Category: Omelie (Page 2 of 52)

La terra è di Dio/2

Hanno sempre un loro fascino queste parole di Gesù e si ascoltano volentieri perché chiedendoci di guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo, sembrano accendere in noi quel sentimento primordiale di nostalgia per una vita naturale in piena armonia con gli animali e i fiori, senza preoccupazioni e senza stress… una vita che però non ci è stata mai concessa.

Anzi, la specie umana ha cominciato ad essere quella che è, proprio perché si è andata via via distinguendo dagli animali e dai fiori del campo. L’essere umano – fragile creatura tra le altre – ha come sua differenza specifica la ragione e dunque la capacità di progettare il suo domani e quindi l’obbligo di provvedere alle sue eventuali necessità.

Anche chi, come san Francesco ha tentato di vivere il più possibile fuori dalla logica del denaro lo ha potuto fare per testimoniare una condizione radicale di povertà scelta e voluta, ma senza condannare tutti gli altri che invece dovevano continuare la loro fatica per mandare avanti la casa, dovevano alzarsi tutte le mattine per andare al lavoro al fine di sostentare la famiglia, i figli, o avevano da assolvere il loro impegno come amministratori della città.

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Accettare la diversità come luogo umano per conoscere il mistero di Dio

Dopo aver ascoltato la lettura dell’Esodo viene spontaneo pensare alla fatica fatta da Mosè che deve risalire sul monte per incontrare Dio, perché affrontare il mistero della Trinità è come essere di fronte a una parete di roccia o al percorrere un sentiero irto esposto sugli abissi delle vallate del nostro modo di pensare…

Ma ben guardare non è tanto la salita ad essere al centro del racconto. Mentre Mosè riceveva dall’Eterno le tavole dell’alleanza, il popolo in sua assenza si era costruito il vitello d’oro, e quando Mosè scese dal monte e lo vide, frantumò le tavole non solo come reazione di rabbia, ma anche per dire che quell’alleanza si era rotta, si era frantumata… Però poi appunto il profeta, l’uomo di Dio, avvertì la necessità di risalire, di tornare lassù, di tornare sul monte dove comprese che la gloria e il nome di Dio sono la misericordia, la fedeltà, l’amore.

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«Tutti furono colmati di Spirito santo»

Eccoci a Pentecoste. Non è una domenica come le altre. Non è la fine del periodo pasquale, col ritorno alla liturgia ordinaria. La Pentecoste è il frutto maturo della Pasqua. È la festa della pienezza della vita.

A Natale Dio è un bel bambino, sospendiamo i nostri litigi, ci facciamo qualche regalo, con le musiche adatte… tutti più buoni. A Pasqua è quasi primavera: Gesù viene ammazzato dalle autorità ebraiche e dall’impero romano, ma poi è risorto… quindi siamo tranquilli. Ci sfugge il fatto che, sapendo di morire, aveva promesso ai suoi – e anche a noi – di inviarci il suo Spirito per farci vivere la sua vita.

Se fosse risorto e tornato nei suoi cieli, là da dove era venuto, la nostra storia con lui sarebbe finita a Pasqua. Invece, Dio non è lassù, chissà dove, fuori di noi, dopo aver fatto una incursione quaggiù per dirci alcune belle cose, darci la sua legge da rispettare, e poi è tornato laddove non si vede. Lo Spirito di Dio è dentro di noi.

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Bancarotta spirituale

Mi ha colpito come in un testo così intimo e intenso, qual è la preghiera di Gesù al Padre, di cui abbiamo meditato alcuni versetti due domeniche fa, un testo che esprime un grande movimento d’amore che come le onde del mare si insegue e si rinforza di versetto in versetto: dal Padre al Figlio, dal Figlio a noi, da noi agli altri, dagli altri all’universo, fino a quando tutti siamo uno! Ecco sorprende, in un testo come questo, un inciso che potrebbe anche non essere notato, quando Gesù afferma: Nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione.

Gesù sta davanti al Padre e mentre lo prega per coloro che ha avuto da lui in consegna, dicendo che li ha custoditi tutti, deve riconoscere però che uno non è riuscito a salvarlo. Tutti li ha custoditi, tranne il figlio della perdizione. È ovvio che il pensiero vada a Giuda, così come supponiamo stesse facendo Gesù. Però questa annotazione fa pensare, perché questa era la sua missione, come aveva detto a Gerico dopo l’incontro con Zaccheo: Il figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10).

Se poi andiamo a leggere il cap. 15 di Luca per otto volte si dice di qualcuno che era perduto e che è stato ritrovato: al v.4 è la pecora smarrita ad essere ritrovata dal pastore grazie alla sua determinazione, al v.8 è la moneta ad essere perduta e ad essere ritrovata per l’impegno della donna nel ribaltare la casa; infine al v.24 è il figlio perduto che viene ritrovato grazie all’amore ostinato di un padre che non si rassegna.

