistarsela. Insomma tenere testa a tutti non doveva essere facile. Non facciamo fatica ad immaginare i discorsi della gente sotto le tende, lontani da orecchie indiscrete: «Se ci fosse stato qui Mosè avrebbe fatto così, avrebbe detto cosà… e questo Giosuè chi si crede di essere?». La condizione di Giosuè non era per niente facile, doveva dimostrare di essere all’altezza della responsabilità, doveva conquistarsi la fiducia della gente.

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Vedere, discernere, agire

Mosè poteva pensare di costruire una qualche struttura religiosa, non vi pare? Ne aveva tutti i motivi: in un posto dove c’è un roveto che arde senza consumarsi e su un terreno dove viene rivelato il nome di Dio… come non pensare di realizzare un santuario, di costruire un centro per i pellegrini, fare un shop center con gadget e ricordini?

Non voglio sembrarvi irriverente, solo che voglio provocarvi ad abbandonare quell’atteggiamento devoto e religioso che sposta la comprensione delle cose dal piano della realtà a quello della magia, della superstizione! Mosè non è un fenomeno e quello che racconta non è per niente “fantastico” nel senso letterale delle cose. Siamo ricondotti sul piano della realtà della vita e siamo invitati dall’esperienza di Mosè ad abitare le nostre contraddizioni senza costruirci santuari e statue per evadere in un mondo falsamente consolatorio, tranquillo, pacifico, che è in definitiva alienato.

No, abitiamo una storia che di pacifico non ha nulla, proprio nulla. E guai a noi se la fede, la spiritualità, la preghiera fossero l’occasione e lo strumento che ci rende alieni dalle nostre responsabilità. Anzi, Mosè  insegna che la fede in Dio aiuta a vedere la realtà, a comprendere quello che accade e ad agire, prendendo iniziativa. Sono tre cose che lui stesso ha imparato da Dio: vedere, giudicare, agire.

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Come Abramo

La parola di Dio che ascoltiamo ogni domenica è per noi indispensabile, è una luce che ci guida nelle scelte e nei passi da compiere, oltretutto rileggendo la storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto nella fedeltà a Dio, ci è dato di comprendere meglio il nostro tempo e di riviverlo con più consapevolezza.

Oggi la prima lettura ha aperto uno squarcio tra le tante vicende della storia di Abramo parlandoci dell’alleanza. Un’alleanza unilaterale perché, come avete sentito, è l’Eterno che prende l’iniziativa e lui solo a parlare e a presentarsi per primo: Io sono Dio e poi dice l’onnipotente. Come travisare il senso dell’iniziativa di Dio: lui dice: io ti cerco, io voglio parlare con te e noi traduciamo l’onnipotente, traduzione terribile perché un Dio che si presenta così fa già paura: se è onnipotente nel senso antropologico, diventa anche ingombrante, da temere più che da amare.

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Rendere migliore il mondo

Non basta più ascoltare e leggere la parola di Dio come un insegnamento, quasi fosse una lezione di morale. Così come non ci possiamo più nemmeno accontentare di venire all’eucaristia, alla cena del Signore per trovare un poco di consolazione, di forza e di nutrimento spirituale, perché fuori di qui, se allarghiamo l’orizzonte a quanto accade intorno a noi, ho come la percezione che tutto questo abbia lo stesso effetto che ha sulla nostra macchina una pulitina all’autolavaggio: appena fuori dal tunnel l’auto esce bella e linda, anche profumata, ma nel giro di pochi giorni, se non di poche ore, basta una pozzanghera, un repentino cambiamento del tempo… e siamo punto e a capo.

Visto il tempo che stiamo vivendo, alla luce delle sfide che la storia ci pone innanzi, la parola del Signore ci domanda di avere uno sguardo, una visione intelligente per capire, per conoscere, per interpretare quello che accade e agire di conseguenza.

La visione che il Vangelo ci dona è quella di un banchetto che rischia di essere senza invitati. Impossibile immaginare un banchetto senza invitati! Se poi si tratta di un banchetto di nozze la situazione rischia di essere ancora più imbarazzante, diciamo così. Forse anche qualcosa di più che imbarazzante perché ad invitare non è uno qualsiasi, ma il re. Se poi questo re in realtà è Dio stesso, come dice Gesù, siamo subito costretti a spostarci su un altro piano.

