Ci sarà mai un giorno in cui vedremo il lupo stare insieme con l’agnello o il capretto rimanere sdraiato con il leopardo? Verrà mai quel giorno?

Sono parole che ingannano quelle di Isaia, sono parole di un incantatore per tenere a bada lo scoraggiamento di un popolo prigioniero e di fatto fallito? O è parola di Dio anche per noi?

Sembra ci siano più lupi che agnelli in giro e la violenza è legge che domina, altro che storie!

Vedete, anche noi non sappiamo vedere i germogli e specialmente in questa stagione se guardiamo nel sottobosco del mondo non vediamo che frasche, fogliame, tronchi secchi… vediamo una società incapace di rigenerarsi, di dare il meglio di sé, vediamo trionfare la cattiveria, la durezza. Ma se l’uomo è fatto a immagine di Dio, è figlio suo, come si può essere cattivi? E poi chi sono i cattivi?

Cattivi, dal latino captivos, ovvero prigionieri, da qui cattività come condizione di schiavitù, di prigionia. I cattivi sono i prigionieri della paura, di quella paura che immobilizza la mente e il cuore, generando chiusura e aggressività. Succede anche alle bestie se aggredite, aggrediscono e quando non esercitiamo il pensiero, anche noi uomini non siamo diversi.

Più che “cattivi” in senso moralistico, siamo dunque prigionieri. Sì, siamo schiavi della paura e per questo non vediamo che brutture, decadenza, tristezze, insoddisfazioni… È questo il nostro futuro? È questa la nostra condizione invincibile?

Isaia nella prima parte della lettura si rende conto di avere dinnanzi a sé una condizione davvero senza speranza: l’ennesimo re di Assiria Sennacherib, ha invaso il Nord (701) e sembra puntare su Gerusalemme governata ormai da incapaci.

Questa probabile invasione sembrava davvero che venisse a smentire per sempre la promessa fatta a Davide: la dinastia davidica era una radice secca ormai… eppure lo sguardo del profeta sa vedere oltre le apparenze, vede che una linfa vivifica questo ceppo che agli occhi dei più è rimasto qualcosa che è appena un po’ di più di un ciocco.

Il profeta vede un germoglio spuntare timido, fragile, esile e incerto.

A questa fragilità si oppone una forza interiore, nascosta che è uno spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore che Isaia descrive come l’energia intima e profonda di quel pezzo di tronco e che non erano proprio le caratteristiche dei re di Gerusalemme.

Se notate bene abbiamo tre coppie di qualità proprie di questo nezer, germoglio, qualità che appunto si contrappongono alla sua esigua fragilità perché la prima coppia parla di uno “spirito di” cioè uno spirito fonte di sapienza e di intelligenza.

Sapienza e intelligenza non sono qualità puramente intellettuali, nell’antropologia biblica il vero sapiente è colui che capisce cos’è bene e cos’è male, ma è anche colui che sa decidere da che parte stare. È una coppia di qualità che potremmo dire strettamente personali, tipiche dell’individuo, del suo modo di essere, della sua personalità profonda.

Poi c’è una seconda coppia di qualità dello spirito, spirito di consiglio e di fortezza, che sono proprie di chi ha responsabilità di governo, di guida degli altri. Può essere il re, il giudice, il capomastro, la maestra, il direttore, il padre, la madre… ogni ruolo di responsabilità per gli altri esige una certa prudenza/consiglio e una buona dose di coraggio/fortezza, qualità che appunto permettono di portare avanti le proprie responsabilità.

Infine incontriamo la terza coppia di qualità dello spirito, spirito di conoscenza e di timore del Signore che rimandano alla dimensione più spirituale della persona, al suo rapporto con Dio, un rapporto che chiede una relazione personale di conoscenza col Signore, ma al tempo stesso di timore, meglio dire di rispetto, perché per quanto conosciamo Dio, per quanto possiamo avere una relazione profonda con lui, Egli rimane sempre un mistero grande di fronte al quale impariamo a stare con rispetto.