Voi direte, ma Luca aveva un debole per la misericordia… e allora si capisce questa insistenza, però anche lo stesso Giovanni, quando racconta dei colloqui notturni a Gerusalemme tra Gesù e Nicodemo, ad un certo punto il Signore esclama: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio, perché chiunque crede in lui non vada perduto (3,16).

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Con lo Spirito di Gesù nell’ora di Caino

Dopo averci parlato, domenica scorsa, della «sua ora», ricordate così pregava rivolgendosi al Padre: «Padre, è venuta l’ora» (17, 1), Gesù oggi annuncia che c’è «un’ora» che viene anche per noi: «Viene l’ora ed è questa in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio».

E poi ancora alla fine della pericope: «Verrà la loro ora…» e quindi c’è ancora un’altra ora, l’ora di chi? L’ora dei nemici, dei persecutori, ovvero l’ora della violenza, dell’odio, della paura, in una parola l’ora di Caino!

E non facciamo fatica a riconoscere che anche oggi c’è sempre un’ora che in realtà si dilata nel tempo: pare che l’ora di Caino sia interminabile, anzi sia dominante, diventi pervasiva fin dentro il modo di pensare di ogni giorno, dentro la cultura, dentro le relazioni, le politiche del mondo, dentro i governi e anche dentro le religioni, perché chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio!

Da questo punto di vista possiamo riconoscere che è sempre l’ora, perché quell’ora continua, non rimane chiusa in un quadrante d’orologio, è inesorabile e percorre le terre e gli spazi dell’uomo… però, ecco la radicale novità che Gesù introduce nella storia: nell’ora di Caino, il Signore si impegna con una promessa: «Verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità… che darà testimonianza di me…».

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Dall’entropia alla comunione

Giovanni ci fa un bellissimo dono oggi con le parole della preghiera di Gesù di cui abbiamo ascoltato solo la prima parte, ma già questi versetti toccano alcuni aspetti che vengono ripresi nello svolgersi della preghiera.

Di fronte alla quale sembra si essere sulla riva del mare: le parole sembrano come le onde che arrivano a smorzarsi sulla battigia, poi subito dopo ne arrivano altre che si infrangono su quelle che precedono… Pare che siano sempre uguali, che dicano sempre la stessa cosa, ma in realtà è un movimento che si rinnova portando a riva un pensiero e riportandone altri nelle profondità, come a movimentare tutto il mare.

È un modo per esprimere lo stesso movimento d’amore che si rinnova di versetto in versetto: dal Padre al Figlio, dal Figlio a noi, da noi agli altri, dagli altri all’universo, fino a quando tutti siamo uno! Così conclude il vangelo di oggi.

Nella preghiera di Gesù più che capire, occorre che prima ci immergiamo e allora abbandonandoci al movimento del mare ci viene dato di partecipare allo stato d’animo del Signore.

Purtroppo non ci viene facile, perché non c’è consuetudine all’interiorità, a conoscere cosa c’è dentro di noi, siamo sempre un po’ tirati dal di fuori, dalle cose che facciamo, dagli stimoli e dalle suggestioni che riceviamo, dall’incalzare delle notizie, delle novità che creano dispersione nei nostri cuori e a lungo andare ci lasciano aridi e scettici, Voi che opponete sempre resistenza allo Spirito Santo, come diceva Stefano nella prima lettura!

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Ascolta il grido della terra

Leggiamo la parola di Dio, ascoltiamo quello che il Signore ci vuole dire perché vogliamo la nostra vita migliore, vogliamo cambiare noi stessi e vorremmo che anche il nostro mondo cambiasse.

Quindi leggiamo e ascoltiamo testi che sono lontani da noi migliaia di anni non in maniera asettica, indifferente, avulsa dalla realtà, ma con la nostra sensibilità, con le nostre problematiche, con le nostre speranze, in questo tempo e non semplicemente per applicare una qualche norma, un impegno morale, ma anzitutto per imparare a leggere e a interpretare la realtà.

Infatti, alla luce del fatto che in queste settimane abbiamo assistito ad alcuni terribili episodi di bullismo, di violenza nelle scuole ad opera di ragazzi e ragazze, mi ha colpito come nelle prime due letture che abbiamo ascoltato, il libro degli Atti e la lettera di Paolo a Timoteo, si parli di ragazzi e di giovani che erano presenti nella vita delle prime comunità di discepoli, comunità che erano capaci appunto di affascinare le nuove generazioni al vangelo di Gesù.

