Category: Omelie (Page 1 of 48)

Germogli

Ci sarà mai un giorno in cui vedremo il lupo stare insieme con l’agnello o il capretto rimanere sdraiato con il leopardo? Verrà mai quel giorno?

Sono parole che ingannano quelle di Isaia, sono parole di un incantatore per tenere a bada lo scoraggiamento di un popolo prigioniero e di fatto fallito? O è parola di Dio anche per noi?

Sembra ci siano più lupi che agnelli in giro e la violenza è legge che domina, altro che storie!

Vedete, anche noi non sappiamo vedere i germogli e specialmente in questa stagione se guardiamo nel sottobosco del mondo non vediamo che frasche, fogliame, tronchi secchi… vediamo una società incapace di rigenerarsi, di dare il meglio di sé, vediamo trionfare la cattiveria, la durezza. Ma se l’uomo è fatto a immagine di Dio, è figlio suo, come si può essere cattivi? E poi chi sono i cattivi?

Cattivi, dal latino captivos, ovvero prigionieri, da qui cattività come condizione di schiavitù, di prigionia. I cattivi sono i prigionieri della paura, di quella paura che immobilizza la mente e il cuore, generando chiusura e aggressività. Succede anche alle bestie se aggredite, aggrediscono e quando non esercitiamo il pensiero, anche noi uomini non siamo diversi.

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Lei

“Sono una donna corale.

Un’opera collettiva senza il nome degli autori segnato in fondo.

Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo. Mi hanno vista bambina, signora, gran dama, regina, spaventata, incantata, sgomenta, solenne, vestita di perle e di sacco. Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno.

Sarò di tutti ancora e per sempre, sono madre e non c’è fine al desiderio di essere figli.

Mi hanno raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo.

Nell’arte ho pianto, contemplato, sorriso. Gli occhi rovesciati al cielo o rivolti al bene della terra.

Mi hanno fissata mentre fuggivo, consolata dagli angeli, col Bambino ancora dentro al grembo. Col suo corpo trafitto fra le braccia. Ho le stelle sul capo, il manto celeste, bianco o d’oro, che ricorda un’onda e sotto i piedi la terra e anche la luna, a volte la luna, e il serpente, la coda di un satana anche lui corale, nero, le zampe artigliate, a scaglie spinose e lubriche, venuto da tutte le paure della terra.

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Sulla sella della mansuetudine

Tutto dipende dal “come”. Da come uno entra in casa, da come uno sta nelle relazioni, da come uno sta nei conflitti, da come uno affronta un problema… ma anche da come vive una gioia, un successo, un buon risultato.

Ecco mi sembra che sia questa la chiave ermeneutica di un passo di vangelo che è un po’ fuori tempo dal punto di vista cronologico, ma che ci dice appunto “come” il Signore entra nella storia del mondo, ed è il “come” della sua nascita a Betlemme fino al “come” è morto, il “come” della Pasqua che proprio nel vangelo di oggi si adombra.

È il filo rosso che attraversa tutta la vita di Gesù per dare compimento e pienezza a quanto annunciato dal profeta Isaia che nella prima lettura di oggi conclude così: Quando sarà estinto il tiranno… allora sarà stabilito un trono sulla mansuetudine, vi siederà… un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia.

“Un trono sulla mansuetudine”: è un’immagine un poco desueta e improbabile, ma che appunto il vangelo rende realistica con la schiena del puledro che porta Gesù: quello è il trono sulla mansuetudine! La schiena di un asino.

Così il Signore manterrà questo atteggiamento lungo tutta la sua vita, in ogni circostanza vivrà di mansuetudine, di tenerezza, di dolcezza, di misericordia e lo insegna ai suoi, come dice nel vangelo di Matteo: Imparate da me che sono mite e umile di cuore! (11, 29).

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Testimonial e testimoni

Nella pagina di Giovanni di oggi tutto ruota intorno al termine testimonianza e al verbo testimoniare che ricorrono almeno sei volte in poche righe di vangelo e che stanno a dire fin dal cap. 5 come intorno a Gesù si vada intentando un processo, come il Signore sia al centro di una serie di accuse e di capi d’imputazione.