Da questa pienezza dello spirito del Signore sgorga un governo giusto, come specifica il profeta parlando di giustizia, di fedeltà… perché una delle amare constatazioni di Isaia, comune del resto agli altri profeti, è la mancanza di giustizia verso i poveri, verso i miserabili, su cui si abbattevano i soprusi dei ricchi. Ci vuole uno spirito diverso perché il governo del mondo possa essere giusto.

Ed è così che nella seconda parte allora lo sguardo arriva ad abbracciare una giustizia che non è solo interna al popolo, alla città, ma comprende anche il creato, le relazioni con il mondo animale.

Isaia costruisce due coppie di tre binomi tra un animale selvatico e uno domestico, tra un carnivoro e un erbivoro, che si concludono con l’associazione all’essere umano, anzi al più fragile dell’essere umano, un bambino capace di stare in loro compagnia, per dire l’armonia e la riconciliazione globale.

Per cui abbiamo anche qui le prime tre coppie, tre binomi: lupo-agnello, leopardo-capretto, vitello-leoncello e poi il bambino, cui seguono ancora altri tre binomi: mucca-orsa, i cuccioli di entrambi, leone-bue e poi un lattante!

Sono immagini potenti di una riconciliazione piena tra umanità e creazione, tra lupi e agnelli intesi in senso metaforico… siamo dinnanzi a uno scenario a dire poco improbabile stando alle nostre capacità, eppure possibile grazie a quel germoglio che spunta da un tronco secco.

Quando il Battista rimprovera i suoi contemporanei: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, lo dice anche per noi. Perché pensiamo che il Signore abbia abbandonato l’umanità al suo tragico destino e non vediamo quel germoglio che è Gesù, che è il Vangelo, non vediamo segni di rinascita, facciamo fatica a riconoscere un germoglio di speranza e di futuro.

Ora, i due coetanei, Giovanni Battista e Gesù, entrano pressoché simultaneamente sulla scena della storia di Israele. Sono due giovani trentenni, di cui uno battezza e predica, l’altro vive nel silenzio di Nazaret senza fare né dire cose eclatanti… Infatti per questo Giovanni lo indica come uno che non viene riconosciuto, anzi sarà proprio lo stesso Giovanni, dopo averlo battezzato, a indicare Gesù come l’agnello di Dio, colui che porta su di sé il peccato del mondo.

E lo fa in maniera discreta, quasi nascosta. Come un seme che sottoterra – dirà Gesù nelle parabole – proprio quando sembra non accadere più nulla, sprigiona la sua potenza di vita.

Occorrono sguardi intensi per riconoscere, oltre la zolla di terra, l’energia del seme che vuole erompere alla luce. Giovanni ci insegna uno sguardo intenso per vedere nella ferialità di Nazaret, nella vita quotidiana di un uomo giusto, il dono di Dio, la promessa di vita. Occorre avere occhi perspicaci per riconoscere i segni discreti della sua presenza tra noi attraverso persone giuste che nella fedeltà quotidiana e senza rumore mandano avanti il mondo. Con persone così il germoglio del profeta non è un’illusione, ma una possibilità perché la storia non venga abbandonata ai vari Trump, Kim Jong-un, Erdogan, Maduro…

Ma occorre che anche noi chiediamo al Signore che faccia fiorire le nostre vite, le nostre speranze deluse… per non diventare cattivi, cioè prigionieri della paura e dell’odio, chiediamo il dono dello Spirito, che è sinonimo di libertà.

Invochiamo il dono dello Spirito del Signore, quello spirito di sapienza e di intelligenza di cui abbiamo bisogno per continuare a capire dove c’è il bene e dove c’è il male e ad agire di conseguenza.

E poi chiediamo al Signore lo spirito di prudenza e di coraggio nel gestire le nostre responsabilità nel lavoro, in famiglia, nella vita pubblica…

Infine al Signore chiediamo di stare davanti a lui con quello spirito di conoscenza e di rispetto… che ci può rendere capaci di far germogliare nuova speranza di pace e di giustizia dalle nostre aridità.

(Is 11,1-10; Gv 1,19-28)