Tutti conosciamo quel fenomeno che accade ai nostri bambini quando ad un certo punto della loro crescita, in genere dai 4 ai 6 anni, ci investono di mille perché?! Ci tormentano con domande impossibili e imprevedibili capaci di abbracciare la vita e la morte… Come se non bastasse non si accontentano della prima risposta che gli si dà e ti incalzano senza sosta fino allo sfinimento, al punto che uno si vede costretto a chiudere bruscamente e non senza disagio.

Ecco di fronte a un passo come quello di Luca così conosciuto e noto, rappresentato in mille forme in letteratura, nell’arte, discusso nella teologia… potremmo assumere anche noi l’atteggiamento dei bambini che domandano: perché? Perché quest’annuncio? Perché proprio a Maria? Perché a Nazaret? Perché quel nome dato al bambino? E avanti di questo passo… e succederebbe anche a noi come facciamo d’altronde con le domande incalzanti dei bambini che arriviamo a capire che a volte tutte queste domande sono più che altro un modo per attirare l’attenzione, soprattutto quando sono concatenate. Per cui non è sempre importante trovare la risposta giusta, quanto piuttosto il cercare di comprendere che è il bisogno di avere l’attenzione, l’affetto… in una parola la relazione.

Potremmo così anche noi perderci dentro il labirinto di domande che il racconto evangelico suscita e questo nostro incalzare è proprio perché vorremmo una relazione più profonda, più vera con Dio, quando Maria di Nazaret ci mette di fronte alla sorprendente iniziativa di Dio che porta in questo annuncio la domanda delle domande: Che cosa vuole il  Signore? Qual è il sogno di Dio?

L’angelo Gabriele che presta voce all’Eterno, dice che il sogno di Dio è che venga al mondo qualcuno che possa regnare per sempre. Deve nascere Uno il cui regno, cioè la cui capacità di relazione non avrà fine, perché sarà una relazione stabile. Dio cerca una relazione salda con l’umanità.  E come è possibile se i padri e le madri di Israele, i profeti e le profetesse, ci hanno insegnato che Dio non si può vedere?

Come possiamo sapere che una persona è mandata da Dio? Da quali segni riconoscerla? Esiste un modo per esserne certi? Abbiamo bisogno di verifiche. L’ingenuità, in questo campo, ha fatto troppe vittime.

Ci sono stati nella storia tanti incantatori che dicevano di essere mandati da Dio o che affermavano di agire in nome di Dio e con questo pretesto hanno prevaricato, hanno preteso si rinunciasse a pensare con la propria testa, hanno ucciso… Forse anche a noi è capitato di subire il fascino della sottomissione a un “guru” o a un gruppo, a un’ideologia… in nome di un qualche nemico contro cui coalizzarci.

L’uomo Gesù dirà di essere il figlio di Dio lungo la sua breve esistenza con discorsi e parabole, ma lo dirà anche accompagnandoli con alcuni segni quali il prendersi cura dei malati, il restituire alla donna la sua dignità, superando le discriminazioni nei confronti dei paria di quel tempo, ma anche accogliendo e aprendosi nei confronti di coloro che venivano facilmente etichettati come peccatori pubblici…

Gesù dirà di essere il figlio di Dio soprattutto con il suo modo di essere, con il suo stile di vita che permane con tutto il suo fascino e la sua irresistibile attrazione anche per noi. Proviamo a leggere il vangelo e a vedere per esempio come considera l’amicizia, oppure come tratta il denaro, come si pone davanti all’ingiustizia e alla violenza, come vive la sofferenza… come si pone di fronte al potere.

Questo è il sogno di Dio che per diventare realtà ha dovuto “prendere carne”, ha dovuto, come recita il titolo di questa domenica, incarnarsi. Perché non si cambia il mondo con le idee o con i proclami, c’è bisogno di metterci la faccia!

Appunto Dio ci ha messo la faccia, ha deciso di avere un volto, di diventare umano, di incarnarsi nella nostra bellissima condizione umana, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni per poter avere con noi una relazione stabile e duratura. Per fare questo ha avuto bisogno di Maria.

Certo poteva scegliere qualche donna altolocata della borghesia di Gerusalemme o dell’entourage imperiale di Roma, ma il DNA sarebbe stato quello di un uomo di potere. Doveva essere Dio, ma anche uomo di un certo tipo e la scelta di Maria, di una ragazza sconosciuta ma con una grande fede, va in questa direzione: voglio pensare che Gesù abbia imparato tanto da lei e da Giuseppe e che abbia appunto appreso a fare una cosa che a dirsi è apparentemente semplice e che a farsi è più difficile ed è come sotto traccia in questa pagina. Dare concretezza alla parola.