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Il labirinto, la sfinge e Caino

Sono parole dense quelle del Vangelo di oggi, parole che Gesù ha pronunciato in un momento intimo e drammatico come quello dell’ultima cena, la sera del giovedì santo. Giuda è appena uscito dal cenacolo… c’è un clima strano, lo abbiamo appena rivissuto nel triduo pasquale: a cena quella sera sono tutti disorientati e non capiscono bene cosa stia succedendo, anzi forse lo hanno compreso fin troppo bene e per questo hanno paura.

Pietro a nome di tutti chiede: Signore dove vai? E Gesù: Vado a prepararvi un posto. Sono i primi versetti del vangelo di oggi in risposta alla domanda di Pietro. Anche Tommaso lo incalza: Ma se non sappiamo dove vai come possiamo conoscere la via? e poi ancora Filippo pone un’altra domanda: Mostraci il Padre e ci basta!

Ecco tre interrogativi che dicono lo stato d’animo di quella sera dei discepoli sconvolti, ma che dicono anche l’estrema solitudine di Gesù, quella solitudine che nasce quando non si è capiti, quando l’incertezza su quanto accade sconvolge i pensieri di chi ti sta intorno e porta a inondare il Signore di domande per cercare di capire, ma in realtà sembra che le risposte di Gesù non siano affatto di immediata comprensione.

Oggi, dopo la sua morte e risurrezione siamo in grado forse di comprenderle un poco di più, ma non dobbiamo dimenticare la condizione di quella sera.

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Pasqua: la rivoluzione che libera

Domenica scorsa eravamo con Maria di Magdala all’ingresso del sepolcro di Gesù e le abbiamo riconosciuto una straordinaria capacità di amare il Maestro, al punto di essere qualificata come l’apostola di Cristo, la prima a incontrare il Risorto e a portare l’annuncio ai suoi.

Oggi incontriamo la figura emblematica di Tommaso del quale da dopo l’ultima cena non abbiamo avuto traccia: non l’abbiamo incontrato sotto la croce, non c’era nemmeno al momento della sepoltura e la domenica di Pasqua addirittura non era venuto a stare con i discepoli né con le donne nel Cenacolo.

Non solo, anche il suo atteggiamento è molto diverso da quello di Maria di Magdala. Tommaso si presenta con un modo di fare più razionale, potremmo dire più “scientifico”: Voglio proprio vedere i segni dei chiodi e toccare con mano la prova inconfutabile che Gesù era stato crocifisso. Che è come dire: non raccontatemi storie, non inventate cose strane, Gesù è morto. Punto.

Non è che Tommaso non creda in Dio, tutt’altro, non crede che Dio possa vincere la morte, anzi se Gesù era davvero figlio di Dio doveva evitarla. Questo stanno a significare le sue parole che suonano come una sfida: se non vedo i segni dei chiodi! Perché i segni dei chiodi sono proprio l’evidenza provata che è morto, che anche Gesù era uno di noi.

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Maria di Magdala: un altro mondo è possibile

Il mistero della risurrezione è talmente grande che non possiamo affrontarlo di petto, direttamente, perché sovrasta la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprendere. Abbiamo delle intuizioni, raccogliamo degli anticipi in alcuni momenti e in alcune esperienze di vita, ma appunto sono degli squarci, delle aperture in avanti che ci fanno intuire un poco il mistero della risurrezione, ma niente di più.

Così è stato fin dall’inizio, se questo ci può consolare, anche al tempo di Gesù pur essendoci gente religiosa forse anche più di noi, erano veramente pochi coloro che affermavano di credere in una vita dopo la morte. I sacerdoti del tempio ad esempio non ci credevano, i sadducei, ovvero l’aristocrazia sacerdotale, in particolare prendevano in giro coloro che anche solo pensavano ci fosse una risurrezione dei morti… (Mc 12,18-27), insomma non era un fatto scontato nel quadro dei significati e dei valori della vita religiosa del tempo.

I vangeli ne fanno invece un tema fondante, diventa la notizia, la buona notizia: il Crocifisso è risorto! Pietro, Paolo… gli apostoli prima ancora di raccontare le parabole e i miracoli annunciano che Gesù di Nazaret, colui che è stato innalzato sulla croce, ora è vivo.

Ma prima ancora di loro c’è una testimone privilegiata dell’incontro con Gesù, Maria di Magdala. È lei che porta per prima la notizia agli stessi apostoli, al punto che papa Francesco l’ha chiamata, sulla scia della tradizione di Ireneo di Lione, di Ippolito di Roma, di Tommaso d’Aquino “apostola degli apostoli”, perché a partire da lei la buona notizia della vita nuova giungesse ai confini della terra.

È allora con lei che anche noi ci avviciniamo al mistero della risurrezione di Gesù, ci lasciamo guidare dal suo amore e dalla sua fedeltà.

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