Infatti poco sopra Gesù di sabato aveva guarito un infermo alla piscina di Betzatà in Gerusalemme. Forse ricordiamo come congedò l’infermo una volta guarito ricordandogli di portarsi appresso la sua barella… E subito si scatenò la polemica. I farisei, i capi, i sacerdoti lo attaccano: «Perché fai queste cose di sabato? non conosci cosa dice la Legge?». E poi la domanda delle domande: «Chi ti credi di essere?».

E così anche noi, senza arrivare in un’aula di tribunale, se qualcuno ci contesta un atteggiamento, un’azione, un’iniziativa… Chiamiamo a nostra difesa qualcuno, ci appoggiamo alla testimonianza di chi ci fidiamo e che conosciamo per sostenere la nostra idea, il nostro parere. È del tutto ovvio che da soli, per quanto possiamo discutere e fare dialettica, non siamo in grado di convincere, di dare elementi tali da far cambiare idea a chi ci contesta, abbiamo bisogno di testimoni.

Oggi assistiamo a uno slittamento sottile di parole che è uno slittamento anche dei significati. Infatti questa stessa logica viene assunta nel mercato e nel commercio e per incrementare le vendite si ricorre a quelli che in pubblicità si chiamano i “testimonial”.

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“Allontanate le tende e avvicinate i cuori”

Meno male che non è andata così!

Anche perché se le parole di Giovanni si fossero realizzate come lui aveva previsto, probabilmente l’umanità avrebbe chiuso già da tempo e noi non saremmo qui.

Sono tre immagini a dir poco folgoranti: «Non crediate di sfuggire all’ira imminente! Già la scure è posta alla radice degli alberi – è l’istante in cui il boscaiolo appoggia la lama della scure come a far assaggiare all’albero quello che si sta scatenando-. Ora arriva un fuoco inestinguibile».

Ecco Giovanni annuncia l’arrivo di Gesù come l’irrompere dell’ira imminente, della scure e del fuoco inestinguibile… ma come sappiamo Gesù non è venuto da arrabbiato o come una scure – anzi l’unica scure è stata quella che si è abbattuta sul collo del Battista – e tantomeno è venuto come un fuoco a far piazza pulita … Piuttosto il regno inaugurato dal Signore ci ha portato un volto misericordioso di Dio, un Padre che va in cerca di chi si è allontanato e si spreca per chi si è perduto.

Se superiamo l’iniziale sconcerto che le parole del Battista suscitano in noi – come spesso accade – dietro la loro ruvidità incontriamo una grande speranza (Mt 3, 1-12).

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Pensieri di confine

C’è una violenza che attraversa le parole di Gesù da farci preoccupare. Non è una violenza che Gesù susciti o alimenti in qualche modo, è piuttosto una condizione che abita dentro le vicende, le relazioni, le cose stesse. Le pietre del tempio che crollano, e non crollano da sole di sicuro; popoli che lottano gli uni contro gli altri, terremoti, carestie, processi, divisioni in casa, sangue di fratelli e di sorelle… per giungere all’epilogo di questa violenza: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire… dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Finché si tratta delle estremità della terra possiamo capire le parole di Gesù… ma quando si riferisce alle estremità del cielo non sappiamo più cosa pensare!

Anche Isaia con linguaggio apocalittico parla del futuro della terra e lo descrive con otto verbi minacciosi: cadrà, crollerà, barcollerà, vacillerà… e poi anche quando si tratta del sole: impallidirà e della luna: arrossirà… e noi così ci immaginiamo la fine del mondo, la fine di tutto e di tutte le cose.

Ma com’è allora che il Signore regnerà sul monte Sion e a Gerusalemme? Se cade tutto e tutto finisce… com’è che il regno del Signore sta sul monte Sion e in Gerusalemme? Siamo di fronte a un linguaggio portatore di senso più che preoccupato di fare previsioni.