Perché di questo si tratta. Giovanni lo dirà nel suo vangelo con la poesia: il verbo, il Logos, la Parola si è fatta carne. Matteo lo racconterà attraverso il sogno di Giuseppe, Luca lo racconta dalla prospettiva di Maria di Nazaret: Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua Parola.

La Parola deve avvenire, deve accadere per essere vera.

Se solo provassimo a metterci nei panni di una ragazza molto religiosa come poteva essere Maria, ma anche molto concreta, come lo sanno essere quelle donne che devono sfangare ogni giorno mille incombenze, la proposta dell’angelo Gabriele doveva risuonare in lei come una provocazione e una trasgressione: “Ma come mi sto preparando al matrimonio con l’amore della mia vita e tu mi dici che avrò un figlio da un altro?”!

Non temere Maria… che non significa “acquietati, rassicurati, non dubiterai né soffrirai più”, bensì “non fuggire Maria”, “affronta questa parola” per quanto meravigliosamente tremenda essa ti appaia[1]. Questo per dire che anche Maria in qualche modo ha dovuto lottare e combattere per dare carne al Vangelo. Non è facile per nessuno e non lo è stato nemmeno per lei.

Se oggi a una settimana dal Natale ci mettiamo davanti all’icona di Maria è perché guardare lei ci aiuta a ricordare che la visita del Signore passa sempre attraverso coloro che riescono a “dare carne” alla sua Parola, che cercano di incarnare la vita di Dio nelle proprie viscere, nel proprio cuore, nella propria mente, diventando segni vivi del suo amore. E di lottare per questo.

Così è Maria. Così è Maria con noi: Donna che lotta di fronte alla società della sfiducia e della cecità, di fronte alla società dell’indolenza e dell’indifferenza; Donna che lotta per sostenere la gioia del Vangelo. Lotta per dare “carne” al Vangelo.

La nostra fede ha bisogno di donne così e voglio sperare che la Chiesa possa un giorno accorgersi che ce ne sono tante anche in mezzo a noi che sanno dare carne al Vangelo per dare loro il giusto riconoscimento e le auspicate responsabilità.

Ci vuole un’umanità così, che come Maria sappia dare concretezza al sogno di Dio, quel sogno di Dio, al quale possiamo affiancare il sogno di Isaia di domenica scorsa o quello famoso di Martin Luther King, perché diventando carne ci dimostri che non è una chimera, ma è una sorgente che irriga il nostro presente così spesso arido e sterile.

Ognuno di noi va incontro al Natale in un modo personale e diverso dagli altri. Alcuni, come la maggior parte dei nostri bambini, accolgono questa festa della gioia e della tenerezza con una contentezza pura.

Altri cercano per un momento, sotto l’albero e intorno al presepe, una tregua dal quotidiano per poter vivere un’oasi di serenità. Guardando le luci e ascoltando i vecchi canti e le musiche natalizie sperano di dimenticare ciò che li circonda.

Altri lo affrontano con grande paura: per loro non sarà una ricorrenza spensierata e lieta, perché risveglierà il dolore delle molte separazioni vissute. Quel giorno sentiranno più intensamente la loro sofferenza personale e la solitudine.

Forse qualcuno si chiede anche se abbia senso ancora festeggiare la nascita del Signore[2]. Infatti abbiamo davanti agli occhi schiere di disoccupati, milioni di bambini nel mondo che soffrono la fame e la povertà. Intere famiglie scappano dalla violenza e dalla guerra… se solo proviamo a fissare negli occhi il loro sguardo raccoglieremmo smarrimento, sfiducia.

Ha senso festeggiare il Natale di Gesù? Sicuramente perché il mondo che Gesù deve salvare è proprio il nostro mondo smarrito.

Contemplare Maria oggi significa per noi imparare da lei a lottare per dare “carne” al Vangelo qui e oggi. Il sogno di Dio non è la descrizione anticipata del mondo che verrà, ma il fiorire del desiderio di guardare avanti senza appiattirci nel cinismo quotidiano.

Insomma, possiamo metterci la faccia anche noi e continuare a fare quello che ha fatto Gesù facendo nostro l’atteggiamento di Maria nel dare carne al sogno di Dio con le nostre scelte, con i nostri pensieri e i nostri comportamenti davvero resistenti e alternativi.

(Lc 1, 26-38)

[1] Cf. Massimo Cacciari, Generare Dio, p. 27

[2] Cf. Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male. Scritti inediti.