È un po’ una violenza quella che il lezionario ambrosiano compie sul testo di Matteo. Tutto il cap. 13 è un concentrato di parabole, come se l’evangelista volesse condensarle per non disperderle, ma anche perché il filo rosso che le attraversa rivela il modo in cui Dio si muove, il modo in cui il regno di Dio sta nella storia, vale a dire Dio sta nelle vicende umane come un seme nel terreno, come lievito nell’impasto, come chicco di grano che cresce insieme alla zizzania…

Ecco questo è il modo paradossale di Dio di stare al mondo! E di conseguenza l’evangelista si chiede: come sta nel mondo il discepolo? Se Dio, così dice Gesù, agisce in questo modo, allora come deve starci un discepolo?

La risposta viene offerta da Gesù con un trittico di parabole, di cui oggi abbiamo ascoltato solo l’ultima. Per questo prima di quella della rete, dovremmo rileggere quella del tesoro e della perla: quando uno di noi ha a che fare con qualcosa di veramente prezioso non sta a tergiversare, ma subito decide che quelle cose valgono e le fa sue.

Così dice Gesù, la prima cosa che il discepolo può fare di fronte alla misericordia di Dio, è quella di decidersi come farebbe di fronte a un tesoro, a una perla preziosa, a un bene di valore straordinario.

Come davanti a un tesoro non rimani indifferente, ma vai e strafelice vendi e compri, così quando incontri il vangelo di Gesù, anzitutto ne sei felice, sei pieno di gioia: la gioia c’è quando trovi quello che ami. E così tutto quello che hai e sei, lo investi nel tesoro… non è che butti via quello che sei, ma metti tutto te stesso in quel tesoro.

Se non ti decidi è perché o non hai trovato il tesoro o perché sei pigro. E la decisione non è fatta una volta per tutte, ma è quotidiana perché l’investimento viene fatto giorno per giorno.

Con la parabola della rete, il Signore aggiunge un atteggiamento che richiama quello dell’altra, e forse più famosa parabola, del grano e della zizzania. Così la rete, quelle reti a strascico che Gesù vedeva usare sul lago di Galilea, dicono l’atteggiamento di Dio che si offre a tutti, che raccoglie in sé ogni genere di pesci.

Ed è il senso di quella che noi chiamiamo la cattolicità: nella rete ci stanno tutti, i pesci commestibili e quelli inutilizzabili (non cattivi). Nella rete stanno insieme, così come il grano cresce con la zizzania. Nel regno e nella stessa chiesa c’è posto per tutti.

Il discernimento è lasciato dice la traduzione, alla fine. In greco si parla di compimento del mondo, non di fine del mondo: il compimento avviene con la piena rivelazione del volto del Padre e della sua misericordia.

Non si tratta di fare i moralisti e dividere i buoni e i cattivi, perché la vera divisione è dentro ciascuno di noi. In ognuno di noi c’è il bene e c’è il male! La differenza sta non tra quelli che non peccano e quelli che peccano, ma tra coloro che proprio perché sono peccatori non giudicano gli altri, ma usano misericordia, perché così fa Dio.

Ed è una grossa responsabilità, perché se io non ho misericordia sono il pesce per così dire inservibile, inutilizzabile. E mi butto fuori da solo!

Le parabole di Gesù ci chiedono anzitutto di deciderci con gioia per il vangelo, ma anche di agire con responsabilità, perché vivere la misericordia è la questione di una vita: è aprire il cuore al dono e al perdono comunque. Altrimenti non sono un pesce buono. Se ho scoperto il tesoro della misericordia di Dio, ed è davvero questa la cosa più bella pur continuando ad essere peccatore, la mia responsabilità nella storia è di essere testimone di questa misericordia.

Infatti il discepolo, ecco l’ultima metafora è come quel padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche!

Torna l’immagine iniziale del capitolo: il tesoro, ed è suggestivo che il tesoro contenga anzitutto cose nuove: la fede è una cosa nuova, Dio è sempre nuovo, non si identifica nella dottrina!

Cosa fa Matteo col suo Vangelo? Fa vedere la cosa nuova che è Cristo attraverso la storia del Primo testamento. Matteo non parla mia di una legge nuova, di un comando nuovo… perché sa troppo bene che Gesù non è venuto ad abolire l’antico ma a compierlo.

E noi dobbiamo fare molta attenzione affinché le nostre tradizioni, le nostre abitudini, le nostre mediazioni non vadano a coprire la novità di Dio!

