“Sono una donna corale.

Un’opera collettiva senza il nome degli autori segnato in fondo.

Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo. Mi hanno vista bambina, signora, gran dama, regina, spaventata, incantata, sgomenta, solenne, vestita di perle e di sacco. Sono stata di tutti come l’aria che si respira, l’acqua che dà vita, l’abbraccio di cui si ha bisogno.

Sarò di tutti ancora e per sempre, sono madre e non c’è fine al desiderio di essere figli.

Mi hanno raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo.

Nell’arte ho pianto, contemplato, sorriso. Gli occhi rovesciati al cielo o rivolti al bene della terra.

Mi hanno fissata mentre fuggivo, consolata dagli angeli, col Bambino ancora dentro al grembo. Col suo corpo trafitto fra le braccia. Ho le stelle sul capo, il manto celeste, bianco o d’oro, che ricorda un’onda e sotto i piedi la terra e anche la luna, a volte la luna, e il serpente, la coda di un satana anche lui corale, nero, le zampe artigliate, a scaglie spinose e lubriche, venuto da tutte le paure della terra.

Di me non si sa da dove vengo, sono nata con mio figlio, resa madre dal suo apparire. In questo sono sorella di tutte le madri. Non ci sono i miei genitori nei Vangeli. Come se prima del Bambino io non fossi esistita. Dopo, anche il dopo il sacro testo non lo racconta.

Non c’è luogo per il mio corpo. Non mi hanno frantumata in mille reliquie.

Il mio corpo è stato vaso. Così si è scritto. Ricettacolo fermo di tutte le grazie. Arca della nuova alleanza. Vuota, cava e pronta a ricevere. Tutti sicuri nel descrivermi con parole di chi non vuol credere davvero che l’ho tessuto per nove mesi di sangue e di carne ed eravamo intrecciati, il mio corpo giovane che raccoglieva il suo, arrivato già carico di eternità.

Lo tessevo ogni giorno ed era Dio. Un segreto divino mi abitava, come un solletico prima, e poi sempre più chiaro, un piedino, i ditini allineati di un piedino premevano la pelle e la mia veste si alzava un poco e con la mano lo carezzavo e gli dicevo ci sono, io ci sono.

Il corpo di mio figlio io quello l’ho avuto. È stato a lungo bambino, il giusto tempo. L’ho stretto a me più di quel che avrei dovuto. Ma eravamo tutti e due così soli. Con il nostro Dio. Un Dio nascosto, secondo le Scritture. Nemmeno Mosè lo ha visto, «Il mio volto non lo si può vedere». E io l’ho avuto in braccio.

Non rido mai nel ritratto del mondo. E nemmeno nei Vangeli. Ma ho riso, quanto ho riso con il Bambino.

Ho avuto paura. Anche in questo somiglio a tutte le madri. Quel che viene da Dio rimane, mi ripetevo. Il nostro non è un Dio che abbandona, è un Dio che rimane.

Il suo corpo l’ho avuto anche dopo, per poco, il calore della vita lo abbandonava. Poi mi è rimasto, tra le braccia, in tutte le pietà che sono state dipinte e scolpite.

E con lui il mio corpo che i Vangeli non raccontano è diventato forte nella pietra e nel marmo levigato, la pelle come petalo di ogni fiore. Piegato dal dolore ma reso eterno dalla fede, dalla preghiera delle donne e degli uomini di buona volontà.

Pensano tutti di sapere, perché la mia storia è scritta, mille volte scritta e dipinta e predicata, cantata e messa in poesia.

Si sa come finisce. Cos’altro c’è da dire.

Mio figlio è stato e poi è morto. Il mio nome è il nome di tutte le madri condannate a restare sulla terra più del loro figlio. Così tanti sono stati i testimoni. Tutti lì a ripetere, ecco, è morto.

Poi è risorto.

Ancora oggi c’è chi ride, ridono, loro sì, dicono che son favole, da raccontare d’inverno ai bambini quando il buio fa paura e a risorgere è solo il giorno che ci aspetta al mattino. Non si muore mai del tutto, in tanti lo dicono ma non ci credono davvero. Si rimane nel ricordo, dicono, e il ricordo è forte e potente, si può vivere di ricordo. Vivere noi certo, e nel nome di chi è andato, costruire storie che salvano.

Ma lui è proprio risorto.

E prima è morto, ho contato le ferite come quando era piccolo contavo i battiti del cuore e i respiri e mi dicevo vive, vive vive è un bambino, perché preoccuparsi di quel che sapevo e non capivo? Delle parole che intorno spargevamo? Ridevano. Ridevano. Avevano paura che fosse così com’era. Volevano che la potenza delle sue mani fosse forte quanto i loro desideri scomposti. Avevano paura che non fosse il guerriero che aspettavano. Il re forte. Forte è chi esercita la forza, o chi la trattiene per lasciar liberi gli amici e anche i nemici di essere uomini e donne liberi? E io chi ero? E lui?

Il mio corpo proprio non c’è nel Vangelo. Non si dice dei capelli, né degli occhi di quale colore, la pelle scura della mia terra è diventata trasparente sugli altari.

Solo racconto io sono nel Vangelo. Non sono stata amata di carezza e abbracci nelle Scritture. Troppo pudore.

Come un vaso ho raccolto chi mi è stato dato, hanno scritto.

E poi sono stata svuotata. Ho consegnato al mondo senza poter trattenere. Tutto così diverso che non so nemmeno come raccontare.

Tutti pensano di sapere come va a finire.

Non chiedetemi se sapendo avrei detto sì. Sono domande che non si possono sentire. Risposte che non si possono pensare. Il tempo si mette a saltare sul nostro ostinato parlare”.

Tratto da: Mariapia Veladiano, Lei. Guanda editore 2017 pp.5-8