Come già domenica scorsa il vangelo di Luca ci faceva incontrare il fariseo Simone, la donna peccatrice e Gesù, mettendoci di fronte a un “triangolo drammatico”, così anche oggi, mentre ci troviamo nel tempio Gesù ci invita a osservare due persone che sono salite a pregare.

Si tratta di due figure in tensione tra loro, la prima è sempre un fariseo che però ha di spalle un peccatore pubblico, un esattore delle tasse. Il contrasto tra di loro è silente ma insistente, e si risolve nella parola di Gesù che dice il pensiero di Dio.

Non si tratta di un vero e proprio insegnamento sulla preghiera, sembra una parabola semplice con un messaggio edificante… ma se l’ascoltiamo attentamente è tutt’altro che banale, va ben oltre quel quadretto da catechismo cui l’abbiamo ridotta.

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo provato sentimenti di disprezzo per qualcuno? Ricordiamo il perché? Ma soprattutto come abbiamo vissuto quei sentimenti, come abbiamo accolto quello che veniva dal cuore e dalla nostra mente?

Cos’è questo disprezzo nei confronti di qualcuno? Non è un sentimento tra quelli che contempliamo nell’elenco tradizionale dei vizi capitali: se pensiamo all’ira, alla superbia, all’avarizia, alla lussuria, alla gola, all’invidia o all’accidia… in prima battuta sembra non esserci, ma in realtà la loro matrice, l’humus nel quale maturano e crescono i cosiddetti vizi è proprio il disprezzo che ci fa vedere nell’altro subito quello che non va, le sue negatività, i suoi errori… siamo tutti maestri in quest’arte a volte spietata.

È come se avessimo bisogno di uno sgabello, di uno scaleo per emergere… e questo è dato dalla schiena dell’altro sulla quale ci innalziamo orgogliosi, superbi, invidiosi.

È una malattia! È una patologia spirituale di cui dovremmo prenderci cura perché i suoi effetti sono mortiferi sia per noi che per la società in cui viviamo.

Chissà perché non appena avvertiamo un qualche disturbo fisico, un sintomo di malessere… andiamo a cliccare su un motore di ricerca due parole chiave per sapere subito di che si tratta e cosa fare, ancor prima di consultare un medico!

Quando siamo di fronte alle malattie dell’anima, non solo non sappiamo curare, ma a molti sembra che non gliene importi nulla, anche perché fa una certa paura andare a esplorare il mistero del nostro mondo interiore. Che cosa invocano coloro che sia appellano a una certa malintesa “autenticità” o “spontaneità”? se non al voler rimanere a un livello di superficialità spaventosa che altro non è che egocentrismo.

I padri e le madri del deserto lo chiamavano “filautia”, l’amore per il proprio io, quando il baricentro della vita diventa l’io.

Proprio come quell’uomo pio e devoto che nel tempio in fin dei conti si riduce a usare Dio come specchio di stesso: “Io ti ringrazio, perché io non sono come gli altri, io digiuno due volte non una, io pago le decime”.

In tre righe risuona quattro volte “io”!

Però notate è un io che ha bisogno dell’altro come sgabello, perché da solo non si regge in piedi. È un io che per emergere deve salire sulla schiena dell’altro, come se anche davanti a Dio fosse in competizione e dovesse fare a gara per dimostrarsi migliore.

Quello che è vero ed evidente per l’io singolo, è vero per l’io che diventa un io collettivo in un gruppo, in una cerchia più o meno estesa che ha bisogno di umiliare un altro gruppo, un’altra cerchia per stare in piedi. Finché si tratta dell’io del tifoso che sportivamente partecipa a una competizione sportiva o qualcosa del genere risulta anche simpatico, ma quando emerge dell’io della razza, della patria, dell’io del colore della pelle… quest’io ha bisogno non solo di umiliare, di segregare, di squalificare l’altro, ma addirittura di puntare la pistola contro l’altro per poter dire di essere se stesso.

Le malattie spirituali non sono faccende per intimisti frustrati e paranoici o per uomini e donne spirituali che vivono in un mondo parallelo, ma diventano patologie sociali.

Proviamo a interrogarci da dove viene il fatto che i licei di alcune città abbiano avuto il coraggio di presentare, come propri punti di forza, il fatto che nel nostro istituto non ci sono alunni di origine straniera, né ragazzi poveri o ragazzi disabili?