Paolo tocca uno dei vertici della sua teologia, quando scrive al termine del passo di oggi, l’epilogo della storia umana: Perché Dio sia tutto in tutti. È un’espressione folgorante, ci fa perlomeno intuire il senso profondo delle cose, della vita, del mondo e del cosmo: Perché Dio sia tutto in tutti.

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Pilato, Gesù e noi

Le battute che abbiamo ascoltato non sono il resoconto stenografico degli atti processuali che hanno condotto alla condanna a morte di Gesù. Non sappiamo quali siano le fonti cui attinge Giovanni, se direttamente il Risorto che ne ha parlato con i suoi dopo Pasqua oppure alcuni testimoni oculari che ne hanno fatto un qualche resoconto… forse anche entrambe le cose. Di sicuro non siamo davanti a un processo “normale”, anzi forse non è nemmeno un processo, inteso in senso stretto.

Giovanni, più degli altri vangeli, è molto attento a indicarci come Pilato abbia vissuto quell’incontro con Gesù, i suoi pensieri, le sue perplessità, i suoi stati d’animo. Certamente lui è figura istituzionale, è il quinto procuratore romano in terra d’Israele che ha già condannato e assolto decine di persone, ma oggi si rende conto di avere innanzi a sé una persona non solo innocente, ma l’unica in tutta la sua carriera, che alle domande di rito non risponde semplicemente «sì» o «no» ma osa porre altre domande… e che domande!

Dovremmo leggere per intero tutto il testo di Giovanni per cogliere l’intensa drammaticità di quelle ore, nello scorrere delle quali si assiste quasi il rovesciamento delle parti, tanto che se aggiungiamo un versetto alla pagina di oggi Pilato arriva a domandare a Gesù 38«Cos’è verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Fino a giungere al cap. 19,8: All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura.

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Il giardino dei giusti

È possibile parlare ancora oggi di santità? È proponibile oggi un orizzonte di senso come questo che appare così lontano dal modo di sentire, di vivere dei nostri contemporanei?

Certo oggi santità è un termine che evoca uno stereotipo di cristiano devoto, inarrivabile, una figura talvolta ridotta a macchietta, un modello di antichi costumi e fuori dalla portata di un “povero cristo” che invece non ha tempo per le cose di chiesa perché deve ogni giorno faticare, lavorare, tirare avanti la baracca…

Ho cercato di pensare a qualche sinonimo, ma quelli che si trovano sui vocabolari rimandano a strade poco percorribili perché si riferiscono alla sfera della divinità, a qualcosa di intangibile nella sua sacralità… tutt’al più indicano alcuni significati morali, come l’integrità, la moralità, l’onestà e la rettitudine, il contrario della corruzione, della disonestà e dell’immoralità.

Se per la Scrittura solo Dio è santo, il tre volte Santo, come cantiamo anche noi nella liturgia, l’uomo tutt’al più può essere, può cercare di diventare un “giusto”. Ecco forse questo potrebbe essere un sinonimo più adatto per declinare nel nostro tempo quell’idea che dovrebbe governare i comportamenti, orientare le scelte, dirigere i pensieri di ciascuna donna e di ciascun uomo. Essere giusti davanti a Dio e davanti agli altri.

Ma non semplicemente secondo il senso del nostro linguaggio comune, dove essere giusti significa dare a ciascuno il suo, essere equi… che già di questi tempi sarebbe una cosa non da poco. Gesù nel discorso della montagna articola intorno a otto beatitudini le condizioni più dolorose della vita, quelle che mettono a dura prova il cuore dell’uomo perché non c’è come nella povertà, nella sofferenza, nel pianto, nell’ingiustizia che si misura lo spessore di una persona.

Affrontare queste situazioni senza perdere la fiducia in Dio, vivere nella povertà, nel pianto, nell’ingiustizia… stare dentro lì, saldi, resistenti e resilienti, con il cuore radicato in lui, secondo il Vangelo. E tutti noi siamo chiamati ad essere giusti in questo modo, secondo il modo delle Beatitudini. Tutti abbiamo questa vocazione cui rispondere nella vita e se oggi contempliamo la comunità di coloro che prima di noi sono stati donne e uomini giusti è per dire che è possibile esserlo anche per noi.

