È possibile parlare ancora oggi di santità? È proponibile oggi un orizzonte di senso come questo che appare così lontano dal modo di sentire, di vivere dei nostri contemporanei?

Certo oggi santità è un termine che evoca uno stereotipo di cristiano devoto, inarrivabile, una figura talvolta ridotta a macchietta, un modello di antichi costumi e fuori dalla portata di un “povero cristo” che invece non ha tempo per le cose di chiesa perché deve ogni giorno faticare, lavorare, tirare avanti la baracca…

Ho cercato di pensare a qualche sinonimo, ma quelli che si trovano sui vocabolari rimandano a strade poco percorribili perché si riferiscono alla sfera della divinità, a qualcosa di intangibile nella sua sacralità… tutt’al più indicano alcuni significati morali, come l’integrità, la moralità, l’onestà e la rettitudine, il contrario della corruzione, della disonestà e dell’immoralità.

Se per la Scrittura solo Dio è santo, il tre volte Santo, come cantiamo anche noi nella liturgia, l’uomo tutt’al più può essere, può cercare di diventare un “giusto”. Ecco forse questo potrebbe essere un sinonimo più adatto per declinare nel nostro tempo quell’idea che dovrebbe governare i comportamenti, orientare le scelte, dirigere i pensieri di ciascuna donna e di ciascun uomo. Essere giusti davanti a Dio e davanti agli altri.

Ma non semplicemente secondo il senso del nostro linguaggio comune, dove essere giusti significa dare a ciascuno il suo, essere equi… che già di questi tempi sarebbe una cosa non da poco. Gesù nel discorso della montagna articola intorno a otto beatitudini le condizioni più dolorose della vita, quelle che mettono a dura prova il cuore dell’uomo perché non c’è come nella povertà, nella sofferenza, nel pianto, nell’ingiustizia che si misura lo spessore di una persona.

Affrontare queste situazioni senza perdere la fiducia in Dio, vivere nella povertà, nel pianto, nell’ingiustizia… stare dentro lì, saldi, resistenti e resilienti, con il cuore radicato in lui, secondo il Vangelo. E tutti noi siamo chiamati ad essere giusti in questo modo, secondo il modo delle Beatitudini. Tutti abbiamo questa vocazione cui rispondere nella vita e se oggi contempliamo la comunità di coloro che prima di noi sono stati donne e uomini giusti è per dire che è possibile esserlo anche per noi.

È chiaro che ogni epoca storica declina con accenti diversi, a seconda delle situazioni e delle congiunture sociali l’essere santi, l’essere giusti.

Nel dopo guerra, su iniziativa di Moshe Bejski salvato da Schindler, a Gerusalemme è nato il primo giardino dei giusti, cioè di quegli uomini e quelle donne che si sono opposti con responsabilità ai crimini contro l’umanità, ai totalitarismi. Moshe ha dedicato la sua vita a cercare nel mondo i giusti tra le nazioni e il nome di più di 20.000 persone è legato oggi ad un albero piantato appunto nel giardino dei giusti.

Potremmo immaginare che si possano costruire altri giardini dei giusti sparsi nel mondo, pensando a coloro che, mi parrebbe essere questa una prima caratteristica, sono state contente di mettere a repentaglio la propria vita, di rischiare per gli altri, per gli emarginati di turno. Contente non nel senso della felicità superficiale, ma per il fatto che in quella dedizione hanno trovato la gioia di vivere e di morire.

In questo senso Gesù lega in maniera indissolubile l’essere giusti alla felicità: Beati! Felici voi che nonostante tutto rimanete giusti e non venite meno a quello in cui credete per il fatto che non siete capiti, perché le cose non vanno bene…

Tutti facciamo l’esperienza della povertà, della nostra pochezza, tutti abbiamo pianto in alcune occasioni della vita, tutti abbiamo invidiato e guardato con bramosia quelli che stavano meglio di noi, tutti abbiamo subito una qualche ingiustizia, tutti facciamo fatica a perdonare, a non servirci degli altri e a guardarli con occhi puri… ma che questo sia occasione di felicità, non sembra accettabile.

In realtà cosa ci sta dicendo il Signore? Ci sta parlando di lui, questo è il suo ritratto ed è questo che proporrei a un giovane oggi: è bello vivere il Vangelo, è bello perché ti chiede di iniziare un processo di liberazione così che tu possa non far dipendere la riuscita della tua vita dalle cose che hai, certo che è importante avere strumenti e oggetti che ci servono nella vita, ma non sarà l’ultimo Iphone, l’ultimo cellulare, l’ultimo modello di PC… a renderti felice.