Certamente possiamo e dobbiamo affrontare un lavoro sui diritti umani che sembrava acquisito, ma davanti alla parola di Gesù ci rendiamo conto che i nostri padri e le nostre madri che ci hanno fatto dono della libertà, della giustizia, della democrazia erano uomini e donne profondamente spirituali. Anche chi non si riteneva tale, era profondamente rispettoso dello spessore umano, morale e spirituale degli altri.

Oggi siamo consapevoli che fino a quando dentro i templi, dentro le chiese, le moschee o le sinagoghe ci sarà qualcuno che si rivolgerà a Dio ritenendosi migliore degli altri e disprezzandoli per il solo fatto che il suo io si gonfia all’inverosimile… non ci sarà fraternità sulla terra.

La nostra democrazia è malata, è infettata da un virus e voi sapete che il virus per definizione non ha vita propria, si replica esclusivamente all’interno delle cellule viventi di altri organismi, il virus che ti porta a disprezzare l’altro, tutti disprezzano tutti per l’amore del proprio io, per la filautia, questo è il virus da curare.

C’è un amore per se stessi che è necessario oltreché virtuoso, come dice Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso. Ma la filautia è l’amore per se stessi a prescindere da Dio e se prescindi da Dio, come fa il fariseo che pure si trova nel tempio e pensa di pregare, ma in realtà si parla addosso, arrivi al punto che non vedi nemmeno più l’altro come fratello.

Alla radice del razzismo e della violenza xenofoba, prima ancora di tutto questo c’è una patologia spirituale che diventa facilmente ignoranza, stupidità e stoltezza. I sintomi che registriamo oggi nel nostro Paese e in Europa hanno radici profonde, come diceva il grande san Massimo (+662): Non si peccherebbe mai con l’azione se non si peccasse prima con il pensiero.

Tutto ha origine nella nostra vita interiore, nella dimensione spirituale. Scriveva Simeone il Nuovo teologo (+1022): Tutto quello che generalmente ci si immagina che il corpo ricerchi, non è il corpo ma l’anima che, per suo mezzo, ricerca questo.

Non a caso Paolo scrivendo alla comunità di Roma chiede: perché giudichi il tuo fratello? Perché disprezzi il tuo fratello? La domanda è un invito a guardarci dentro. E io la pongo a me stesso e la rivolgo anche a voi con le parole di un poeta e scrittore cagliaritano, classe 1979, Andrea Ivaz Melis, parole che possiamo considerare una versione contemporanea della postura del fariseo del vangelo.

«Ma dimmi tu questi negri

che vengono a prendersi per disperazione

ciò che noi ci prendemmo con la violenza,

la spada e la croce santa,

lasciandoci dietro solo disperazione

Ma dimmi tu questi negri

che hanno cellulari e guardano le nostre donne,

mentre noi da sempre

ci fottiamo le loro

un tanto a botta nelle strade nere delle periferie,

e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre,

e come osano poi questi negri

avere desideri proprio uguali ai nostri

manco fossero umani

Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare

come se fosse messo lì per viaggiare

e non per tenerli lontani,

per galleggiare e non per affondare,

per andare e non per tornare

Ma dimmi tu questi negri

ex schiavi dei bianchi

che vengono qui a rubarci il pane

proprio ora che gli schiavi siamo noi

Messi in ginocchio e catene

da politici e finanzieri bianchi

con colletti bianchi

e canini e incisivi sorridenti

e perfettamente bianchi,

che in meno di trent’anni

ci hanno fatto schiavi

Ma dimmi tu questi negri

che hanno scoperto ora che la terra è una,

è rotonda,

e che a seguire la rotta della loro fame

Si arriva dritti dritti alla nostra opulenza

Ma dimmi tu questi negri

che facessero come i nostri nonni:

cioè tornare nella giungla e sui rami alti

visto che sono loro i nostri progenitori

e che l’umanità è tutta africana

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura

Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette

dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste,

le loro miniere,

il loro passato,

il loro presente

ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita

e un futuro

a cui dimmi tu, questi negri,

non rinunciano mica

Ma dimmi tu questi negri

che si portano il loro Dio da casa

anziché temere il nostro,

e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua

Ma benissimo le loro che però noi non capiamo.

Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano

né far mettere piede in casa,

sebbene a ben guardare

abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi

proprio come i nostri».

Avviciniamoci alla quaresima come al tempo della cura per ciò che abita nel nostro cuore, per poter arrivare a celebrare la Pasqua con gli altri divenuti finalmente fratelli e sorelle.

(Rm 14, 9-13; Lc 18, 9-14)