Se domenica scorsa ho portato la testimonianza di due preti (don Puglisi e p. Dall’Oglio), quest’oggi vorrei ricordare due testimoni, due laici che, nella storia recente del nostro Paese, hanno dato prova della loro fedeltà al tesoro del Vangelo con la sapienza dello scriba.

Penso allo storico Pietro Scoppola (+ 25 ottobre 2007), un cattolico a modo suo, come ebbe a definirlo Paolo VI. Ed è anche il titolo del suo ultimo libro e che è una sorta di testamento civico e spirituale insieme.

Racconta Pietro Scoppola come fosse cresciuto con un’educazione solida, robusta, religiosa, alla scuola romana dei gesuiti dove la fede era presentata come un ponte a tre archi. Il primo arco era la dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, una dimostrazione inconfutabile, le cinque prove di Tommaso variamente rielaborate, ma la sostanza era quella. Il secondo arco era la dimostrazione storica dell’esistenza e della divinità di Cristo, per i miracoli e per la sostanza stessa del suo insegnamento. Il terzo arco del ponte era la Chiesa voluta da Cristo, indefettibile… ad un certo punto però quel ponte gli è crollato. È crollato il ponte, scrive, ma non è crollata la fede nella quale ho continuato a vivere.

Perché non è crollata la fede? Proprio perché non ha identificato la fede con le formulazioni e con le tradizioni culturali. Anzi questo crollo lo ha reso capace di confrontarsi con quella che lui chiamava la fede laica.

Se è pur vero che per la fede religiosa Dio crea l’uomo e per la fede laica è l’uomo che crea Dio e la distanza rimane profonda, comune alle due fedi è la ricerca: comune alle due fedi è il dubbio e il rifiuto di ogni integralismo religioso o laico; rifiuto dell’atteggiamento spirituale che nasce dalla pretesa di un possesso della verità come cosa propria e che perciò stesso nega la trascendenza.

E faceva l’esempio che ha del paradossale del primato della coscienza che è stato negato e calpestato dalla Chiesa in innumerevoli circostanze storiche e comunque lasciato in ombra sul piano dottrinale, al punto che il principio di libertà di coscienza ha finito per affermarsi in Europa non ad opera della Chiesa ma contro la Chiesa.

Un altro laico, scriba saggio divenuto discepolo del regno, che può esserci di aiuto come riferimento nel nostro camminare indeciso e confuso è il giornalista Paolo Giuntella (+ 22 maggio 2008).

Nel suo libro Strada verso la libertà. Il cristianesimo raccontato ai giovani (2004) nella tensione di trasmettere alle nuove generazioni l’incontro con la bellezza del Vangelo, è convinto che la trasmissione della fede ai giovani sia possibile grazie a discepoli che accettino con forza e passione la strada della libertà, capaci della doppia fedeltà alla terra e al cielo… Capaci di rifiutarsi al conformismo del primato dell’avere, del possedere, alla banalità del quotidiano finto, gonfiato dallo stupidario ordinario mediatico. Capaci di rifiutarsi alla mediocrità dei perbenisti della nuova morale borghese permissiva, del cinismo, della gratificazione istantanea; come alla mediocrità impregnata di moralismo e fumo di candela dei devoti.

«Noi sappiamo che la fede non è né una camomilla né una consolazione, ma una fonte di interrogativi, di inquietudini… L’unico distintivo che dovrebbero portare i cristiani, l’unica differenza da offrire agli altri, dovrebbe, anzi deve essere la sete indomabile di conoscere, di capire, di studiare i problemi, le ragioni dei conflitti, le cause dell’ingiustizia, le vertigini della bellezza, i misteri del dolore e dell’amore, la sete indomabile di continuare a cercare…».

L’alternativa terribilmente vera e possibile, come vediamo da segnali inquietanti, è quella di scivolare inesorabilmente verso la tirannia. La tirannia, scriveva Giuntella, nasce quando si abbassa la soglia della tolleranza per le differenze, quando smettiamo di scoprire la ricchezza delle divergenze di pensiero, quando non accettiamo lo stesso diritto a sbagliare.

I due testimoni ci insegnano che non tocca a noi scegliere quali pesci buttare a mare dopo la pesca: ruolo troppo facile perché ci assolverebbe dalle nostre responsabilità, mentre ciascuno di noi deve fare la fatica dello scriba per trasmettere un tesoro che non è solo fatto di cose antiche, ma anche di cose nuove e la misericordia di Dio è sempre nuova.

Che non sia questa la fondazione di una nuova umanità, di un domani più umano?

(Mt 13, 47-52)