È chiaro che ogni epoca storica declina con accenti diversi, a seconda delle situazioni e delle congiunture sociali l’essere santi, l’essere giusti.

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Cose nuove e cose antiche

È un po’ una violenza quella che il lezionario ambrosiano compie sul testo di Matteo. Tutto il cap. 13 è un concentrato di parabole, come se l’evangelista volesse condensarle per non disperderle, ma anche perché il filo rosso che le attraversa rivela il modo in cui Dio si muove, il modo in cui il regno di Dio sta nella storia, vale a dire Dio sta nelle vicende umane come un seme nel terreno, come lievito nell’impasto, come chicco di grano che cresce insieme alla zizzania…

Ecco questo è il modo paradossale di Dio di stare al mondo! E di conseguenza l’evangelista si chiede: come sta nel mondo il discepolo? Se Dio, così dice Gesù, agisce in questo modo, allora come deve starci un discepolo?

La risposta viene offerta da Gesù con un trittico di parabole, di cui oggi abbiamo ascoltato solo l’ultima. Per questo prima di quella della rete, dovremmo rileggere quella del tesoro e della perla: quando uno di noi ha a che fare con qualcosa di veramente prezioso non sta a tergiversare, ma subito decide che quelle cose valgono e le fa sue.

Così dice Gesù, la prima cosa che il discepolo può fare di fronte alla misericordia di Dio, è quella di decidersi come farebbe di fronte a un tesoro, a una perla preziosa, a un bene di valore straordinario.

Come davanti a un tesoro non rimani indifferente, ma vai e strafelice vendi e compri, così quando incontri il vangelo di Gesù, anzitutto ne sei felice, sei pieno di gioia: la gioia c’è quando trovi quello che ami. E così tutto quello che hai e sei, lo investi nel tesoro… non è che butti via quello che sei, ma metti tutto te stesso in quel tesoro.

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Evitiamo i gargarismi evangelici!

Di questo voi siete testimoni. Di “questo” possiamo intenderlo nel senso di tutto il Vangelo che precede o più semplicemente delle tre cose di cui parla appena prima, ovvero della morte e risurrezione di Gesù, della conversione e del perdono dei peccati che riguarda tutti i popoli.

Comunque testimoni anzitutto di lui, di una persona, di una figura storica, incontrata, conosciuta e amata. Più sinteticamente ancora, ed è il nucleo, il cuore della fede: testimoni di Gesù morto e risorto. Non di un’idea, non di un’illusione, di una proiezione, nemmeno di un desiderio, ma di Cristo morto e risorto. Ed è intorno a questo nucleo che gli evangelisti hanno costruito e ripercorso come a ritroso la vita di Gesù, le sue parole, i suoi gesti, intorno al nucleo della fede, al kerygma, all’annuncio essenziale.

Il fatto che Gesù sia morto e risorto dice cosa fa Dio per noi, ovvero che è capace di un amore così grande, di un amore gratuito, sorprendente e irresistibile perché suscita il desiderio di tornare a Lui. Conversione intesa dunque non solo come uno sforzo etico, ma anzitutto come ritorno a Dio. Un ritorno perché sulla figura di Dio non solo nei secoli, ma noi stessi lungo la nostra vita abbiamo costruito innumerevoli incrostazioni e contraddizioni che ne hanno deformato il vero volto. Ci voleva Gesù che con la sua vita, la sua passione, morte e risurrezione, ci svelasse il volto di Dio.

Un volto che è misericordia, perdono, fedeltà. Anzitutto non siamo mandati ad essere testimoni di una morale, di un insieme di principi etici, non che questo non sia importante, ma c’è una cosa ancora più importante che è quella dell’essere perdonati. Che il perdono dei peccati sia tra i primi tratti dell’amore di Dio è difficile da accettare. Tante volte mi sento dire: ma il Signore mi perdonerà? Domanda legittima siccome noi non siamo capaci di farlo, di conseguenza dubitiamo che anche Dio lo possa fare.

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