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La formula che dà forma all’amore

Prima ancora della questione divorzio sì o no, già il modo in cui i farisei pongono a Gesù la domanda ci disturba, ci inquieta: per metterlo alla prova gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie (v.2). Oggi è inammissibile un quesito di questo genere: almeno vorremmo giustamente vedere riconosciuta la pari possibilità per la donna. Perché solo il marito può ripudiare la propria moglie? E lei non ha forse gli stessi diritti e doveri? Non è un soggetto giuridico a tutti gli effetti?

Quello che ci sembra un diritto ormai acquisito in realtà anche per la nostra cultura e civiltà è abbastanza recente: sono poco più di 70 anni (1946) che nel nostro Paese anche alle donne è stato riconosciuto il pieno diritto di votare e di essere votate. Basti pensare che Papa Pio X nel 1905 ancora diceva: «La donna non deve votare ma votarsi ad un’alta idealità di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico».

Voglio dire che per noi queste sono conquiste culturali e sociali, anche spirituali e teologiche, ma ancora da implementare. Anche perché non mancano comunque delle resistenze. Non è raro sentire dire che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna, come se fosse appunto responsabilità della donna se i giovani non vogliono sposarsi, se aumenta il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. Anche questa è una forma di maschilismo nemmeno tanto nascosto di chi vuole dominare la donna.

Quando oggi invece è necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e soprattutto nella Chiesa.

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La terra è di Dio/2

Hanno sempre un loro fascino queste parole di Gesù e si ascoltano volentieri perché chiedendoci di guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo, sembrano accendere in noi quel sentimento primordiale di nostalgia per una vita naturale in piena armonia con gli animali e i fiori, senza preoccupazioni e senza stress… una vita che però non ci è stata mai concessa.

Anzi, la specie umana ha cominciato ad essere quella che è, proprio perché si è andata via via distinguendo dagli animali e dai fiori del campo. L’essere umano – fragile creatura tra le altre – ha come sua differenza specifica la ragione e dunque la capacità di progettare il suo domani e quindi l’obbligo di provvedere alle sue eventuali necessità.

Anche chi, come san Francesco ha tentato di vivere il più possibile fuori dalla logica del denaro lo ha potuto fare per testimoniare una condizione radicale di povertà scelta e voluta, ma senza condannare tutti gli altri che invece dovevano continuare la loro fatica per mandare avanti la casa, dovevano alzarsi tutte le mattine per andare al lavoro al fine di sostentare la famiglia, i figli, o avevano da assolvere il loro impegno come amministratori della città.

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Accettare la diversità come luogo umano per conoscere il mistero di Dio

Dopo aver ascoltato la lettura dell’Esodo viene spontaneo pensare alla fatica fatta da Mosè che deve risalire sul monte per incontrare Dio, perché affrontare il mistero della Trinità è come essere di fronte a una parete di roccia o al percorrere un sentiero irto esposto sugli abissi delle vallate del nostro modo di pensare…

Ma ben guardare non è tanto la salita ad essere al centro del racconto. Mentre Mosè riceveva dall’Eterno le tavole dell’alleanza, il popolo in sua assenza si era costruito il vitello d’oro, e quando Mosè scese dal monte e lo vide, frantumò le tavole non solo come reazione di rabbia, ma anche per dire che quell’alleanza si era rotta, si era frantumata… Però poi appunto il profeta, l’uomo di Dio, avvertì la necessità di risalire, di tornare lassù, di tornare sul monte dove comprese che la gloria e il nome di Dio sono la misericordia, la fedeltà, l’amore.

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«Tutti furono colmati di Spirito santo»

Eccoci a Pentecoste. Non è una domenica come le altre. Non è la fine del periodo pasquale, col ritorno alla liturgia ordinaria. La Pentecoste è il frutto maturo della Pasqua. È la festa della pienezza della vita.

A Natale Dio è un bel bambino, sospendiamo i nostri litigi, ci facciamo qualche regalo, con le musiche adatte… tutti più buoni. A Pasqua è quasi primavera: Gesù viene ammazzato dalle autorità ebraiche e dall’impero romano, ma poi è risorto… quindi siamo tranquilli. Ci sfugge il fatto che, sapendo di morire, aveva promesso ai suoi – e anche a noi – di inviarci il suo Spirito per farci vivere la sua vita.

Se fosse risorto e tornato nei suoi cieli, là da dove era venuto, la nostra storia con lui sarebbe finita a Pasqua. Invece, Dio non è lassù, chissà dove, fuori di noi, dopo aver fatto una incursione quaggiù per dirci alcune belle cose, darci la sua legge da rispettare, e poi è tornato laddove non si vede. Lo Spirito di Dio è dentro di noi.

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