È bello perché la felicità non dipende dallo sballo che ti fa vincere le tue inibizioni… è bello perché ti insegna ad amare l’altro, l’altra e a non usarlo o usarla come un oggetto. No, la felicità insegna Gesù la trovi dentro il cuore delle tue paure, delle tue fragilità e non scavalcandole con dei salti che sono mortali.

Paradossale, vero? Questo non significa andare contro il tempo per demonizzare le cose, la tecnica, la scienza, il divertimento… vivere il Vangelo dà gioia perché ti libera dai faraoni che ti sfruttano, ti schiavizzano e ti permette di assaporare le cose che contano davvero nella vita, quelle che rimangono.

Essere giusti è essere felice. Sii contenta, sii contento di quello che sei, delle tue povertà, delle tue debolezze: magari ti fanno sentire una mezza cartuccia, ma sono occasioni che ti aprono, come il famoso dipinto del grido di Munch, ti aprono al grido che è una preghiera, un appello, un affacciarti al mistero della vita che va oltre il tuo narcisismo, il tuo io così gonfio da non lasciare posto a nessun altro.

In secondo luogo essere giusti significa essere uomini e donne che operano insieme, che uniscono, che affratellano. Mi piace questa festa dei santi perché ci fa superare la prospettiva individualista del santo eroe, del santo super uomo o super donna, per dire che oggi possiamo essere felici insieme, santi insieme, dove la comunione non è un’emozione passeggera, ma è condividere i passi, la strada, è sentirsi parte…

Essere giusti oggi significa smetterla di pensare a noi stessi intesi solo come individui, come singoli, ma di pensare a quel bene comune che rende possibile essere felici insieme. È una mente malata quella che pensa che la propria felicità si poggi sulle ceneri dell’altro.

Diventiamo giusti e quindi felici nell’incontro con la diversità, perché abbiamo bisogno degli altri, delle altre culture, delle altre religioni… perché gli altri hanno bisogno di noi, delle nostre tradizioni, delle nostre esperienze. È nella relazione che cerca il bene comune che si costruiscono identità dinamiche e non ingessate o sclerotizzate.

Infine, il giusto oltre ad avere a cuore la fiducia in Dio e la relazione con gli altri, si prende cura dell’ambiente in cui vive, del creato, della terra, dell’aria, dell’acqua. La santità deve essere ecologica oggi.

La prima lettura, l’apocalisse nei primi versetti di oggi, parla della grande devastazione, l’angelo di Dio grida ai quattro angeli ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare e di distruggere tutto: “Non devastate la terra né il mare né le piante”! Sì, verrebbe da dire, non devastate voi angeli perché già ci pensiamo noi umani! Siamo molto bravi ad emozionarci ai tramonti che questa stagione ci regala colorando di rosso e di arancione il cielo sopra Milano, ma siamo ancora più bravi a devastare quello che incontriamo sul nostro cammino: a devastare il creato, a devastare le culture, la vita…

I 144mila giusti rappresentano più una misura di qualità che di quantità:  la qualità di coloro che cercano e costruiscono una felicità che si fonda sulla fedeltà alla terra e sull’attenzione alle piccole cose.

Scrive un poeta contemporaneo, caro amico:

«Abbiamo bisogno di contadini,

di poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita,

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza» (Franco Arminio).

 

Più che l’anno della crescita ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Scrive Franco Arminio in grande sintonia con le parole di Gesù: l’attenzione a chi fa più fatica, attenzione a chi piange, attenzione a chi subisce ingiustizia, attenzione a chi ti sta vicino, attenzione a cosa si muove nel cuore di chi ti è accanto. Attenzione e meno fretta, meno superficialità.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare… e forse su questo già molti giovani sono più avanti di noi, sono più rivoluzionari e profeti di quello che possiamo immaginare.

Il giusto così come ce lo indica la parola di Dio non ha bisogno di virtù eccezionali, non deve fare chissà quali miracoli… il giusto è un profeta.

E noi magari non li sappiamo vedere perché abbiamo gli occhiali appannati dalla stereotipia della santità che ci impedisce di riconoscerli… magari escono dal cliché in cui abbiamo ingessato il santo, eppure sono giusti, felici, costruiscono relazioni, vivono più sobriamente di quanto siamo capaci noi adulti.

Mentre ora nel canto delle litanie contempliamo la gioia della comunione dei santi, di quel nugolo di testimoni del vangelo che sono nella misericordia di Dio, chiediamo di al Signore di poter vivere da giusti e di continuare a piantare giardini dei giusti.

(Ap 7, 2-4, 9-14; Mt 5, 1-12)